La stampa fotografica: l’ambrotipia e la ferrotipia

ambrotipia

La variazione del processo del collodio umido prende il nome di ambrotipia. Frederick Scott Archer e Peter W. Fry nel 1851 scoprirono che era possibile ottenere immagini con la tecnica al collodio direttamente in positivo. Tale procedimento fu, però, messo a punto nel 1854 e brevettato dal fotografo statunitense James Ambrose Cutting.

L’elemento innovativo di questa tecnica consisteva nello schiarire ulteriormente i toni del collodio facendo seguire al bagno di sviluppo un trattamento chimico con cloruro di mercurio o acido nitrico. Una volta che la lastra in vetro era asciutta, veniva verniciata sul verso con una lacca nera oppure poggiata su un panno scuro per far risaltare l’effetto positivo dell’immagine.

Successivamente, la lastra veniva confezionata in astucci, molto simili a quelli che erano utilizzati per i dagherrotipi. I formati della lastra ambrotipica erano gli stessi di quelle dagherrotipiche e proprio per questa caratteristica l’ambrotipo, nelle pubblicità dell’epoca, veniva chiamato il dagherrotipo su vetro. Tuttavia, quest’ultimo era un procedimento meno sofisticato rispetto ad altri e l’immagine che si otteneva povera di dettagli e di tonalità. Per tale motivo si ricorreva alla colorazione con pigmenti all’acquerello o pastelli a cera per donare, in particolar modo ai ritratti, verosimiglianza e gradevolezza.

Insieme al dagherrotipo e al ferrotipo, l’ambrotipia permetteva di ottenere un’immagine in copia unica. Con questa tecnica furono realizzati oggetti particolari quali bottoni, cammei e medaglioni riccamente decorati in cui vi era incastonato il ritratto ottenuto fotograficamente con il collodio, così come era avvenuto con la dagherrotipia.

La ferrotipia, invece, è un processo che fu messo a punto dal fotografo francese A. A. Martin nel 1853. Fu poi perfezionato dall’americano Hamilton L. Smith nel 1856 contemporaneamente agli esperimenti resi pubblici dagli inglesi William Kloen e Daniel Jones. Il procedimento consisteva nel sensibilizzare una lastra di ferro laccata di nero con il collodio, così che l’immagine ottenuta fosse positiva in copia unica.

Rispetto all’ambrotipia, il processo ferrotipico era meno costoso: essendo il supporto di metallo più resistente al vetro, non richiedeva quindi delle confezioni particolari come nel caso dei dagherrotipi. Il formato della lastra in metallo, solitamente utilizzato, era di 10×6 cm, come quello della carte de visite. Il ferrotipo ebbe molto successo tra i fotografi ambulanti negli Stati Uniti.

Article by Francesca Testa

<p>Editor, copywriter e grafico impaginatore, coltiva una grande passione per la poesia, la fotografia e l’arte… i primi amori non si scordano mai!</p>

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