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“La sirena di New York”: Alessio Arena canta Gilda Mignonette

Quando canta Alessio Arena, dicono, si fermano gli orologi. Ed è vero. Persino il quartiere Sanità, stasera che lui è qui, sembra come paralizzato, non vuole far rumore. Quello che ne invade le strade è un suono singolare, per questo, pur di non confonderlo nel caos cittadino, si fa teatro esso stesso. Le luci in sala sono spente, solo qualche faro squarcia il buio e illumina il palco: quattro sedute, un leggio, due violoncelli e una chitarra, la scenografia è essenziale ma efficace, esattamente quanto basta per ridipingere Napoli in bianco e nero e dare il bentornato al suo artista giramondo. Tutto intorno c’è silenzio, attesa e trepidazione si alternano volteggiando, qualcosa sta per succedere: una rievocazione, forse, o lo scoppio di una vita nuova. La sirena di New York può cominciare.

È molto più di uno spettacolo, lo si capisce subito, le corde che tremano  furiose seguono il ritmo di un giovane narrastorie attento e il passo felino di una straordinaria attrice: il racconto di un tempo che fu riempie quei pochi spazi lasciati vuoti dagli astanti. La Regina degli emigranti entra senza bussare ma si fa sentire comunque. Musica e parole, pensieri e ricordi, Gilda Mignonette – nome d’arte di Griselda Andreatini – ritorna nella sua Partenope, quella che aveva cantato con sé in giro per il mondo e raccontato in un sogno americano finito l’8 giugno del 1953. Latitudine 37’21’ Nord, longitudine 4’30’ Est: le coordinate della tragica traversata ancora si leggono sul certificato di morte. Di ritorno dagli States, ad appena ventiquattro ore dall’approdo in terra campana e a bordo del transatlantico Homeland, la più grande cantante italiana d’America, infatti, si spense per sempre, almeno fino a poco prima che Alessio Arena scegliesse di donarle nuova linfa vitale. È a lei, d’altra parte, che La notte non vuole venire (Fandango), l’ultima fatica letteraria dello scrittore e cantautore napoletano di origini, si ispira, a quel suo trascorso unico che vide la donna celebrata ovunque. Ed è di lei che i testi che l’artista affida per l’occasione a Cristina Donadio raccontano emozionando. Sono gli anni della guerra, sono i giorni delle camicie nere e della paura, delle sirene a tutte le ore che in America nessuno sente, ma che nel petto della Mignonette suonano come un richiamo, un bisogno di ritornare alle origini senza tuttavia riuscirci.

Sirene che, allora, si fanno canti struggenti e nostalgici, passionali e dolorosi, così tremendamente del sud. Gilda torna tra le strade della sua vecchia città, Alessio e Cristina, supportati dal talento puro di Arcangelo Michele Caso (primo violoncello) e Giovanni Sanarico (secondo violoncello) la tengono per mano. Voce celestiale lui, tono roboante lei. Una miscela perfetta. A fare da cornice una vecchia chiesa settecentesca abbandonata per decenni, dal 2013 presidio di resistenza e recitazione. È il Nuovo Teatro Sanità, un’isola di pace, creatività e possibilità – come lo ha definito Roberto Saviano –, un luogo che si relaziona al quartiere e da questo viene migliorato. Nulla di più adatto. Ottanta posti circa, la metà, forse, stasera occupata da ragazzi giovani come le loro aspirazioni di vita e di rivoluzione. Qui, nel cuore di un rione in cui l’arte e la malavita si incrociano a ogni angolo, incuranti l’una dell’altra, ogni giorno, si tengono corsi e laboratori, si formano gli adulti di domani, si tramando storie, come quella della Mignonette, e se ne scoprono di nuove, come quella di Arena, anche lui emigrante. Due straordinari interpreti di Napoli, la città più clandestina del mondo.

Intanto, La sirena di New York è finito. Le luci in sale si riaccendono, l’applauso non vuole smettere. È trascorsa un’ora, o forse più, è difficile rendersene conto. Quando canta Alessio Arena, dicono, si fermano gli orologi. Ed è vero, le lancette le abbiamo scordate anche noi sin dalla prima nota.

*Foto di Paolo Guida©

“La sirena di New York”: Alessio Arena canta Gilda Mignonette
1 Commento

Un Commento

  1. Gianni Lamagna

    12 ottobre 2018 at 22:17

    Bello come hai scritto quello che hanno visto i tuoi occhi.
    Brava Flavia. Complimenti.

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