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“La ruota delle meraviglie” di Woody Allen e i perdenti della società dello spettacolo

Ce lo ha detto William Shakespeare, più di quattro secoli fa, che tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono solo attori. Nel suo film La ruota delle meraviglie, Woody Allen ce lo mostra ritornando a filmare la Coney Island della sua infanzia, negli anni Cinquanta, dove forse è nato il suo amore per lo spettacolo della vita e anche il suo stile “malincomico” di rappresentarlo sullo schermo.

La “tragica commedia” ci viene raccontata dal giovane Mickey – interpretato da Justin Timberlake – che fa il bagnino in attesa di andare all’università per studiare drammaturgia. I protagonisti non narratori sono Ginny, un’ex attrice che lavora come cameriera in un ristorante, il marito giostraio Humpty e il figlio avuto dalla donna in una precedente e sfortunata relazione, il piccolo Richie, che odia la scuola e preferisce andare al cinema oppure in giro ad accendere fuochi.

A rendere più complicata la storia familiare di miseria e alcool, violenti litigi tra i due coniugi e prove di piromania dell’estraniato figlio, nella loro casa a pochi passi dal parco di divertimenti, arriva Carolina. È la figlia ripudiata di Humpty, ma ora accolta, dopo qualche perplessità, con rinnovato amore paterno. La ragazza ha poco più di vent’anni e un passato già drammatico. Sta scappando, infatti, da un marito gangster che vuole far tacere per sempre una moglie giovane e bella, che sa troppe cose di lui e ha già “parlato” con gli agenti della FBI.

Intanto, tra la matura, bella ma infelice Ginny – interpretata da una sempre intensa Kate Winslet – e l’aspirante scrittore Mickey nasce una relazione che per la donna rappresenta l’inaspettato rimedio alla troppo breve felicità del passato e alla miserabilità del presente, mentre per il bagnino è un’appassionante prova di vita e di conoscenza del mondo in attesa di un immaginifico futuro.

Quando Mickey conosce l’incantevole Carolina e tra i due giovani scoppia l’amore, la storia passa dal dramma alla tragedia all’ombra della Wonder Wheel, la ruota delle meraviglie di Coney Island, dove si mettono in scena le storie dei losers, i perdenti dell’esistenza reale e per niente spettacolare, condannati ad assistere al quotidiano fallimento della loro vita sognata.

Dopo le diverse deludenti prove degli ultimi anni, con qualche eccezione, in questo film Allen si muove tra scrittura cinematografica classica e consapevolezza moderna e disincantata. La solida sceneggiatura è assistita, inoltre, dalla scenografia di Santo Loquasto e dalla fotografia di Vittorio Storaro, sempre straordinaria, ma qui forse caratterizzata da troppi esercizi “autoriali” nei cromatismi che sottolineano gli ambienti e i mutevoli stati d’animo dei protagonisti, soprattutto nelle scene girate negli interni e nei passaggi più teatrali della narrazione.

La ruota delle meraviglie è una storia in equilibrio tra passato e presente che affronta il tema riguardante l’eterno conflitto tra le aspirazioni umane tese alla realizzazione dei progetti sentimentali ed esistenziali privati e il “ruolo” pubblico che riusciranno ad avere nell’arena societaria dove spesso le attese saranno deluse.

In questo film, il regista americano torna al suo dichiarato amore per le atmosfere “bergmaniane” e alle cupe riflessioni sul dramma delle esistenze vissute “sottotraccia” o bruciate nella vana, disperata attesa di ottenere una “parte” importante da recitare nello spettacolo del mondo vitale.

“La ruota delle meraviglie” di Woody Allen e i perdenti della società dello spettacolo
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