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La prima foto di un buco nero: perché è tanto difficile credere nella scienza

Einstein ne aveva previsto l’esistenza, come un piccolo dettaglio della sua teoria della relatività, circa un secolo fa. E anche se ogni teoria, esperimento e studio successivi non hanno fatto altro che confermare le sue previsioni, solo oggi riusciamo a vederlo con i nostri occhi. Pochi giorni fa è stata scattata la prima foto di un buco nero. Il corpo celeste avvistato si trova a 53 milioni di anni luce da noi e sarebbe stato necessario un telescopio grande quanto la Terra per riuscire a scorgerlo. Grazie alla scienziata Katy Bouman, brillante giovane ventinovenne, e al progetto Event Horizon Telescope, però, è giunta l’intuizione di coordinare vari telescopi in orbita intorno al nostro pianeta per crearne uno unico di dimensioni decisamente più consistenti.

Un buco nero, in realtà, non si può osservare direttamente: attira a sé e inghiottisce qualunque cosa si trovi nel suo raggio d’azione, compresa la luce che dovrebbe permetterci di vederlo. Dalla foto scattata è possibile percepire la presenza dell’ellissi scura come la pece grazie al contrasto con la materia luminosa che le vortica intorno, gas e polveri in caduta. E i risultati dello scatto sono stati eccellenti, non solo per l’incredibile obiettivo raggiunto di immortalare il corpo celeste, ma anche perché la foto scattata corrisponde esattamente alla simulazione immaginata. Un successo, insomma, sia per l’esattezza delle teorie fisiche sia per la precisione della tecnologia, che arriva nello stesso periodo in cui, quasi 60 anni fa, il primo uomo orbitò intorno alla Terra.

Il grande traguardo dimostra quanto la scienza e la tecnologia facciano progressi alla velocità della luce. Sembrava impensabile che qualcuno ipotizzasse l’esistenza di un oggetto celeste simile quando non c’erano gli strumenti per provarlo tanto quanto può sembrare assurdo che l’uomo crei aggeggi così potenti da portare il suo occhio talmente lontano, verso l’infinito. Insomma, l’umanità continua a fare passi avanti nella sua evoluzione ormai mentale. Ma mentre la conoscenza progredisce sempre di più, l’altra metà della specie umana sembra regredire, con la sua insistente diffidenza. Sembra assurdo che al giorno d’oggi, mentre la scienza rivoluziona il mondo, ci sia ancora qualcuno che non riesce a credere alla sfericità del nostro pianeta o all’esistenza dell’Australia.

In un mondo fatto di progresso e basato sulle certezze tecnologiche che diamo quasi per scontate, quando esattamente abbiamo smesso di credere nella scienza? Cosa ci ha portato a smarrire la fiducia nei progressi che l’ingegnosa mente umana è in grado di fare? C’è ancora chi attribuisce il merito della diffidenza alla religione e alle troppo specifiche parole della Bibbia sull’indiscussa bidimensionalità della nostra casa, dimenticando però che alla fine persino la Chiesa ha accettato la sfericità della Terra. Molto più probabilmente, abbiamo smesso di fidarci perché fin troppo consapevoli dello spropositato potere che hanno i media nel costruire la realtà, e abbiamo creato un insano meccanismo di difesa. Ma invece di reagire in modo razionale, controllando l’attendibilità delle fonti e studiando noi stessi i fenomeni che non ci convincono, finiamo per non credere più a nulla, troppo spaventati di farci raggirare e ritrovarci inconsapevolmente nelle distopie di 1984. Ingenuamente, facciamo troppo affidamento sulla percezione sensoriale, che è sì importante per la costruzione del nostro immaginario, ma non abbastanza da permetterci di dimenticare che non abbiamo la capacità di vedere e sentire ogni cosa e che siamo davvero troppo piccoli per pensare di percepire la curvatura terrestre con i nostri occhi.

Flat Earth Society a parte, non è certamente la prima volta che la fiducia nella realtà vacilla nel corso della storia contemporanea e questo perché, spesso, semplicemente ci sono cose troppo difficili da capire, o troppo tragiche da accettare, e risulta più facile attribuire colpe e intenzionalità nascoste a soggetti invisibili.

Abbiamo costantemente la sensazione che qualcuno voglia convincerci a credere all’impossibile. Ed è proprio così che nascono le teorie del complotto, che generano il terrore per le fake news,  perché alimentano un sistema di comunicazione che poco si cura degli scarsi strumenti di decodificazione e interpretazione. E se l’istruzione, da sola, non riesce a fornirli, mai i progressi della scienza risulteranno attendibili. È vero, la società umana è diventata troppo complessa per essere capita tramite la semplice percezione. Ma quando un’idea troppo difficile da accettare dà forma a una teoria del complotto fondata su supposizioni e non su fatti accertati o sulla smentita di questi ultimi, viene inevitabilmente dimostrata l’irrimediabile paranoia umana.

La prima foto di un buco nero: perché è tanto difficile credere nella scienza
1 Commento

Un Commento

  1. Paolo

    19 Aprile 2019 at 12:42

    “vari telescopi in orbita intorno al nostro pianeta”

    Si tratta di radio telescopi in giro per il mondo, non di telescopi in orbita.

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