L'opinione

La politica come ricerca di normalità

Che cosa si può chiedere a una forza politica? A che cosa una donna meridionale può legare il suo consenso? Quali promesse chiederebbe se un candidato o una candidata in un rapporto vis-à-vis e senza nessuna mediazione tecnologica, le chiedesse quali sono i tuoi desideri? Per poter rispondere sarà necessario un primo gesto radicale e non scontato: superare la diffidenza. Superare l’ostilità che suscita chi fa politica, chi usa le parole per convincere e, spesso, le svuota di qualsiasi relazione con la verità dell’accadere, del fare. È una diffidenza che provoca un progressivo svuotamento della partecipazione, separa cittadini, cittadine e governanti, priva di senso una relazione della quale si è nutrita la democrazia. Certo, una democrazia piena di lacune.

Si è generato un equivoco che è quello di ritenere che la politica sia solo quella che alimenta e governa le istituzioni. La politica non è solo quella anche se quella, per la piega che ha preso nel nostro Paese, è onnivora e contribuisce non poco all’affievolirsi della passione civile, del desiderio di cambiare il mondo, di ridurne le ingiustizie, di renderlo bello e, perché no, felice. Felice perché consapevole di tante cose, cosciente del limite che l’umano ha dentro la sua sostanza, ma non per questo, anzi, proprio per questo, territorio necessario di un’azione solidale preoccupata del futuro e non chiusa dentro le maglie di un presente ineluttabile. E certamente politica con la P maiuscola è il lavoro di cura. Questo specialismo delle donne che viene evocato spesso con toni regressivi e falsi e che, invece, è, può essere, il cuore di una rivoluzione. Il cuore della rivoluzione di cui ha bisogno la nostra vita e di cui ha bisogno il pianeta che irresponsabilmente abbiamo finora abitato. Ecco il secondo desiderio connesso al primo. Il secondo capitolo che proporrei: la cura. Stimolare un mutamento profondo nella relazione con l’altro/a e con la natura. C’è un libro bellissimo, Le piccole persone, di una grande scrittrice che non è napoletana ma che di Napoli è la voce più bella (non bisogna per forza nascere in un luogo per raccontarlo), Anna Maria Ortese. È una critica radicale alla concezione dell’uomo dominatore dell’universo (Genesi) e degli animali. Una concezione che ha portato l’umano al naufragio e alla possibilità dell’autodistruzione. Ecco la voce delle donne che bisogna ascoltare. Ecco la profondità di una relazione che rischia di smarrirsi con i desideri più profondi.

Al politico o alla politica che volesse ascoltarmi – cosa assai difficile visto che l’udito sulla scena pubblica sembra un senso atrofizzato – (basta guardare che cosa ha fatto il gruppo dirigente del PD dopo una sconfitta che sembra l’antecedente della scomparsa: pochissime riflessioni e soprattutto con accenti autocritici di grande debolezza), chiederei, insieme alla riscoperta della politica come strumento e pratica essenziale per cambiare il mondo e all’urgenza di attivare dei meccanismi per rigenerare la capacità di ascolto, di mettere in ogni azione, in ogni delibera, in ogni provvedimento, un assaggio visibile, un’anticipazione del futuro. C’è un vocabolo che indica uno straordinario obiettivo politico, una forte strategia nella nostra realtà: la normalità. Non intesa come un livellamento delle istanze e delle differenze, una repressione dei mille colori di cui parla la canzone di Pino Daniele, non questo, ma la normalità nel funzionamento della città, delle connessioni, del rispetto delle regole, della civiltà delle relazioni. Niente di straordinario. Solo un’azione corale dei governanti e dei governati, in cui le responsabilità nella gestione sono precise, ma nella quale nessuno si sente titolare solo di poteri o di diritti. Anche qui le pratiche delle donne e la teoria che le ha ispirate e le ispira possono servire. Indicano una strada.

Normali i trasporti, normali i toni, normali gli ospedali, normali le scuole. Normale la vita. Certo, questo è il desiderio più impegnativo, che chiede un impegno che ha bisogno della collaborazione di tanti altri protagonisti. Come può, infatti, aspirare alla normalità e ambire a raggiungerla una città come Napoli e una Regione come la Campania dove spesso governano le organizzazioni criminali, dove l’adolescenza è stagione a tratti consegnata alla violenza, dove la legge serve per essere disattesa? Ogni forza politica che si candida alla guida qui dovrebbe raccontarci prima di tutto che cosa intende fare contro la camorra. Contro la sua cultura di morte. Dovrebbe raccontare come chiederà la collaborazione con lo Stato. Come coinvolgerà la cultura e la scuola in una repressione che ha bisogno di tempi lunghi per diventare una vittoria duratura. D’altronde, il giudice Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio ma anche una fine.

Io, nella normalità e nella domanda sul posto che a essa si intende assegnare nei propri manifesti politici e nell’azione concreta conseguente, ci metto anche i bambini e le bambine. Non si può accettare che si buttino dall’ottavo piano come è avvenuto al Parco Verde. Gli orrori contro l’infanzia non sono una nostra originalità, così come non siamo soli anche se siamo ai primi posti della classifica nel turismo sessuale con i e le minori. Quello che vorrei chiedere è di non assuefarsi. Di non archiviare questo orrore come fisiologico. Vorrei che alla povertà materiale e simbolica dell’infanzia si offrisse una cura, che la politica e le istituzioni elaborassero una strategia di contrasto insieme repressiva e ricca di occasioni culturali.

Poi c’è il lavoro, ci sono le nuove forme di emigrazione (Enrico Pugliese ha appena pubblicato gli esiti di una ricerca alla quale ha dato un bel nome, Quelli che se ne vanno) che colpiscono i ragazzi e le ragazze pieni di titoli di studio che decorano le loro vite ma che non sono chance per il lavoro che desiderano. Il capo della Rivoluzione Russa, nel Novecento, promise che avrebbe insegnato alla cuoca a dirigere lo Stato. Non seppe mantenere quella promessa anche perché, ne sono certa, se le avesse consegnato lo Stato non avrebbe avuto bisogno di insegnamenti per governarlo. Avrebbe attinto alle sue competenze, alla sua sensibilità, alla sua abitudine ad affrontare il cuore dell’umano esistere e, quasi certamente, avrebbe impedito gli esiti che la storia ci consegna. Allora la politica, la normalità, la felicità dell’infanzia, i servizi e… la cultura. Chiederei alla mia interlocutrice o al mio interlocutore, che cos’è la cultura? Quale politica culturale si intende perseguire? Grandi eventi o processi lenti, profondi, capaci di irrobustire o cambiare il racconto di sé che le comunità si narrano. Questo è un punto decisivo, una discriminante, una linea che investe la vita delle periferie delle nostre città non governate. Sole. Fonti inesauribili del riprodursi esponenziale di tutti gli stereotipi di cui noi stessi siamo spesso prigionieri.

Non tutto. Tanto resta e deve restare fuori dell’azione politica pubblica e deve vivere dentro la libertà di ognuno che nella normalità può raggiungere il massimo della sua creatività. Perché anche qui serve l’insegnamento delle donne: il proliferare di leggi non assicura benessere. Una società, una convivenza sono forti se in esse gioca e circola autorevolezza.

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