Il Fatto

La pacchia dei braccianti è la guerra di tutti noi

C’è chi la chiama pacchia, quella dei braccianti, chi continua a sostenere che quelli lì, i ragazzi con un colore della pelle diverso dal nostro biancore, rubino il lavoro ai giovani figli della Madre Patria. C’è chi vota Lega, chi spara da lontano come a un animale, sono gli stessi che, però, non assumono un loro simile manco per sbaglio. D’altronde, quale pallido ariano spalerebbe la terra per dieci ore consecutive, sotto il sole cocente, in più, per il costo di un solo caffè?

C’è chi la chiama pacchia perché mafia o caporalato, gli unici veri nomi con cui bollare questo triste fenomeno, sono di difficile pronuncia, perché spesso, troppo spesso, in quelle associazioni criminali si nasconde chi muove la macchina, chi mantiene i fili del circo, chi detta legge, dai campi, alle istituzioni. Nulla sfugge ai veri padroni di questo Paese. La politica lo sa, ne è sommersa fino alla testa, non può sfuggire a chi tutto decide, come in una partita di scacchi, e allora tocca cercare altre strade per strappare i consensi utili a intascare il malloppo, a conquistare la poltrona più comoda, quella da cui puntare il dito, nascondendo per bene la mano che, nel frattempo, intasca o passa una nuova mazzetta. L’hanno venduta come la Terza Repubblica, la verità è che il fetido odore di morti fatti saltare in aria che avrebbero sancito la fine della Prima non è mai sfumato nel vento, e ancora insiste sulle nostre omertose città.

Nel frattempo, quegli altri lavorano dalle prime ore del mattino, spesso fino al calare dell’ultimo sole. La paga media si aggira sui tre euro l’ora, a volte anche uno soltanto. Spostano casse cariche di pomodori, di materiali pesanti da fabbrica, centinaia di chili sulla schiena ogni giorno, una Via Crucis perenne che, però, non conduce al Paradiso e mostra in Terra l’Inferno. Oltre il 50% di questi lavoratori non è regolato da alcun contratto, ad alcuni di essi la morte non riconosce neppure la dignità di un nome su cui piangere. Sono migliaia e oggi alzano la voce, come noi italiani non siamo più capaci di fare, se non, vigliacchi, dietro a un computer, sputando odio su chiunque.

A Foggia, ieri, numerosi braccianti, mossi dalle voci ormai sorde delle sedici vittime registrate successivamente ai due incidenti dei giorni scorsi nel nord della regione, hanno ricordato i loro fratelli, chiesto giustizia, equità sociale e lavorativa, hanno protestato come una vera classe operaia sa fare, perché loro sono una vera classe operaia. Ciò che la sinistra ha lasciato per strada, strizzando l’occhio allo stesso padrone di chi, invece, dovrebbe combattere per genesi e missione vitale, loro raccolgono e tramutano in oro. Purtroppo, troppo spesso, soltanto per i propri signori. Sono schiavi, anche senza una palla al piede a certificarne la proprietà, e tutti noi complici degli aguzzini.

Ai due cortei che hanno sfilato per le bollenti terre di Puglia hanno aderito Cgil, Cisl e Uil, forse lì presenti per imparare qualcosa su quello che dovrebbe essere il proprio ruolo, anch’esso smarrito nel mare degli slogan e dei favori da fare a chi, come e quando. Con molta più ragion d’essere e dignità, invece, molteplici associazioni, da Arci a Libera contro le mafie, hanno sfilato accanto alle ragazze e ai ragazzi che a quest’Italia malata hanno affidato speranze come alle stelle, traditi nei sogni, volti al cielo e ancora fermi alla sabbia. Occhi aperti, d’improvviso, come svegliati da un lungo sonno, su un dramma che esiste da sempre, che macchia l’onorabilità umana.

D’un tratto, TV, giornali, parlamentari, giornalisti, sindacalisti, scoprono il caporalato. Sono servite sedici anime ormai scomparse per portare i megafoni e i riflettori nei campi del Sud dell’Italia, quante altre ne occorreranno per far seguire al rumore di questi giorni dei fatti concreti? Serve dirottare la forza dell’odio contro l’essere umano verso i veri nemici, verso chi rende l’immigrazione un affare, non verso chi ne subisce la crudeltà. Serve combattere la mafia, chi a quei giovani africani mette in mano una pala, delle cianfrusaglie da vendere sulla spiaggia, fino alla droga, contrastare quello che è un vero e proprio processo di ghettizzazione e traffico di esseri umani, non prendersela con chi viene trascinato dalla corrente. La fame, per fortuna, non sappiamo ancora cosa sia.

Ben vengano, quindi, le manifestazioni di queste ore, ben venga il clamore, ma non si esaurisca. Si scavi a fondo, si vada oltre la punta dell’iceberg, si cerchi negli alberghi tra chi rassetta le stanze, chi lava i piatti, chi spazza le cucine. Quello dei nostri braccianti è un grido che abbiamo il dovere di ascoltare e di accogliere perché è una voce che coinvolge tutti i lavoratori sfruttati, dalle cassiere dei supermercati ai contratti a tempo determinato, dai voucher agli operai. La mancanza di rapporti chiari, definiti, di regole e sicurezza, di rispetto delle ore lavorative, delle ferie, delle pensioni che non vedremo mai è un problema di tutti. O forse leggendo quest’ultimo elenco non avete pensato voi stessi a una condizione che vi riguarda? Far credere che la colpa di ciò sia da ricercare nei berretti rossi che ieri coloravano Foggia, e ogni giorno animano i campi agricoli dell’intero Paese, è un regalo ai burattinai, agli incantatori dei salotti buoni. Gli unici da cui pretendere quel rispetto che ci siamo abituati a lasciare dietro le nostre spalle.

La pacchia dei braccianti è la guerra di tutti noi
Clicca per commentare

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

To Top