Piero
L'opinione

La mia scuola di libertà (pt.2)

Nella mia vita ho sempre seguito la via che mi indicava il cuore. Lo persi, infatti, per Piero, una persona che divenne ragione di vita per me. Dall’esempio di mia madre, che allora non viveva più, trassi il coraggio di farlo. Innamorarsi di una persona con abilità limitate suscita qualche perplessità e preoccupazione in chi ti conosce. Hai riflettuto bene? Mi vedevano felice e questo doveva bastare, per i miei gusti.

Inizialmente, il mio rapporto con Piero sembrava complicarsi. Il suo amore per me arrivò al punto da non volermi legare a sé per non rendermi infelice, come diceva. C’era da scavalcare lo scoglio dell’intossicazione nella droga. Non so se fosse la mia incoscienza, ma sicuramente la sua piena fiducia riposta in me, da cui trasse sicurezza, e anche questa catena si sciolse senza complicazioni e con l’aiuto di una dottoressa ancora in formazione da psichiatra. Oggi, dopo anni che ci siamo ritrovate, siamo diventate amiche.

Lui, cacciatore, non doveva marcire in un letto, così gli feci la sorpresa di uno scivolo per superare i sei gradini tra ascensore e portone. Pensai che non avesse voglia di uscire. Invece capii che non mi voleva stancare. Ma un’uscita tirava l’altra e anche il suo papà ebbe modo di valorizzare i suoi anni da pensionato, portandoci con la sua vecchia Renault 4 sgangherata, ma con un motore sempre curato al top. Piero prese il tesserino per la pesca. Imparai a pescare, a mettere le larvette di mosca (inizialmente mi facevano tanto ribrezzo, ma cosa non si fa per amore!) e le camole della farina e del miele sull’amo. Gli regalai una canna leggerissima. Le trote pescate al lago sportivo le preparavo in tante maniere e le gustava con gradimento. Al canale che veniva su e giù dal mare prendeva le carpe e dei cefali da 5 a 10 chili. Papà mangiava volentieri le carpe, ben marinate nell’aceto, per togliere il sapore di fango. Era sempre Piero che sapeva le migliori ricette. Mentre lui dava lezioni di riparazione a studenti svogliati, io lavoravo le prede e le mettevo in freezer pronte per l’uso.

Lo studio di filosofia alternato a quelli di programmi per computer e tutto il resto allontanava sempre di più la spada di Damocle della Distrofia Muscolare, apparente per me. Oggi so che lui viveva per me. Non aveva mai perso la severità del suo futuro, ma sapeva nascondermelo. Con molta dolcezza mi preparò e mi chiese di non portarlo in pronto soccorso se fosse sopravvenuta una crisi respiratoria. Ero d’accordo. Ci parve tanto semplice morire.

La realtà fu ben diversa di quella che immaginavamo. Piero mi chiese aiuto. Non dovevo chiamare il soccorso? Era difficile, difficilissimo capire, come agire in modo giusto. E venne il lungo faticoso periodo in cui imparai cose nuove dalla sua sofferenza immane dell’anima. La tracheotomia era un’imposizione in cambio di una morte inaccettabile. La sua vita in quel frangente diventò condanna. Solo lui  poteva renderla libera e ci riuscì. Era De Rerum Natura di Lucrezio o forse la voce suadente della bella infermiera che gli lesse dei brani in rianimazione? Per me era importante sentirlo libero, attaccato alla vita. Ero sicura che non apprezzasse la catechesi del cappellano sul valore del dolore e la salvezza dell’accettazione.

Tornato a casa, i suoi occhi mi parlavano di ribrezzo di se stesso. Evitava di guardarsi nel riflesso di un vetro. Il mio istinto cercava soluzioni. Cercai di trattarlo come sempre con rispetto della sua persona, chiedendogli se gradisse questo o quello. Mi sforzai di essere serena e la vita cominciò di nuovo a scorrere in modo normale. Piero riprese la sua ironia di uomo bionico, come disse lui, il ventilatore era la mamma e la nostra gatta era la caposala che avvertiva quando la macchina andava in allarme. Vivevo in una specie di ebbrezza di felicità per la vita che Piero aveva riacquistato.

Un nuovo periodo di aiuto a laureandi con grandi successi gli diede soddisfazioni impagabili. Ma era consapevole delle sue condizioni e sentiva che la distrofia voleva il suo fio. Un grave peggioramento fisico mi riportò alla realtà. Era iniziata una lenta, inesorabile decostruzione di un corpo che non riusciva più a dare piacere di vivere, ma diventava via via ostacolo per uno spirito che in tutto il suo percorso lo aveva dominato, curato, educato per attuare il suo piano di vita, compreso quello mio. Cercò di convincermi che fosse giusto dare a quello strumento il meritato riposo. Non c’è più nulla da inventare. Abbiamo avuto tutto dalla vita. Dobbiamo capire che è tutto finito. Non voleva indugiare sullo sfacelo fisico e reclamava il diritto per il suo corpo di poter concludere come era nella sua natura: morire. Per me aveva il significato di liberare la vita.

Dopo capirai. Sei un soldatino. Solo lentamente ho compreso queste parole profetiche per la mia persona. Piero era co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, per anni aveva lavorato a un progetto: una legge per una morte opportuna. I tempi vitali si erano troppo ristretti, rimaneva il suo corpo per terminare il lavoro, il suo dovere di morire per far capire.

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