“La donna dei fiori di carta”, un nome per una vita

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La notte fra il 14 e il 15 aprile del 1912, mentre il transatlantico Titanic affondava senza aver terminato il viaggio inaugurale, uno dei passeggeri scese nella sua cabina di prima classe, indossò uno smoking e risalì sul ponte.

Invece di cercare di salvarsi, si accese un sigaro e attese di morire.

Quando fu domandato ai superstiti del naufragio chi fosse il misterioso uomo, molti furono concordi nell’indicare un certo Otto Feuerstein, commerciante di tessuti, che viaggiava per affari, da solo.

A nessuno di loro fu rivelata subito la particolare circostanza che Otto Feuerstein, in realtà, era morto nel proprio letto, a casa sua, a Dresda.

Due giorni prima che il Titanic salpasse.

Donato Carrisi, scrittore e sceneggiatore di quarantaquattro anni, dà inizio al suo romanzo La donna dei fiori di carta (2012) con un mistero, vero e proprio leitmotiv nella sua carriera di autore di thriller. In questo caso, però, siamo di fronte a un noir che richiama un accaduto noto su scala internazionale: l’affondamento del Titanic.

Se non Otto Feuerstein, quindi, chi è il misterioso uomo che non tenta di salvare la propria vita mentre il transatlantico finisce inghiottito nell’oceano?

La risposta arriva soltanto quattro anni dopo, durante il primo conflitto mondiale, quando il medico di guerra dell’esercito austriaco Jacob Roumann, sul fronte del Monte Fumo, è incaricato di carpire se il soldato italiano tenuto in ostaggio sia un ufficiale, così da poterlo scambiare con il tenente colonnello suoi connazionale caduto nelle mani dei nemici del Bel Paese.

Dall’incontro tra Jacob Roumann e il misterioso prigioniero in una buia e umida caverna avvolta nel silenzio, scaturisce la storia di un uomo – non si sa chi sia, l’interlocutore del medico riferisce soltanto che si chiama Guzmandisposto all’impossibile per conquistare la donna che ama. E la sola condizione per averla è scoprire il suo nome.

Se nella cornice di questa vicenda, quindi, il dottore è incaricato di rivelare l’identità dell’ostaggio, anche il racconto di quest’ultimo è improntato sulla ricerca di un nome, quello di Isabel.

Chi è Guzman? Chi sono io? E chi era l’uomo che fumava sul Titanic?

Il prigioniero accetta, quindi, di palesarsi a patto che Roumann ascolti la sua storia, mentre risponderà di volta in volta alle tre domande. E, così, l’intero romanzo ruota, nella narrazione principale e in quella secondaria, intorno alla necessità di identificare, di scoprire dei nomi, che da soli possono cambiare, e addirittura salvare, la vita dei personaggi.

In una tale combinazione di ricerche di identità, riaffiorano i ricordi di Jacob, egli stesso protagonista, un tempo, di una storia d’amore la quale, in principio, si era sviluppata a sua volta attorno al desiderio di conoscere il nome di una donna ignota che, in segreto, gli donava con una certa frequenza dei fiori di carta.

«Ho desiderato per molto tempo conoscere il tuo nome», le confessò, «Non il tuo volto o il tuo aspetto, non m’importava. Volevo solo sapere che esistevi veramente. Allora, vuoi dirmelo?»

Non vi è azione, non vi sono avventure mirabolanti, ma soltanto ricordi, e soprattutto un uomo tenuto in cattività che scava nel passato, quello di un misterioso Guzman, dall’infanzia ferita e tormentata a una giovinezza trascorsa ad amare Isabel. L’ascolto è la chiave per tutto e Roumann è disposto a farlo, con un thermos di caffè sempre pronto, pur di salvare una vita.

Posso curare un soldato, a volte guarirlo, si diceva Jacob Roumann. Ma con ciò avrò solo rimandato il suo destino, e forse abbreviato quello di qualcun altro.

Non gli era mai stata offerta davvero l’opportunità d’impedire una morte.

Dopo aver assistito a migliaia di morti, alle urla del dolore e a ogni tipo di atrocità, il medico non si arrende. È la sua occasione di riscatto, questa volta non manderà un uomo a morire, bensì restituirà a lui la vita e a se stesso la fiducia. Alla sua missione si unisce ben presto il piacere di vivere la storia di Guzman. Roumann vuole saperne di più e trovare risposta a ognuna delle tre domande. Man mano che la vicenda viene scandita, le soluzioni giungono e sono sorprendenti, riportano a galla un intimo dolore e una questione irrisolta. E Jacob, che credeva di usare il recluso per compiere il suo incarico, ben presto scopre di essere egli stesso strumento di una missione ben diversa. Ma delle due riuscirà a portarne a termine soltanto una.

Nel romanzo di Carrisi, il lettore veste i panni del medico austriaco e, insieme a lui, ascolta con impazienza una storia di vita cercando di incamerarne ogni singolo dettaglio. Tra le nuvole di fumo del prigioniero, chiusi in una grotta, vicini e allo stesso tempo lontani dai tumulti della Grande Guerra, Roumann e il lettore intraprendono un viaggio spazio-temporale ripercorso attraverso un linguaggio semplice, quello tipico delle lunghe chiacchierate in cui ci si racconta davanti a una tazza di caffè.

Article by Giusy Gaudino

<p>Laureata in “Lingue, culture e letterature moderne europee” e inguaribile lettrice che ha recentemente scoperto una passione per gli horror e i thriller.<br /> Sogno nel cassetto: assurgere alla professione di traduttrice letteraria.</p> <p>“Non sappiamo quali saranno i giorni che cambieranno la nostra vita. Probabilmente è meglio così.” (Stephen King)</p>

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