Rubriche

La cura: David Bowie e Berlino

Da Postdamer Platz

non ho mai saputo che

che avrei potuto farlo

A spasso nei ricordi

seduto alla discoteca Dschungel

a Nürnberger Strasse

un uomo perso nel tempo

vicino al KaDeWe

a spasso nei ricordi

Con la sua canzone Where Are We Now? David Bowie scrive un inno a Berlino. Nel video del singolo, uscito a sorpresa nel 2013 dopo ben dieci anni di silenzio, su uno schermo, in bianco e nero, vengono proiettate immagini della capitale tedesca degli anni Settanta: la Torre della Televisione, il Reichstag con la sua cupola di vetro, il KaDaWe, la Colonna della Vittoria e tanti altri luoghi della città teutonica nella loro bellezza e decadenza. Nel brano, contenuto nell’album The Next Day, David è un uomo vecchio e malinconico, forse consapevole della malattia che lo strapperà via alla musica, agli affetti e ai fan solo due anni dopo. Canta mestamente della sua vita, inneggiando alla terra che lo ha fatto rinascere quando era ormai quasi morto, risucchiato da quel Thin White Duke che lo ha consacrato definitivamente al successo, ma anche progressivamente annientato.

Distrutto fisicamente, in preda a crisi psicologiche, in dubbio sulla sua sanità mentale e totalmente dipendente dalla cocaina – vizio a cui attribuisce la causa delle sue affermazioni naziste –, Bowie nel 1976 lascia New York e si trasferisce a Berlino per uccidere il Duca Bianco e riportare in vita il fantasma di David Robert Jones.

Insieme al suo amico Iggy Pop, si stabilisce in un appartamento a Hauptstrasse 155, a Schöneberg, nella parte ovest di quella città divisa in due dal famoso Muro, in cui occupa la stanza blu elettrico di cui canta in Sound and Vision.

A Berlino, Bowie può tranquillamente girare indisturbato in bicicletta. Anche se lo riconoscono, nessuno lo importuna, i berlinesi nella loro riservatezza non lo fermano per chiedergli autografi, bensì lo lasciano in pace, rispettano la sua privacy, gli permettono di vagare in cerca dell’ispirazione di cui ha bisogno: Per molti anni, Berlino fu per me una sorta di rifugio e di santuario. È stata una delle poche città in cui ho potuto muovermi in un virtuale anonimato. Stavo andando in rovina, Berlino era economica. Per qualche motivo, ai berlinesi semplicemente non importava niente di nulla. Beh, certo non di un cantante rock inglese, perlomeno. Con la sua due ruote, il rocker può, senza molestia alcuna, frequentare l’Anderes Ufer (oggi Café Neues Ufer), consumando colazioni a orari improponibili, può pranzare sereno al Ristorante Exil (oggi Horvát) e recarsi allo Chez Rommy Haag, un club underground dove trascorre intere nottate a parlare con la proprietaria transessuale Rommy Haag, di cui diviene intimo amico. E, ancora, visita inosservato le sale del Brücke-Museum, contemplando quelle opere espressioniste di cui è grande estimatore e collezionista.

Nella capitale tedesca, Ziggy Stardust non smette di fare musica. Negli Hansa Studio a Köthener Strasse, registra i tre album che compongono quella che viene definita la Trilogia di Berlino: Low (1977), Heroes (1977) e Lodger (1979). Dischi in cui l’artista si apre a nuove suggestioni, prendendo ispirazione dalla musica berlinese e da quella araba, di cui si può sentire l’influenza nel brano Neukölln.

Nei testi della Triologia, Halloween Jack riesce a trasmettere il clima che vige nella Berlino dell’epoca, dove la Guerra Fredda è più di un concetto astratto, qualcosa che si respira nell’aria, che si sente sulla pelle, che si concretizza in quel Muro che la divide letteralmente in due. Quel Muro che Bowie vede quando si affaccia dagli Hansa Studio, sentendo ciò che la metropoli e i suoi cittadini provano. Lo racconta in musica:

Io, io riesco a ricordare

in piedi accanto al Muro

E i fucili, sparavano sulle nostre teste

e ci baciammo, come se niente potesse accadere

e la vergogna era dall’altra parte

Oh, possiamo batterli, ancora e per sempre

allora potremmo essere eroi anche solo per un giorno

In Heroes, ad esempio, Bowie canta di una scena che vede proprio dalla sua visuale privilegiata: due amanti si abbracciano contro il Muro, ignorando il clima di terrore che li circonda. Nel brano, il Duca Bianco aspira alla caduta di quella barriera, vuole l’unità per la città che tanto ama, e lo ribadisce nel 1987, quando torna in Germania per il Glass Spider Tour. David si esibisce ai piedi della Porta di Brandeburgo, con alcuni altoparlanti rivolti verso Berlino Est per permettere a coloro che abitano l’altra parte di sentire la sua voce: Noi salutiamo tutti i nostri amici che sono sull’altro lato del Muro.

Attraverso la sua musica, tenta di riunificare una città letteralmente divisa. E, così, quando intona quelle note, il pubblico lo sostiene, inneggiando a Gorbaciov e alla caduta di quelle pietre divisorie. Abattete il Muro! sono le parole che si intrecciano a quelle cantate da Ziggy: la folla trasforma Heroes in un’ode all’unità. Seppur non materialmente, Bowie anticipa quanto avverrà da lì a due anni e di cui lui racconterà, poi, in Where Are We Now?.

Ventimila persone

attraversano il Bösebrücke

Dita incrociate

non si sa mai

a spasso nei ricordi

Anche se il cantante lascia fisicamente Berlino nel 1978, la sua mente e il suo cuore, fino alla fine, ricorderanno e abiteranno sempre la città che lo ha accolto maternamente nel suo grembo, capace di curargli l’anima e ritrasformarlo semplicemente nel grande David.

La cura: David Bowie e Berlino
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