Interviste

La bellezza come riscatto

La bellezza salverà il mondo” diceva, tra gli altri, Dostoevskij, secondo quel concetto di bello che affonda le sue radici nell’antichità. Ed è questo il messaggio che traspare dall’incontro con il Presidente dell’associazione “Noi e Piscinola”, Umberto Laperuta, il quale ci ha ospitati per la proiezione di un film presso il Teatro Area Nord di Napoli. Attraverso l’arte, la poesia, il teatro, tutto quanto magnifica l’umanità, si possono compiere miracoli per il riscatto di chi vive in una condizione di precarietà, non solo materiale.

Come raccontato da Laperuta, l’associazione “Noi e Piscinola” nasce da un gruppo di amici d’infanzia cresciuti nell’omonima periferia, alcuni ancora residenti e altri non più – come lo stesso presidente, che ha lasciato il quartiere da quasi 40 anni – i quali, ritrovatisi grazie ai social, dopo aver ricostruito legami e ricordi, hanno cominciato a parlare della trasformazione subita dal quartiere negli anni. Un quartiere di lunga storia, che è stato uno dei casali della Napoli del viceregno spagnolo, ma che nell’ultimo cinquantennio è passato dall’essere una comunità agricola, operosa e cooperante, a Gomorra. Il deterioramento è stato dovuto soprattutto alla legge n.167 sull’edilizia popolare, la quale ha generato la cementificazione di una delle piane agricole più rigogliose della regione e la successiva frammentazione della comunità per effetto del tipo di ricostruzione operata nel post-terremoto.

Il Presidente ci ha fatto notare che, guardando alla città nel suo insieme, il centro storico vede ormai proiettato il suo futuro verso il turismo in crescita esponenziale. La Napoli Est, invece, ha le sue industrie, il polo aereonautico di Ponticelli, l’Ospedale del Mare e il polo ingegneristico della Federico II. L’area Ovest, dal suo canto, vanta lo Stadio San Paolo, la Mostra d’Oltremare, il più grande insediamento universitario in città e i tanti progetti legati a Bagnoli, ormai a un passo dal realizzarsi. Dunque, la sola zona rimasta senza una fisionomia e senza un’idea di sviluppo futuro, anche di tipo economico, rimane proprio l’Area Nord. “Noi e Piscinola”, quindi, propone di creare in quel territorio un grande polo per la città, costruendolo intorno all’unico centro culturale presente nei dintorni: il Teatro Area Nord.

Al termine della proiezione, abbiamo effettuato alcune domande al Presidente.

Come nasce la vostra associazione?

«Era il 2012 quando lo Stato decise di chiudere le piazze di spaccio a Scampia e i clan, alla ricerca di nuovi territori, avevano individuato a ridosso del parco pubblico “Mario Musella” di Piscinola una delle loro basi operative. Fu allora che decidemmo di costituire l’associazione di volontariato “Noi e Piscinola”, “occupando”, come prima iniziativa, proprio quel parco. Al nostro fianco scolaresche, insegnanti e cittadini, oltre che un centinaio di bandierine e cappellini gialli di Legambiente, con la collaborazione dell’ambientalista Annamaria Commeno Cicellynn, anche lei affezionata a quel territorio. Effettuammo, così, una bella ripulita a un giardino abbandonato al più assoluto degrado e, grazie al sostegno dell’Orto Botanico di Napoli, quel pezzo di verde pubblico fu riqualificato, ripiantando tante nuove essenze arboree, anche nella piazza principale. Forse non fu decisivo per dissuadere i clan dal loro intento, ma sicuramente fu un atto di rivoluzione civile importantissimo a seguito del quale si costituì poi un comitato di cittadini che ha vigilato sulle istituzioni affinché venisse completata la riqualificazione del parco. A quell’evento seguì la ristrutturazione di una piccola chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, abbandonata e in parte crollata sotto ai colpi degli scempi urbanistici del post-terremoto e dell’incuria. Da oltre un secolo, quel tempietto incarna un forte valore identitario della comunità piscinolese, e non solo, per ragioni legate al culto religioso. Fu edificata agli inizi del Novecento dalla stessa collettività che, dopo il lavoro, si ritrovava per mettere a disposizione del progetto le capacità professionali di ognuno, realizzando autonomamente l’opera. L’associazione NeP, cento anni dopo, decise di restaurarla proprio come allora, chiamando cioè a raccolta cittadini e imprenditori della zona. Fu un gesto di forte valore simbolico perché, attraverso la ricostruzione dell’edificio, era la comunità stessa che si riconosceva e si ricostituiva. Oggi quella chiesetta, con il suo verde perimetrale, è un piccolo gioiello e con essa si è riqualificato anche un pezzo dell’intero territorio.

A cosa si deve il vostro nome “Noi e Piscinola”?

«Per il nome da attribuire alla nostra associazione avremmo potuto scegliere uno più accattivante come “Anti Camorra per Piscinola” o altre suggestioni simili, invece abbiamo scelto “Noi e Piscinola”. Non crediamo nelle etichette ma solo nei contenuti, tantomeno crediamo nelle azioni “spot” che servono solo alla pur importante funzione del destare l’attenzione, ma con un effetto limitato nel tempo. Noi crediamo nella testimonianza di vita e nel tipo di scelte che si fanno quali uniche forze per debellare la cultura camorristica, orientando le persone verso il bello, la cultura e l’arte, e infondendo anche un pizzico di sano orgoglio identitario con il territorio dove si è scelto di vivere, in maniera continuativa e coinvolgente. Noi siamo i nostri comportamenti.

Che cosa rappresenta per voi la realtà della periferia?

«Per noi periferia non è solo un dato geografico, ma una metafora che racchiude tutte le marginalità, un territorio che attiene più all’anima che a uno spazio fisico. Per noi periferia è, appunto, un non luogo, patria di quegli “scartati”, evocati recentemente anche da Papa Francesco, dove in tanti si possono riconoscere indipendentemente dalla loro localizzazione. Ed è da qui che occorre ripartire per il sogno della realizzazione di un mondo migliore, costruendo ponti e abbattendo i muri, a cominciare da quelli dell’indifferenza e della diffidenza.»

In che modo è proseguita negli anni la vostra attività?

«Abbiamo realizzato decine e decine di manifestazioni con l’unico scopo di veicolare il nome Piscinola affiancato a eventi positivi, coinvolgendo la comunità e il territorio. Iniziative di promozione culturale rivolte alla riscoperta e alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale del territorio e anche alla valorizzazione di alcuni giovani talenti artistici. Il tipo e la qualità degli eventi realizzati negli anni – il cui elenco sarebbe tedioso e sterilmente autocelebrativo – abbinati all’affidabilità degli associati proponenti, hanno fruttato il coinvolgimento di “Noi e Piscinola” in un contesto di reti associative sempre più ampio, culminato con l’ingresso nel nuovo direttivo della prestigiosa Fondazione Premio Napoli e il coinvolgimento di NeP nella realizzazione di progetti culturali promossi e condivisi dalla Fondazione stessa. A questo si è aggiunta la firma di un protocollo d’intesa tra NeP e il carcere di Secondigliano per l’attuazione di un programma di attività culturali e artistiche da svolgere all’interno del penitenziario. Ma i maggiori sforzi profusi dall’associazione sono stati spesi nel sostegno a Lello Serao e al Teatro Area Nord di Piscinola da lui diretto. Si tratta di una struttura comunale affidata, mediante una convenzione, a Teatri Uniti di Napoli. Nel 2016 NeP ha creato una rassegna musicale dal titolo “Il Nostro CANTOLIBRE”, con un concerto al mese, realizzata grazie al sostegno della coop sociale “L’Uomo e il legno” di Scampia e il blog “CANTOLIBRE”, che ne ha veicolato la diffusione. Questa attività si è aggiunta al cineforum “Pupille&Papille”, realizzato già nel 2014, insieme a una rete di 17 associazioni territoriali come il GRIDAS, Legambiente, Arci Scampia, “Donne in rete”, “Porte invisibili”, Centro “Hurtado” e altre. L’introduzione di questi due progetti ha permesso di tenere aperto il teatro tutte le settimane con un’offerta diversificata, tra prosa, cinema e musica, ottenendo il risultato di allargare la platea di spettatori.»

Quali progetti avete per il Teatro Area Nord?

«Si potrebbe e si deve fare di più. Il sogno, che sempre più assume le forme di un progetto concreto, sarebbe quello di aprire la sala da 450 posti contenuta nel teatro stesso e che non è stata mai utilizzata per alcuni difetti di costruzione che ne impediscono l’agibilità. Essa necessita di una migliore impermeabilizzazione del tetto e l’adeguamento degli impianti resi desueti dagli anni trascorsi. L’utilizzo della sala permetterebbe di realizzare eventi medio-grandi, spalmando i costi di produzione su un più ampio numero di spettatori rispetto agli attuali 120, e mantenendo una politica di prezzi popolari. L’economia prodotta permetterebbe anche di finanziare progetti artistici originali e proposte di giovani autori. Inoltre, il TAN si trova all’interno del Lotto 14 B, un palazzone sempre di proprietà comunale, dunque, di migliaia di metri quadri abbandonati e semidistrutti, dai quali, con poca spesa, si potrebbero ricavare sale prove per teatro e musica, depositi per scenografie e foresteria per compagnie provenienti da fuori Napoli. Il teatro a Napoli rappresenta, in termini di incassi e numero di addetti, la prima azienda in città. Esso quindi non è solo attività culturale – probabilmente effimera per alcuni – ma, in una città come questa, grondante di talenti artistici, anche uno sbocco professionale. Il Comune potrebbe destinare questi spazi a un centro servizi a favore della rete dei teatri di Napoli, soprattutto i più piccoli, permettendo loro un risparmio considerevole dei costi per fittare sale prove, depositi e alberghi per le compagnie ospitate, e permettendo inoltre di liberare risorse da reinvestire in tanti nuovi progetti artistici. Il TAN verrebbe trasformato così in un centro di servizi e in un incubatore culturale della città. Contemporaneamente si creerebbe una circolazione di persone e progetti nel territorio, un flusso di normalità, stimolando anche un indotto economico e commerciale oggi depresso o inesistente.»

A fine serata, prima di lasciarci, Laperuta ci ha ricordato che Napoli Nord ha la media di età più bassa rispetto al resto della città, il numero maggiore di giovani e quindi dei partenopei del domani. Incidere oggi sulla loro qualità di vita, orientarli al bello, alla cultura dell’arte, significa incidere sul cambiamento e il futuro dell’intera città.
Un investimento a costi ridotti ma che, a regime, darebbe poi grandi frutti.

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