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Jüdisches Museum Berlin: quando l’architettura si fa Memoria

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. Sono solo alcune delle parole che Primo Levi scrive nel suo saggio I sommersi e i salvati (1986). In poche frasi concise e pregnanti, l’autore esprime l’impossibilità di comprendere l’Olocausto ma, anche, la necessità di ricordarlo affinché mai più una tragedia del genere colpisca un popolo. Preservare la memoria è importante, questo è quello che ci dice Levi, ed è questo che ci suggerisce il Jüdisches Museum Berlin, museo di Berlino che, attraverso i propri spazi e la sua architettura, cerca di raccontare millenni di storia del popolo ebraico in Germania. Una storia che proprio la follia della Shoah ha rischiato di far completamente sparire.

La necessità di raccontare il cammino ebraico nella terra dei Crucchi è stata sentita da Daniel Libeskind, architetto che ha ideato la struttura che ospita la collezione, ma che soprattutto è essa stessa un’opera da scoprire. Nato a Lodz in Polonia, poi naturalizzato statunitense, proveniente da una famiglia decimata dallo sterminio, l’architetto ha sentito il bisogno di narrare nella sua opera una storia personale, quella dei suoi familiari, e quella di un intero popolo. È partendo dalla pianificazione dell’edificio, detto anche Between the Lines, che Libeskind rappresenta la tormentata permanenza degli ebrei in Germania. La forma del museo, infatti, viene da molti identificata con una stella di David decomposta e destrutturata e si basa sull’incontro di due linee direttrici, una diritta ma frammentata in vari segmenti, e un’altra spigolosa e senza termine, che simboleggiano rispettivamente la storia giudaica e quella tedesca. Le due linee finiscono spesso per incontrarsi creando quelli che vengono detti voids, spazi non climatizzati, rappresentanti ciò che non può mai essere esposto quando si tratta di storia ebraica di Berlino: l’umanità ridotta in cenere.

Accedere al Jüdisches Museum non è affatto semplice, poiché la struttura non presenta un’entrata diretta: per entrarvici bisogna attraversare un vecchio edificio, in passato occupato dalla Corte d’appello prussiana, che oggi è il Berlin-Museum. Da qui, poi, si scende per una scala conducente a un sotterraneo, che altri non è che l’opera di Libeskind. Tale ingresso indiretto e tortuoso sta a sottolineare come effettivamente la storia tedesca e quella ebraica siano indissolubilmente legate, come effettivamente l’una non possa esistere senza l’altra, ma anche la difficoltà del cammino del popolo giudaico.

Se al suo esterno la struttura appare come un solido in zinco dalla forma irregolare tagliato da alcune fenditure che ricordano delle vere e proprie ferite, al suo interno essa si presenta come un incrocio a tre vie: tre strade si sviluppano dinanzi agli occhi del visitatore che può scegliere quale percorrere per prima. Questi corridoi sotterranei vengono denominati Asse della Continuità, Asse dell’Esilio e Asse dell’Olocausto e sono metafore dei diversi destini degli ebrei in Germania. L’Asse della Continuità ha una forma fortemente irregolare ma continua e conduce i visitatori alle sale espositive dei piani superiori. Lungo questo corridoio il visitatore ripercorre 2000 anni, dai primi insediamenti sul Reno nel Medioevo, passando per la triste parentesi dello sterminio e della deportazione, per poi arrivare alla contemporaneità.

L’Asse dell’Esilio è, invece, rappresentazione di ciò che hanno dovuto patire durante gli anni della persecuzione molti giudei che sono stati obbligati a lasciare la propria terra e i propri averi. Il percorso termina con una parete trapezoidale di vetro accanto alla quale vi è una porta che immette nel Giardino dell’Esilio, altrimenti detto Giardino E.T.A. Hoffmann: uno spazio di quarantanove metri quadrati, un luogo aperto, ma paradossalmente claustrofobico, dove il verde della natura e l’azzurro del cielo possono solo essere intravisti, poiché coperti da 49 pilastri (48 ricordano l’anno di fondazione d’Israele, il 1948, uno, invece, rappresenta Berlino), sui quali sono piantati degli ulivi. Forte, qui, è il senso di straniamento che spinge a scappare via: l’equilibrio viene perso a causa dell’inclinazione di sei gradi del piano calpestio e si è costretti ad appoggiarsi ai ruvidi pilastri. Il visitatore è quindi obbligato a fare esperienza dello smarrimento e del dolore provato da coloro che furono costretti a lasciare le proprie case, ma anche, attraverso gli ulivi, della speranza di farvi ritorno e della pace.

L’Asse dell’Olocausto è particolarmente impegnativo da percorrere, poiché anch’esso inclinato e il visitatore viene sottoposto a forti sbalzi termici. Ai suoi lati sono presenti delle teche di forma trapezoidale contenenti oggetti appartenuti alle vittime della Shoah, tuttavia, tali utensili non sono visibili se non da molto vicino, poiché oscurati da vetri opachi. Questo corridoio conduce a una porta scura, attraverso cui si accede in un corpo architettonico, della stessa forma, denominato Torre dell’Olocausto o Voided Void. La camera, senza alcun sistema di riscaldamento o raffreddamento, è completamente buia, se non per la luce che entra fioca da una fenditura sul soffitto ed è completamente vuota, eccetto per una scala impossibile da raggiungere. Una torre che è un vero e proprio luogo di morte, in cui chi vi accede si suppone possa rivivere le sensazioni provate dai deportati nei campi di concentramento o nelle camere a gas, che perdevano cognizione di tempo e spazio, che sapevano dell’esistenza della vita, ma abitavano nella morte.

Il Jüdisches Museum Berlin è molto più di un museo, è un luogo in cui immedesimarsi in un popolo che ha rischiato di perdersi nell’oblio, in un vuoto. Chi si reca in questo santuario non può fare a meno di sperimentare il dolore, l’angoscia, lo smarrimento, specialmente quando calpesta le facce di ferro ululanti che compongono l’istallazione dell’artista israeliano Shalechet: il rumore del metallo arrugginito che stride sotto i piedi e il silenzio improvviso che segue costringono a chiudere gli occhi e a sentire nella propria testa il passare dei treni sulle rotaie che portavano gli indesiderati in luoghi di non ritorno, le urla di quanti hanno percorso quel cammino senza speranza, vittime di una tragedia privo di senso che sia Libeskind sia Levi cercano di non far cadere nel dimenticatoio per evitare che si ripeta. I due artisti tentano di perpetuare la memoria di un odio ingiustificato e tremendo che l’uomo ha in passato provato ingiustificatamente contro qualcuno che non aveva nessuna colpa. Un odio che, purtroppo, ancora oggi continua a fare milioni di vittime, non nei forni crematori, ma in mare.

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