Interviste

Italiani all’estero: “Non sono un cervello in fuga”

“Da dove venite?” Da Napoli. “Ah, emigrante?” No, no, anzi, a Napoli avevo anche un lavoro, sono partito così per viaggià, per conoscere. So’ napoletano, ma no emigrante. Pare che un napoletano nun po’ viaggià, po’ solo emigrà. 

Questo il tormentone del celebre film del 1981 di Massimo Troisi, Ricomincio da tre, che il protagonista di questo incontro ha riportato alla mia mente quando mi ha preceduto in una domanda scontata, che si aspettava, dicendo subito: non mi sento assolutamente un cervello in fuga.

Il dott. Dario Nicetto, padovano classe 1983, che ho incontrato allo storico Caffè Pedrocchi della sua bella città natia, nel corso di una sua breve vacanza nel nostro Paese, tornava da Philadelphia dove sta svolgendo il post-dottorato presso il Cell and Developmental Biology Department all’Università della Pennsylvania (UPenn) nel laboratorio del Professor Ken Zaret, dopo essersi laureato in Biologia Molecolare all’Università di Padova e aver conseguito il dottorato di ricerca (Ph.D.) presso la Ludwig Maximilians-Univeristät (LMU) di Monaco di Baviera (Germania), dove per cinque anni ha lavorato su un progetto di biologia dello sviluppo con lo scopo di capire i meccanismi molecolari che regolano l’identità cellulare.

Gli ho chiesto subito in cosa consistesse oggi il suo lavoro di ricerca e in cosa si differenzia da quello svolto in Europa.

«Le domande cardine delle mie ricerche a Monaco prima, e a Philly ora, sono: come fa una singola cellula (lo zigote, frutto dell’unione dello spermatozoo e dell’uovo) a differenziarsi nella miriade di tipi cellulari che caratterizzano un organismo? Quali sono i meccanismi che portano una cellula a diventare neurone, piuttosto che una cellula del fegato? Per cercare di rispondere a queste domande durante il mio dottorato, utilizzo l’organismo modello rana (Xenopus) per comprendere alcuni dei meccanismi alla base dello sviluppo embrionale. A Monaco ho sviluppato anche un interesse per un altro campo della biologia molecolare: l’epigenetica*, termine che descrive un insieme di processi che altera l’espressione dei geni contenuti nel DNA senza però modificarne la sequenza.»

In parole comprensibili anche per i profani come me, come si svolge praticamente questo lavoro di ricerca?

«L’interesse per questi due campi della biologia molecolare mi ha portato a Philadelphia. Qui, studiando il topo come organismo modello, cerco di rispondere a domande simili a quelle del mio dottorato, utilizzando tecniche più sofisticate che si sono sviluppate in modo esponenziale negli ultimi anni. A esperimenti con embrioni, tessuti e cellule (wet biology) ho affiancato analisi bioinformatiche (dry biology) per cercare di ottenere un visione più completa, a trecentosessanta gradi, dei processi che portano cellule pluripotenti, ossia in grado di differenziarsi in diversi tipi cellulari, quindi a intraprendere un percorso di differenziamento che porta alla formazione di cellule specializzate (come quelle del fegato o del pancreas, per esempio). Il black box dei complessi processi che uniscono queste due fasi temporali dello sviluppo embrionale rappresenta ciò che sto studiando e che mi affascina della biologia.»

Monaco e ora Philly negli Stati Uniti: credo sia naturale chiedersi, pur immaginando la risposta, perché non in Italia?

«Diversamente da ciò che uno può immaginare, la mia è stata una scelta. Ho avuto una limitata esperienza lavorativa in Italia, durante la mia laurea triennale, in un laboratorio di genetica. È stata un’esperienza molto formativa, ho imparato tanto in quelle poche settimane e ho avuto un ottimo mentore. Ho scelto di andare all’estero perché incuriosito dal provare a vivere e lavorare in luoghi che non mi erano familiari e perché mosso dalla voglia di mettermi in gioco. Non mi sento assolutamente un cervello in fuga, né mi scaglio contro le poche risorse presenti in Italia per quanto riguarda la ricerca. In questi anni mi sono convinto che le idee e le persone fanno la differenza. E ne ho la conferma anche dai tanti bei lavori che vengono pubblicati da atenei italiani. Con questo non voglio negare che la situazioni in Italia sia complessa e che fare ricerca nel nostro paese sia più difficile che in altri posti, ma non sono queste le ragioni che mi hanno spinto ad andare all’estero.»

Quali sono le differenze sostanziali tra l’attività di ricerca in Italia  e quella in Europa o negli USA?

«Purtroppo la mia esperienza lavorativa in Italia si è limitata a poche settimane trascorse a preparare la tesi triennale. Come già detto, è stata una bellissima esperienza, ma mi è difficile paragonarla a progetti più complessi sviluppati in archi temporali di anni, come il dottorato e il post-dottorato. Quello che ho notato negli Stati Uniti è una disponibilità di risorse maggiori rispetto all’Europa. Non solo economiche, ma anche intellettuali. Ho la fortuna di lavorare in una delle migliori università a livello mondiale, il che mi permette di interagire con persone estremamente competenti e capaci in quello che fanno, brillanti, con le quali scambio spesso idee e ricevo consigli che mi aiutano a migliorare i miei progetti ed esperimenti. A livello di dipartimento ogni giorno ci sono seminari e meeting in cui gli scienziati presentano le loro ricerche più interessanti. Spesso ho la possibilità di parlare con questi professori. Ci sono anche molti workshop per migliorare ed espandere le proprie conoscenze pratiche. In altre parole, sono esposto a un ambiente estremamente stimolante. Anche a Monaco lo ero, ma meno rispetto a Philadelphia.»

E quali differenze hai riscontrato nei rapporti di lavoro e anche sul piano interpersonale in Europa e negli USA?

«Negli Stati Uniti i rapporti sono più professionali, il che non necessariamente è un aspetto solo positivo. Mi manca quel sentimento di “famiglia” che ho trovato a Monaco. Durante il mio dottorato ho lavorato in un dipartimento in cui i vari gruppi erano molto uniti, sebbene le tematiche dei progetti fossero diverse. Benché ci fossero sette, otto team, si aveva la sensazione di essere in un unico grande gruppo. Si lavorava insieme e insieme ci si trovava a fare attività extra-lavorative (partite di calcio, party, cene). Tutto ciò consolidava i rapporti interpersonali. Sebbene anche a Philadelphia mi senta a mio agio con le persone con cui lavoro, ho notato che questi legami sono diversi. Sicuramente ciò è anche dovuto alla differenza tra il dottorato, che rappresenta un processo formativo limitato nel tempo e necessario per lo step successivo, e il post-dottorato, in cui le responsabilità aumentano, si è molto più indipendenti e più focalizzati sul lavoro.»

A Philadelphia lavori con colleghi italiani o americani?

«Sia a Monaco che a Philly ho lavorato e lavoro con colleghi provenienti da diversi paesi. È una risorsa e uno degli aspetti più appaganti del lavorare all’estero. Nel mio gruppo ci sono degli americani, due colleghe giapponesi, una coreana, un francese e una  portoricana. Favoloso!»

Il progetto al quale lavori può ritenersi che dia qualche risultato concreto a breve? E quali benefici concreti apporterà?

«Facendo ricerca di base è difficile che il progetto su cui lavoro porti a qualche risultato concreto, se per risultato concreto intendiamo cure a malattie. L’importanza del mio compito sta nel proporre strumenti e comprendere meccanismi molecolari che caratterizzano anche malattie e processi aberranti come il cancro. Non porta a risultati immediati, ma rappresenta una base su cui sviluppare approcci clinici più efficienti.»

Domanda finale di rito: avendone l’opportunità ti piacerebbe svolgere il tuo ruolo di ricercatore in Italia?

«È la domanda più difficile! L’Italia manca, molto. Manca la famiglia e mancano gli amici. Non posso negare che mi piacerebbe tornare e lavorare nel mio paese. L’unico timore che ho è quello di “chiudermi” in un mondo che già conosco e perdermi quello che tutto ciò che è altro rispetto a me può offrirmi. È un concetto un po’ difficile da spiegare, ma il vivere all’estero mi fa capire quanto fortunato io sia a essere italiano e, al tempo stesso, mi permette di espormi a nuove culture.»

*Il merito per avere coniato, nel 1942, il termine epigenetica, definita come la branca della biologia che studia le interazioni causali fra i geni e il loro prodotto e pone in essere il fenotipo, viene tributato a Conrad Waddington (1905-1975). Già nella metà del diciannovesimo secolo si trovano tracce dell’epigenetica in letteratura, sebbene le sue origini concettuali risalgano ad Aristotele (384-322 a.C.), il quale credeva nell’epigenesi, ossia nello sviluppo di forme organiche individuali a partire dal non formato. Questa visione controversa è stata la prima argomentazione a opporsi al concetto che l’essere umano si sviluppi da minuscoli corpi completamente formati. Anche oggi le opinioni su quanto siamo preprogrammati e quanto forgiati dall’ambiente non sono unanimi. L’epigenetica si è fatta strada per spiegare il divario fra natura ed educazione. Nel ventunesimo secolo viene perlopiù definita come lo studio delle modifiche ereditabili nella funzione del genoma che si verificano senza cambiamenti della sequenza di DNA.

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