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Interviste

Italiani all’estero: intervista al dott. Dario Nicetto

Il nostro viaggio comincia da una delle città più belle e interessanti della California, San Francisco, dove abbiamo voluto incontrare nuovamente il dott. Dario Nicetto, ricercatore padovano prima a Monaco, poi a Philadelphia e da qualche mese nel centro californiano per eccellenza. Sono trascorsi poco più di due anni dalla precedente intervista: Philadelphia era la sua sede di lavoro ma, anche, la città delle passioni sportive e non solo, come quelle che, senza batter ciglio, il nostro interlocutore ha trasferito nella sua nuova casa. Mi riferisco alla passione per la buona cucina, rigorosamente senza contaminazioni, la pizza soprattutto e il buon pane fatto in casa.

Dalla Germania alla Pennsylvania e poi in California proseguendo nel suo lavoro di ricerca sempre ribadendo di non essere un cervello in fuga ma emigrato per scelta, al dott. Nicetto abbiamo rivolto alcune domande alle quali ha risposto con grande disponibilità e simpatia.

San Francisco per un turista come me rappresenta quanto di meglio la società americana possa offrire anche in termini di immagine di centro culturalmente aperto. Com’è stato il tuo approccio con la città e quali le differenze con Philadelphia, a tuo avviso?

nicetto«Philadelphia e San Francisco sono entrambe due città molto belle. Dopo sei anni vissuti a Philly mi sento di dire che è piuttosto sottovalutata. La gente visita New York, ma non coglie la possibilità di visitare la città in cui è stata firmata la Costituzione americana, per citare un esempio. Philadelphia è un luogo ricco di storia, con molti musei, il centro è piacevole da girare ed è ricco di ottimi ristoranti. Con San Francisco, invece, devo ancora entrare in sintonia. Una differenza che apprezzo rispetto a Philly sono i piccoli quartieri, ognuno con una propria identità. Una sorta di piccole città all’interno di San Francisco. Noe Valley e Pacific Heights, per esempio, sono molto caratteristiche. Ma anche quartieri più piccoli, come Cole Valley e Ashbury Heights rappresentano piacevoli zone da visitare. Un altro aspetto unico sono le innumerevoli colline sparse per la città. Sono aree molto belle da esplorare, in primis per godere di viste mozzafiato del paesaggio circostante, ma anche per staccare dai ritmi della città. Il clima è decisamente diverso rispetto alla East Coast. Molto soleggiato, mai troppo caldo o troppo freddo. Non c’è alternanza di stagioni. Anche la nebbia ha il suo fascino, qui. La si vede letteralmente arrivare dall’oceano e ricoprire la città. Si muove veloce, a banchi, invade alcune zone, ma altre ne restano prive».

Come hai trovato il nuovo ambiente di lavoro? Hai lasciato un po’ del tuo cuore a Philadelphia?

«Assolutamente sì. A Philly sono stati anni favolosi. Lavorativamente parlando, mi sono ritrovato in un ambiente estremamente coinvolgente, che mi ha permesso di crescere tanto. UPenn offre molte risorse, non solo economiche, ma anche intellettuali. Ho avuto la possibilità di incontrare scienziati di fama mondiale, di prendere parte e persino presentare meeting molto istruttivi. Nell’azienda in cui lavoro ho ritrovato molto di ciò che ho lasciato a Philadelphia. Due erano (e restano) gli aspetti che ho cercato per la mia nuova esperienza: scienza di alto livello e ambiente lavorativo collaborativo e stimolante. Ho iniziato da tre mesi e sono molto contento della scelta che ho preso».

Di cosa ti occupi  ora nel campo della ricerca, quale il progetto?

«L’azienda per cui lavoro, Ambys Medicines, si occupa di medicina rigenerativa. Nello specifico cerchiamo di sviluppare terapie cellulari e geniche per migliorare malattie del fegato. Le terapie cellulari prevedono il trapianto di cellule funzionanti per sostituire tessuti danneggiati (per esempio un fegato cirrotico), mentre la terapia genica prevede il trasferimento di frammenti di materiale genetico (DNA) all’interno di cellule mal funzionanti per alleviare condizioni patologiche. Io faccio parte del gene therapy team e tra i vari progetti stiamo cercando di identificare nuovi marcatori molecolari per migliorare il funzionamento di cellule del fegato danneggiate».

Quanti colleghi collaborano al progetto e quali le provenienze?

«L’azienda è una start-up, formata a oggi da 50 persone, due terzi delle quali lavorano in ambito scientifico. A differenza dell’accademia, in cui dovevo sviluppare il mio progetto, qui mi trovo a interagire spesso con altri scienziati, soprattutto con quelli il cui background è diverso dal mio (persone con esperienze in farmacologia, biotecnologia etc.). L’ambiente è molto internazionale, sebbene la percentuale di americani sia maggiore rispetto che in ambito accademico».

Due miti del cinema, nati a dieci anni di distanza l’uno dall’altro ma entrambi a  San Francisco, Clint Eastwood e Bruce Lee, il primo noto per la sua freddezza di classe e il secondo per l’arte del Kung-fu: quale dei due rappresenta meglio l’ideale di comportamento da tenere nella tua realtà universitaria?

«Direi un mix di entrambi. Il collante di tutto, però, resta la passione, la voglia di continuare a imparare aspetti nuovi e cercare di far fronte a situazioni negative (all’ordine del giorno quando si fa scienza) nel migliore dei modi».

Il nostro prossimo incontro dove ritieni possa avvenire, ancora a San Francisco, in un altro stato americano o in Italia?

«Per ora, ti invito ancora a San Francisco, ma quando deciderò di comprare casa, credo che dovrò spostarmi in qualche altra città!»

La risposta che chiude l’intervista sembra contenere già un programma, per Dario Nicetto. Nulla avviene a caso e anche un mio ritorno nella bella città californiana potrebbe non essere tanto casuale.

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