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“It” e le aspettative tradite

Il film It, nella prima trasposizione cinematografica del magnum opus di Stephen King, ha riscosso un successo straordinario tra gli amanti del romanzo e tra coloro che ricordano la miniserie del Novanta come l’horror per eccellenza che ha segnato la loro infanzia.

Il lungometraggio, che ha distillato o fatto emergere in milioni di giovani la paura per i clown, figure divertenti e inquietanti allo stesso tempo, ha adesso rivoluzionato l’immagine del Pennywise in stile Ronald McDonald cui Tim Curry ci aveva abituati. Il pagliaccio – interpretato da un giovane e talentuoso Bill Skarsgård mostratosi degnamente all’altezza del ruolo – si presenta, infatti, nella pellicola di Andy Muschietti, con un costume argentato elisabettiano e un sorriso malvagio. Ha un aspetto più antico, così com’è antico It, il male che da sempre si trova sulla terra, e i suoi tratti comici non sono più in quel travestimento arancione con i pompon, ma nelle movenze, nelle risate angoscianti e nella sua ambigua danza da clown ballerino.

È, forse, proprio il nuovo Pennywise il successo maggiore dell’It di Muschietti, affiancando – senza scavalcarla – la magistrale interpretazione di Tim Curry. Esso è parte attiva del film, domina la maggioranza delle scene e, laddove non è visibile, lascia tracce della sua onnipresenza. Allo stesso modo, la sua controparte, la Tartaruga – ben conosciuta dai lettori come il Bene nato prima ancora dell’universo stesso – per questioni tecniche non emerge come personaggio all’interno della pellicola, ma riesce a ritagliarsi un piccolo spazio, lasciando spie della sua partecipazione e del suo supporto nella missione dei protagonisti contro It. Ad esempio, la si vede per qualche secondo nella camera di Georgie, quando Bill tiene tra le mani una tartaruga Lego.

Perfetta è, poi, l’interpretazione dei Perdenti da parte dei giovani attori, che in ogni scena hanno tentato di ricreare il più fedelmente possibile la personalità di ciascun personaggio. Peccato per Stan, invece, la cui complessità psicologica non ha decisamente giustizia, se non in poche e veloci scene come quelle in cui, sceso dalla bici, la poggia rigorosamente sul suo cavalletto, mentre gli altri lasciano cadere le proprie sull’asfalto con incuranza. Riguardo Mike, anche lui messo da parte, si può attendere speranzosi una sua ribalta nella seconda parte, se si rispetterà la storyline.

Se la recitazione merita la lode, così come gli effetti speciali e le scenografie, impeccabili e sorprendentemente realistici nella loro inverosimiglianza, l’intero impianto del film, invece, lascia molto a desiderare.

Sin dal principio sorge, infatti, un’incongruenza che fino alla fine farà storcere il naso e pensare che nel romanzo non sia assolutamente così. È una violenza, una distorsione inaccettabile, che avranno potuto notare anche i non lettori i quali hanno conosciuto la miniserie. Si tratta della morte di Georgie, il cui corpo in realtà viene ritrovato meno di un minuto dopo la sua triste fine.

«Tutto quaggiù vola», bisbigliò la lurida voce sghignazzante e a un tratto ci fu lo schiocco di una lacerazione e contemporaneamente una vampata accecante di dolore, poi George Denbrough non seppe più nulla.

Dave Gardener fu il primo ad arrivare e anche se erano passati solo quarantacinque secondi dal suo primo strillo, George Denbrough era già morto. Gardener lo prese per il dorso dell’impermeabile, lo trascinò nella strada… e cominciò a gridare a sua volta quando il corpicino gli si rigirò fra le mani. Ora il lato sinistro dell’impermeabile di George era rosso vermiglio. Il sangue defluiva nello scarico dello squarcio frastagliato in corrispondenza del braccio sinistro mancante. Orribilmente bianca, l’estremità arrotondata di un osso sporgeva dal tessuto strappato.

Gli occhi del bambino erano fissi al cielo lattiginoso e mentre Dave tornava barcollando verso gli altri che scendevano a rotta di collo per la strada, cominciarono a riempirsi di pioggia.

Come può una scena così altamente fotografica e cinematografica essere cambiata? E come si può sostituire al dolore lacerante della morte brutale del proprio fratello, l’incertezza e la non accettazione che nascono dalla “sola” scomparsa? Una scelta dovuta, probabilmente, alla necessità di giustificare gli sforzi di Bill nella ricerca di It con la speranza di ritrovare il suo familiare, piuttosto che per pura vendetta, eppure risulta difficile credere che non si potesse pensare a un altro escamotage.

Emerge a stento, inoltre, il rapporto conflittuale dei piccoli con i grandi, in particolare con i propri genitori, aspetto chiave all’interno della storia, poiché è ciò che impedisce ai Perdenti di chiedere aiuto agli adulti, cavandosela da soli in ogni momento. Gli adulti sono assenti per la maggior parte del tempo nella vita dei propri figli, e laddove sono presenti non fanno che danneggiarli, plagiarli. Si può assistere al tentativo di dare voce a tale dolorosa contrapposizione nella rappresentazione del rapporto tra Beverly e suo padre, e in un paio di rapidissime scene in cui si tratteggia l’atteggiamento asfissiante della signora Kaspbrak nei confronti del figlio Eddie, tuttavia non c’è spazio per il rancore di Ben nei confronti di una famiglia che lo maltratta ed emargina al pari dei suoi compagni di scuola e, soprattutto, per il dolore che ha segnato fatalmente la famiglia di Bill, distruggendola.

Papà e mamma erano dabbasso a guardare la televisione. Parlavano poco, seduti alle due estremità del divano come fermalibri. C’era stato un tempo in cui la saletta della televisione che dava in cucina si animava di voci e risa, certe volte al punto che non si udiva più niente del programma in onda. […] Anche quei giorni papà e mamma si sedevano come fermalibri sul divano, ma c’erano lui e George a fare da libri. Bill aveva tentato di fare il libro fra di loro guardando la televisione, dopo la morte di George, ma c’era da finire intirizziti. Veniva un freddo da entrambe le direzioni che il piccolo congelatore cardiaco di Bill non era in grado di tenere a bada. Aveva smesso perché quel freddo gli ghiacciava le guance e gli faceva lacrimare gli occhi.

Non è anche questo, in fondo, l’horror di Stephen King? Come può fare così paura l’azione di Pennywise, se non se ne mostrano mai le conseguenze?

«Vai, Bill», aveva mormorato suo padre. La sua voce era soffocata e tremante. La sua schiena sussultava. […] Aveva ubbidito, incamminandosi mogio per il corridoio del primo piano da dove sentiva la madre che piangeva a sua volta in cucina. Erano singhiozzi striduli e disperati. Bill aveva pensato: ma perché piangono così lontani? E aveva subito scacciato quel pensiero.

Tutto questo viene eclissato, riassunto in un breve discorso da parte di Bill in cui racconta quanto sia triste andare a casa senza trovarvi suo fratello a riempirla con la sua voce. Viene raccontato, ma mai mostrato.

Vedere It ha significato principalmente assistere a continui colpi di scena, a incessanti ed eccessivi tentativi di fare horror con inseguimenti, suspense e un’abitazione buia con porte che si chiudono isolando i personaggi. Tuttavia, nonostante i suoi alti momenti, che, certo, non sono mancati, la pellicola avrebbe avuto bisogno di più spessore, di un’anima, quella dei bambini che creano un’unione magica nella loro complicità e le loro sofferenze, nella loro unica capacità di intravedere, di scorgere un mondo che agli adulti sfugge ma che rappresenta la verità delle cose.

Una nota positiva è stata, comunque, l’impeccabile scena di Ben che viene catturato da Bowers, con la conseguente battaglia di sassi. Un gioiello che per diversi minuti ha trasportato l’essenza del libro sul grande schermo, in un modo straordinario e quasi commovente. Meglio tralasciare, invece, la difficoltà a non annoiarsi durante la prima parte del film, le numerose incongruenze, come lo svolgimento della battaglia finale – a quel punto, il regista aveva dimenticato che c’era un romanzo a cui dover tentare di essere fedele – e l’assenza di quei dettagli che, invece, avrebbero potuto fare la differenza restituendo alla storia il suo spirito originale.

Se si vuole vedere un horror, It può forse andare bene, ma quel che è certo è che gli appassionati della penna di Stephen King hanno avuto conferma di doversi arrendere di fronte all’impossibilità di una trasposizione fedele del capolavoro che hanno amato.

 

 

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