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ISTAT: in Italia non nascono più bambini

Non riesce più a dormire Benino, quest’anno sa che non arriverà. Il sonno profondo che lo ha reso famoso gli sembra ormai inutile, molesto, passivo perché senza sogni. È infastidito, i fogli di giornale nel quale lo hanno avvolto undici mesi fa per preservarlo dall’usura del tempo gli stanno stretti, ne impediscono la respirazione a pieni polmoni. Vorrebbe godersi i preparativi da sdraiato, occhi chiusi e gambe accavallate, e, invece, da lì non si muoverà. Nessuno, stavolta, aprirà gli scatoloni, Benino resterà in cantina insieme a tutti gli altri, solo nella sua cameretta appena abbozzata. Non avvertirà il passaggio della cometa, non ci sono doni da consegnare, tantomeno cammini da illuminare. La capanna resterà spoglia, vuota, silenziosa: nessun pianto, nessuna risata, il bue e l’asinello non avranno cuori da riscaldare. Perché, in Italia, i bambini non nascono più. Nemmeno sul presepe.

È notizia di appena pochi giorni fa il nuovo rapporto ISTAT dedicato alla natalità e alla fecondità della popolazione residente nel Bel Paese. Uno studio che conferma il trend già più volte denunciato negli ultimi anni di un calo demografico che non vuole saperne di arrestarsi. Nel 2017, si legge nel documento, sono stati iscritti in anagrafe per nascita 458.151 bambini, oltre 15mila in meno rispetto al 2016. Nell’arco di tre anni le nascite sono diminuite di circa 45mila unità mentre sono quasi 120mila in meno rispetto al 2008. La fase di calo della natalità innescata dalla crisi […] sembra quindi aver assunto caratteristiche strutturali. Le motivazioni, ci spiega l’Istituto Nazionale di Statistica, sono molteplici e altrettanto gravi. Prima tra tutte, la diminuzione della popolazione femminile che, nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 49 anni, si presenta con 900mila unità in meno, generando il conseguente abbassamento dei livelli di fecondità, in atto ormai da troppo tempo. Il numero medio di figli per donna, infatti, è sceso a 1.32 (1.46 nel 2010).

Il calo dei nati è particolarmente accentuato per le coppie di genitori italiani, che si sono ridotte a 358.940 nel 2017, dunque 14mila in meno rispetto al 2016 e oltre 121mila in meno rispetto al 2008. Negli ultimi cinque anni, però, sono diminuiti anche i nati con almeno un genitore straniero (meno 8mila) – per la prima volta dal 2008 sotto i 100mila (99.211, il 21.7% sul totale dei venuti al mondo) – e, soprattutto, i bambini concepiti da due stranieri (67.933). A decrescere dall’anno che ha dato ufficialmente il via alla crisi, anche i figli di coppie coniugate. Nel 2017, ad esempio, sono stati 316.543 (meno 147mila), un abbassamento netto dovuto di certo all’andamento delle nozze che non si celebrano più. Basti pensare che negli ultimi dodici mesi se ne sono registrate appena 191.287. Ad aumentare, di conseguenza, sono stati i pargoletti al di fuori del vincolo matrimoniale, per un totale di 29mila unità in più rispetto al 2008. Il calo della natalità si è riflesso soprattutto sui primi figli (214.267 nel 2017), diminuiti del 25%. Nello stesso arco temporale la prole di ordine successivo al primo si è ridotta del 17%. Numeri, soprattutto quelli relativi ai primogeniti, che risultano responsabili per il 68% della scarsa fecondità delle italiane e per l’81% delle straniere, con le prime che hanno avuto in media 1.24 bambini (1.34 nel 2010) e le seconde 1.98 (2.43 nel 2010). A tal proposito, al primo posto per numero di iscritti all’anagrafe, si sono confermati i rumeni (14.693 nati nel 2017), seguiti dai marocchini (9.261), dagli albanesi (7.273) e dai cinesi (3.869). Comunità che rappresentano il 51.8% del totale dei nati non italiani.

Contemporaneamente, si è osservato uno spiccato aumento della percentuale di donne senza figli: per le nate nel 1950 è stata dell’11.1%, mentre per quelle venute al mondo nel 1960 del 13%. La generazione del 1977, invece, si stima che raggiungerà – a fine del ciclo di vita riproduttiva – il 22%. Lo stesso Matteo Salvini, qualche mese fa, ha tuonato: «La vera emergenza d’Italia? Sono le culle vuote», doppiato prontamente dal Ministro della Famiglia (tradizionale) Lorenzo Fontana. Un’urgenza che, però, sembra essere passata in secondo piano sia per il suo partito sia per il movimento pentastellato che di tanto hanno parlato da quando sono al governo tranne che di reali – e contingenti – misure volte alla crescita di una nazione che è stata definita, in un altro rapporto targato ISTAT, come la più vecchia al mondo dopo il Giappone. Si stima, infatti, che nello Stivale vi siano 168.7 anziani ogni 100 giovani, con le aspettative di vita che variano sensibilmente di regione in regione: al Nord e al Centro gli uomini e le donne hanno maggiori probabilità di arrivare a un’età avanzata di oltre 80 anni e a 70 in buona salute. Al Sud, invece, in città come Napoli, l’aspettativa scende di circa un triennio, mentre gli anni in buona salute arrivano addirittura a 51.7 per gli uomini e 50.6 per le donne in zone come Basilicata e Calabria. Errato, tuttavia, definire il nostro come un Paese per vecchi, lì dove per chi ha diritto alla pensione non c’è data di scadenza a un lavoro che logora sin dalla gioventù.

Si fa fatica a pensare che lo Stivale possa vedere incrementare i suoi figli con la sola promessa di appezzamenti di terra, quando a mancare sono le principali condizioni necessarie: nidi gratuiti per le mamme impiegate – come avevano annunciato nei loro rispettivi programmi da Lega e Cinque Stelle, dimenticando poi di inserirli nel contratto di governo –, costi ridotti se non nulli dei prodotti per la cura dell’infante – pappine, pannolini, latte in polvere, e così via – consentendo a tutti di pensare a una possibile prole, sostegno concreto alle famiglie e occupabilità femminile, sempre più minata non solo prima, ma anche e soprattutto dopo la gravidanza. Insomma, non basterà uno spot al limite dell’imbarazzante voluto dalla Chicco. Sarà necessario, per assicurare un futuro degno di essere vissuto a questo disastrato Paese, invertire la rotta, sovvertire le classifiche, smettere di essere sempre tra gli ultimi, incoraggiare i giovani a restare offrendo loro tutele e opportunità, affinché tra le prime cento città al mondo in termini di occupazione, l’Italia smetta di piazzare soltanto tra le ultime venti centri come Milano e Roma, rispettivamente all’86esimo e al 92esimo posto, totalizzando punteggi scarsi in quanto a immigrazione e possibilità di avanzamento per le donne e presentando basse percentuali di impiego per gli stranieri.

Alla luce di questi dati, quindi, che Benino non riesca a dormire non appare poi tanto strano. Incomprensibile, invece, è come ci riesca ancora chi vive questi territori, sempre più solo e abbandonato a se stesso. Il sonno profondo che ha reso noto il pastore napoletano ha contagiato tutti, i fogli di quei giornali che non leggiamo coprono gli occhi, impediscono uno sguardo onesto – e lucido – sul mondo. La capanna, intanto, resta spoglia, vuota, silenziosa: nessun pianto, nessuna risata, il bue e l’asinello non hanno cuori da riscaldare. Perché in Italia i bambini, così come le speranze del domani, non nascono più. Nemmeno sul presepe.

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