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Iran: la favola della libertà raccontata da Rohani

A scuola ci hanno insegnato che da qualsiasi lato la si guardi, una sfera appare sempre uguale. La Terra, però, non è una sfera perfetta. Questo principio, quindi, qui non vale. Così, mentre una parte del mondo è ancora impegnata a finire i panettoni e a provare a smaltire i chili delle feste, un’altra, in guerra, lotta per la libertà.

In Iran, il 2018 si è aperto con un buon proposito: non morire di fame. Da nord, nei pressi della città di Mashhad, la protesta contro il carovita, esplosa il 28 dicembre scorso, si è trasformata in grido di emancipazione in tutto il Paese. Il governo, aperto al dialogo, ha risposto con il fuoco.

Il popolo iraniano è libero di manifestare, ha dichiarato dopo giorni il magnanimo Rohani, a patto che le proteste siano autorizzate e legali. Certo, non fa una piega. Tutti crediamo che il moderato presidente di Teheran sarebbe pronto ad autorizzare manifestazioni che vadano contro il suo stesso regime pur di evitare la violenza.

Stando a quanto affermato dal governo, infatti, la colpa delle morti sarebbe degli iraniani guerrafondai: sono loro ad aver abusato del diritto alla protesta. E, allora, proprio perché la violenza non serve, i cani fedeli delle forze armate sono presto intervenuti – di certo, non in modo pacifico – per sedare i manifestanti. Ma, tanto, ormai abbiamo capito tutti da tempo che anche Rohani è solo una pedina di un’organizzazione più grande.

Da Teheran il presidente ci aveva provato a restare zitto. Non è colpa sua se gli eventi sono precipitati, i morti moltiplicati e gli arresti non si contano più. E cosa poteva dire? Che ci sono troppi interessi, che la gente muore perché ai piani alti c’è chi ha il terrore di perdere un briciolo dei propri privilegi, che l’Iran non è mai stato veramente libero e il mondo intero continua a giocare a Risiko sulla pelle di chi subisce e non ne può più? Certo che no. Molto meglio addossare la colpa ai suoi avversari conservatori, piuttosto: sono loro che fomentano il popolo, non la fame.

Il popolo iraniano è libero di manifestare. Lo testimoniano esempi come la giovane ormai simbolo delle lotte, l’attivista che, sulla scia dell’opposizione, aderendo alla campagna lanciata da Masih Alinejad, si è tolta il velo in strada agitando un drappo bianco. Lei era così libera che ci hanno messo poco a gettarla dietro le sbarre. Essere rinchiusa da dissidente, però, è sempre meglio che continuare la recita all’aperto della brava donna islamica, schiava per scelta, che sottostà alle leggi del Corano e non esce mai senza il suo hijab.

Intanto, l’Occidente si scandalizza, sa fare poco altro. Anche l’irridente Trump fa il sostenitore dei diritti umani, appoggiando gli insorti, e la confusione manda in crisi se si pensa che lo stesso uomo che non ha mai nascosto il suo odio per i musulmani, ai suoi occhi tutti terroristi, adesso difende protestanti islamici. Ci rendiamo conto che l’unica cosa che davvero accomuna tutto il globo sono le dichiarazioni dei politici, infinite sfumature di ridicolo, insieme al pregiudizio per cui quelli sbagliati sono sempre gli altri: noi, nella stessa situazione, ci saremmo comportati diversamente, non ci saremmo mai abbassati a certe regole. Non avremmo mai sottomesso mogli e figlie.

Chi ha il coraggio di sentirsi diverso ha sicuramente dimenticato le pubblicità misogine e razziste degli anni Cinquanta che oggi ogni tanto ancora si vedono. Come affermava la filosofa tedesca Hannah Arendt, il male è banale, non guarda in faccia a nessuno e si nasconde dietro le maschere perbeniste degli uomini e delle donne di tutto il mondo. È comodo giudicare dall’alto della propria vita piena di diritti già conquistati da altri, protagonisti di tradizioni più fortunate o, semplicemente, più subdole. Non illudetevi, uomini occidentali: se non imponete il velo è solo perché siete nati in una società che osanna il nudo. Ma il vostro culto del corpo-oggetto femminile non offende meno le donne.

Qui facciamo i paladini della giustizia, ci battiamo per la difesa dei diritti. Magari, poi, obblighiamo i nostri figli a seguire le nostre scelte, a continuare il lavoro del padre. I genitori islamici che castrano le proprie figlie nella dignità non sono molto diversi. A cambiare sono i preconcetti, gli indottrinamenti: in fondo, siamo tutti schiavi di qualche legge scritta da nessuna parte e marchiata a fuoco nella mente dei conformisti. Professiamo esigenze di libertà culturale, ma poi fatichiamo ad accettare culture diverse. Così, non sbaglia solo chi impone il velo, sbaglia anche chi lo indossa perché ci crede davvero. Nessuno è veramente libero. Se sono in Italia devono seguire le nostre regole, frequentare le nostre chiese, sentiamo dire. Ma non ci si può aspettare di sostituire in un attimo il pudore custodito gelosamente per millenni con i minishorts di una società senza veli.

La stessa Masil Alinejad non ha rischiato il linciaggio per l’abolizione dell’hijab. Il suo le si era fatto pesante perché se nasci donna in una società musulmana, nasci già con il velo. Ha combattuto e combatte, quindi, anche per chi quel simbolo lo indossa e vuole mantenerlo: per fare in modo che una donna si copra perché desidera farlo e non per sfuggire alle minacce armate di familiari e conoscenti.

Per questo, la lotta continua e, nonostante le intimidazioni, si fa più forte. Altre donne si tolgono il velo e lo Stato che le aveva definite libere adesso blocca l’accesso ai social network per evitare i raduni in strada. Chiude la bocca, almeno ci prova, ma una vita senza diritti non è vita e queste attiviste non hanno più molto da perdere. Come gli uomini costretti a vedere i propri figli morire di fame e le proprie donne maltrattate da altri uomini.

C’è aria di cambiamento, leggiamo sui giornali. E dentro sentiamo che questo cambiamento richiederà altri sacrifici umani. Ci facciamo un’idea, guardiamo la televisione e anche noi come Trump difendiamo i protestanti, ma poi anche noi come il presidente americano ci lamentiamo degli immigrati e, appena vediamo una donna con il velo camminare per le nostre strade, ci viene da addossarle la colpa della sua sottomissione.

C’è aria di cambiamento, sì, ma questo mutamento non si concretizzerà finché non capiremo che ogni lotta è lotta per l’affermazione della libertà e che questa libertà non è quella condizionata dalle nostre convinzioni e abitudini, ma è molto più ricca e molto più importante: è la manifestazione del diverso. La costante resta una: che l’altro possa esprimersi come vuole e perché vuole e non per l’imposizione di qualcuno. Volendo dirlo in altre parole, quelle di Chaplin, bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze, perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero, senza piegarsi ai condizionamenti.

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