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Iqbal Masih e i bambini senza futuro

Mi han detto che il pallone con cui gioco

la domenica mattina

forse è fatto da un bambino,

un bambino come me.

Inizia così una delle canzoni più significative dello Zecchino D’Oro, il Festival Internazionale della Canzone del Bambino, in cui, con tristezza e poi speranza, si affronta un tema ancora oggi attuale: lo sfruttamento minorile. Una piaga che non conosce tempo né luogo d’origine, ma che ormai fa parte di ogni continente e nazione. Sia pure in diversa scala d’intensità, infatti, essa ci tocca tutti da vicino.

Attualmente, il numero di bambini coinvolti è stimato intorno ai duecento milioni, di cui circa trecentomila in Italia.

Nei paesi meno sviluppati (­nell’Africa Subsahariana e nell’Asia Meridionale), secondo i dati dell’Unicef, lavora circa un bambino su quattro tra i 5 e i 14 anni. In questi paesi, il lavoro minorile è vera e propria schiavitù di cui beneficiano anche le nazioni più all’avanguardia, quelle che si mostrano tanto indignate di fronte al suddetto fenomeno. È facile immaginare che, laddove ci sia maggiore povertà, aumenti considerevolmente il numero di bambini costretti a lavorare per dieci ore o più.

È così… sì, sì, purtroppo è così.

È difficile, invece, immaginare tanti bambini e ragazzini alle prese con sfiancanti macchinari industriali e agricoli, a lavorare la terra rinfrescandosi con il loro stesso sudore, a produrre quelle bambole e quei palloni che non dovrebbero essere sinonimo di fatica e repressione, ma di sorrisi, spensieratezza e libertà. È davvero difficile immaginare quei volti spenti, così piccoli, ma il cui sguardo non ha più nulla che possa avvicinarsi all’entusiasmo contagioso dei bambini.

Sono stati prodotti tanti film allo scopo di aiutare a figurarsi questa cruda realtà, tra cui lo straordinario Iqbal, che ripercorre, con inevitabile durezza, le tappe più significative della vera storia di Iqbal Masih (nel film, Iqbal Maruf), un ragazzino pakistano che a soli 5 anni viene venduto alla mafia per pagare un debito di famiglia – di circa dodici dollari – e a 12 anni diviene il volto della lotta contro lo sfruttamento minorile. Iqbal lavora per anni in una fabbrica di tappeti, perché le dita dei bambini sono piccole e possono fare nodi stretti. Non importa che lui e i suoi piccoli colleghi non siano più in grado di sperare nella felicità, importa soltanto che lavorino e non orinino sulle panche su cui sono seduti, o meglio, incatenati, per metà delle ore del giorno. E, se disobbediscono, ad aspettarli ci sono punizioni che a oggi non vengono inflitte ai peggiori criminali.

Non importa che lavorino ininterrottamente, come robot, dimenticando cosa sia la vita: il debito verso il loro padrone non fa che aumentare, come d’incanto, nonostante i tappeti da loro prodotti vengano venduti a un prezzo cento volte maggiore a esso. È questa la sola magia che conoscono: ogni loro sforzo, sacrificio, violenza e umiliazione, non fa che peggiorare la loro condizione, trascinandoli in un tunnel la cui sola via d’uscita sembra la morte.

Da qui si esce solo con i piedi in avanti, si sente dire Iqbal da un altro giovanissimo operaio, ormai rassegnato a trascorrere tutta la vita alla stregua della schiavitù. Ma il piccolo protagonista non si rassegna: tenta incessantemente di scappare e correre verso la libertà, a cui viene ogni volta strappato anche dalla polizia, corrotta, che puntualmente lo riconsegna al suo padrone – o carnefice – di turno, a quel tugurio dove non ci si può concedere neanche di piangere per il proprio futuro ridotto in macerie.

Una sera, però, Maruf evade nuovamente e raggiunge Ulla Khan, un sindacalista attivo nella protesta contro lo sfruttamento minorile, che riesce a liberarlo e salvarlo dall’intervento degli agenti. Inizia, così, il nuovo lavoro di Iqbal: studiare, come ha sempre sognato, e aiutare il gruppo sindacalista – la sua nuova famiglia – a scovare fabbriche di minori per mettere in salvo il maggior numero di giovani vite possibile, sfidando la mafia e le autorità, ormai sinonimi.

Noi abbiamo dei diritti! Siamo persone anche noi!, urla con rabbia il ragazzino nel corso di una conferenza statunitense in cui viene premiato per il grande impegno nella causa dello sfruttamento. Sfortunatamente, la mafia non ha permesso alla storia della vita di Iqbal di avere un lieto fine, di crescere e diventare un padre che non vende suo figlio per dodici dollari, ma la tenacia e l’immenso coraggio del giovane eroe hanno restituito a migliaia di bambini la libertà. Perché per Iqbal gli unici strumenti che i bambini dovrebbero usare sono la penna e il libro: sono questi gli strumenti della libertà.

I diritti dei bambini vengono violati ogni giorno nei paesi in cui l’umanità è un concetto ancora utopico, ma di quegli stessi bambini, i diritti vengono ignorati anche da chi vive nei paesi in cui essa sembra essere al vertice di tutto. E noi fingiamo di crederci.

Se è così non si può, se è così non si può!

4/4 di silenzio per ricordare

chi è più in là,

oltre i monti ed il mare

c’è chi ha solamente un sogno di felicità.

[…]

Vorrei chiamarti amico

perché certo, come me,

ci correresti dietro a quel pallone

e forse nei tuoi sogni anche tu

somigli a me:

saresti tu a segnare, tu il campione!

Mi insegneresti come si può vincere

in certi giochi nuovi di elettronica;

diventeremmo amici

com’è bello che sia

perché un bambino vive in allegria.

4/4 di silenzio, ma dopo batti un cinque, vai!

Sarà un ponte grande intorno al mondo,

ci farà incontrare in tutte le città.

Batti cinque, batti un cinque

per dire a tutti che ci sei,

che hai diritto anche tu,

a un domani anche tu,

come tutti i bambini del mondo

che il domani è di tutti,

è il futuro del mondo,

e il futuro ha bisogno di te!

Batti un cinque anche tu,

batti un cinque anche tu come

tutti i bambini del mondo

perché il “tanto lontano,

oltre i monti ed il mare…”

… il lontano è a due passi da qui.

Batti cinque! Batti cinque!

Il lontano è a due passi da qui!

Batti cinque!

Iqbal Masih e i bambini senza futuro
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