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In India la strada per l’uguaglianza è ancora lunga

È notizia di giovedì 6 settembre quella dell’abolizione del reato di omosessualità in India: dopo l’emendamento promulgato nel 2009, seppur rigettato nel 2013 a seguito di una petizione promossa dalla compagine cristiana, musulmana e hindu del Paese, il lento e difficile cammino messo in atto dalla comunità LGBT indiana verso l’abolizione dell’articolo 377 si è concluso felicemente. Redatto ai tempi della colonizzazione inglese, nel 1860, dal puritano Lord Macaulay, l’articolo sanciva pene carcerarie molto dure, fino a dieci anni di detenzione, o multe cospicue per chiunque avesse compiuto atti ritenuti contro natura. In realtà, questa legge di fatto incostituzionale veniva applicata anche e soprattutto per punire gli oppositori politici e altre figure scomode alle autorità locali, ed è proprio in virtù di numerosissimi abusi d’ufficio che l’opinione pubblica guidata dalle due associazioni capofila Naz Foundation e Voices Against 377 ha spinto affinché da parte della Corte Suprema ci fosse una rivalutazione sull’abolizione dell’articolo.

Tra l’entusiasmo del Partito del Congresso, che ha subito lanciato in rete un tweet dallo slogan Orgoglio, non pregiudizio, scomodando persino Jane Austen, e il silenzio neutrale del partito al governo, il Bjp, gli attivisti LGBT giovedì sono scesi in strada per manifestare la propria gioia per questa svolta epocale, un punto di non ritorno a cui le associazioni cristiane e musulmane più radicali hanno promesso battaglia, sicuramente vana. Sulla scia della Rivoluzione non violenta di Gandhi e della conseguente indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947, il Paese ha vissuto l’abolizione ufficiale delle caste nel 1950 anche se queste influenzano comunque carriera lavorativa, matrimoni e buona parte degli equilibri della società civile. Ancora oggi, tuttavia, nonostante questa nuova vittoria sociale, c’è molto da fare verso una parvenza di equità nell’ambito dei diritti civili, soprattutto nelle zone più rurali e decentrate.

Essere omosessuali, scoprirsi tale, riconoscerlo a se stessi poi alla famiglia e allo spicchio di società in cui si vive non è certamente facile in nessuna latitudine, ma per chi vive in contesti poveri e culturalmente sottosviluppati potrebbe esserlo ancora di più. È cosa comune nelle campagne, tra la popolazione più indigente, che i bambini con atteggiamenti effeminati o che manifestino comportamenti poco virili vengano abbandonati in tenera età a un destino da diseredati fatto di soprusi e molestie sessuali. Per buona parte della società civile se sei omosessuale la tua unica occupazione non può essere altro che la prostituzione, quindi è pratica diffusa e ammessa violentare e abusare bambini e ragazzi che manifestano tendenze omosessuali perché comunque quello sarà il loro destino. Il giovane così, crescendo, si renderà conto che piuttosto che essere obbligato a fare sesso con uomini gratuitamente la sua unica possibilità di guadagnarsi da vivere sarà vendere il suo corpo, senza altra possibilità di scelta se non l’elemosina.

Un altro fenomeno diffuso è quello della castrazione: diventare un ermafrodito, un hijra, in seguito a un processo prima chimico con dosi massicce di ormoni e poi chirurgico con l’asportazione degli organi genitali, per non essere più riconoscibile nel genere maschile davanti alla legge ma soprattutto per non poter più procreare e quindi sfuggire alla pratica ancora comune dei matrimoni combinati. Considerati quasi come dei fenomeni da baraccone, molti eunuchi che non vogliono prostituirsi lavorano ballando in cerimonie rituali in occasione di nascite di bambini, perché ritenuti di buon auspicio, oppure trascorrono gran parte delle loro giornate spostandosi su treni di regione in regione per mendicare.

I più fortunati, grazie ad aiuti come quello di associazioni umanitarie o di corporazioni di sex workers come DURBAR che applica una sorta di mutuo soccorso tra i propri membri, riescono a sfuggire alla condanna della prostituzione studiando e imparando un lavoro ma la condanna dell’opinione pubblica e delle stesse autorità, spesso complici di violenze, non permette vita facile al di fuori della mercificazione del proprio corpo. Questa spirale di brutalità è frutto dell’ignoranza che accosta all’essere omosessuale quasi esclusivamente la pratica sessuale della fellatio o dell’essere penetrati quando questi, in realtà, sono soltanto fattori secondari se ci si concentra su tutti gli aspetti rigurdanti la sfera affettiva, i quali comportano l’essere attratti da persone dello stesso sesso, il non riconoscersi nel sesso di nascita e in tutte le altre sfumature che rientrano nell’essere lesbica, gay, bisessuale o transgender.

In un Paese che attualmente appare diviso sempre più tra il progresso tecnologico avanzato in città come Delhi, Bangalore e Bombay e l’arretratezza rurale di sempre, come nella zona centro-orientale, sedare questa ignoranza di base sarà estremamente difficile nonostante l’abolizione del 377. Ora che i festeggiamenti sono finiti, dunque, tocca lavorare ancora di più per far sì che l’India capisca realmente perché il 6 settembre 2018 la sua storia è cambiata in meglio.

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