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Immagini di solitudine in “Eleanor Rigby” dei Beatles

Il 5 agosto 1966, la famosa band The Beatles pubblicava il suo settimo album, Revolver. Tra quelli presenti nella track list, un brano si distingueva dagli altri per la sua malinconica melodia dorica in mi minore, accompagnata da un coro di voci che ripetutamente si chiedeva: Da dove vengono e a chi appartengono le persone sole? (All the lonely people/ Where do they all come from?/ All the lonely people/ Where do they all belong?).

Accreditata quasi interamente a Paul McCartney, che tra l’altro, influenzato dall’ascolto di Vivaldi, decise di introdurre il caratteristico ottetto d’archi, la canzone in questione è Eleanor Rigby e racconta la storia di colei che le dà il titolo: una donna infelice che vive nell’anonimato, assistendo ogni giorno a quella felicità che viene concessa agli altri, ma che a lei viene costantemente negata. Per tutta la sua vita Eleanor cerca di combattere questo stato di desolazione mantenendo viva la speranza che un giorno qualcuno arrivi a salvarla, creando con lei una connessione umana, strappandola, così, dalla condizione d’abbandono in cui vive. Proprio per questo cerca di non cedere alla depressione, indossando quotidianamente quel viso che tiene in un barattolo vicino alla porta (Wearing the face she keeps in a jar by the door). Tuttavia, le sue speranze di trovare qualcuno con cui condividere ogni momento della sua esistenza, felice o triste che sia, si rivelano vane. Eleanor muore infatti nell’isolamento: nessuno partecipa al suo funerale e nessuno porta un fiore sulla sua pietra tombale, su cui è inciso solamente il nome che le ha sempre ricordato di essere sola perché priva di famiglia.

Chi sia la Eleanor Rigby di cui parla il pezzo se lo chiedono da anni e anni sia i fan dei Fab Four sia i critici musicali. Diverse sono state le speculazioni, diverse sono state le storie raccontate: c’è chi dice che Lennon e McCartney si siano ispirati a una storia vera per creare questa figura melancolica, la cui tomba si trova nel cimitero della chiesa di St. Peter a Liverpool; c’è chi dice che la donna sia stata un’infermiera vissuta nella città natia degli Scarafaggi, e chi afferma di aver recentemente parlato con il suo ultimo erede. Al di là di quale di queste sia la vera storia di Eleanor, ciò che conta è che attraverso la sua immagine il gruppo inglese è riuscito a raccontare quel sentimento di solitudine intrinsecamente connesso all’essere umano, che ci perseguita anche oggi, in questa era digitale che ci tiene connessi, ma in realtà disconnessi, ventiquattro ore su ventiquattro, l’uno all’altro.

Il tema della solitudine viene rappresentato in Eleanor Rigby attraverso varie immagini, di cui la prima è sicuramente quella che la apre: una donna raccoglie il riso gettato nella chiesa per festeggiare un matrimonio appena celebrato. Mentre la coppia felice è pronta a costruire un futuro insieme, Eleanor ben vestita e truccata è nella parrocchia in cui lavora a raccogliere i chicchi della loro felicità, una felicità che spera arrivi per lei un giorno, incarnata in quella persona che pazientemente, proprio come le figure dipinte da Edward Hopper, aspetta alla finestra.

Ma Eleanor non è l’unico essere umano solo in quella chiesa: proprio a pochi passi da lei, c’è Padre McKenzie, intento a scrivere il sermone che in quell’età priva di religione, in cui la cristianità non ha più ragione d’esistere, nessuno ascolterà. Come la donna, il reverendo vive in uno stato di isolamento che, più di cento anni prima di Paul McCartney, il poeta John Clare aveva ben descritto nella sua lirica I Am! (1848). I am– yet what I am none cares or knows (Sono– tuttavia cosa sono nessuno lo sa e a nessuno importa) è il verso che il letterato inglese scrive per mettere in evidenza quello stato paradossale che condivide con il religioso di Eleanor Rigby: proprio come lui, è vivo e morto contemporaneamente, poiché fisicamente funzionante, ma moralmente guasto in quanto privo di quegli affetti che rendono un’esistenza degna di essere così chiamata. E così, questa solitudine lacerante di Padre McKenzie viene messe in evidenza da quell’immagine che lo dipinge intento a rammendare le sue calze (un atto che usualmente viene associato a una moglie) durante la notte.

Nella terza strofa della canzone, i due personaggi finalmente si ritrovano, ma il loro incontro non riduce la distanza emotiva che c’è: le loro vite si intrecciano, infatti, solo quando quella della donna è ormai finita. Ironicamente, l’uomo isolato celebra il funerale di colei che avrebbe potuto mettere fine alla sua emarginazione e di cui avrebbe potuto colmare il vuoto. In questo modo, ancora una volta, la solitudine trova la sua rappresentazione in quella triste e ricurva figura che si pulisce le mani dal terriccio mentre si allontana dalla lapide che reca nient’altro che il nome Eleanor Rigby.

Eleanor e Padre Mackenzie erano due persone sole, due persone le cui esistenze quotidianamente si incontravano, ma che troppo impegnate a nascondere la disperazione e l’angoscia che li risucchiavano non sono mai riuscite a entrare in contatto per trovare un conforto reciproco. E così, da semplici figure di una storia raccontata in poco più di due minuti, diventano metafora di tutti gli esseri umani che ogni giorno camminano l’uno accanto all’altro inconsapevoli che, forse, basterebbe un parola per sfuggire a quel fantasma spaventoso che è la solitudine, per non essere tra tutte quelle persone sole (all the lonely people) di cui cantavano i Beatles.

 

Immagini di solitudine in “Eleanor Rigby” dei Beatles
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