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Il web è davvero la nuova democrazia?

Solo due mesi fa, dopo aver analizzato i dati del report annuale, Il Sole 24 Ore affermava che Twitter fosse il social più politico di tutti, almeno in Italia. Sulla piattaforma con maggiore libertà di espressione e opinione, dunque, seppur limitata a soli 280 caratteri, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi sono risultati essere gli account più menzionati, mentre tra gli hashtag presenti nella top ten sono #m5s, #salvini, #renzi e #gf15. Nel gennaio scorso, però, la deputata del Partito Democratico Debora Serracchiani ha accusato l’attuale Ministro dell’Interno di possedere più di 300mila profili falsi che lo seguono, sempre su Twitter.

A tal proposito, uno studio realizzato dai ricercatori dell’Istituto di Informatica e Telematica del CNR di Pisa, coordinati da Maurizio Tesconi, ha preso in considerazione i profili dei personaggi del mondo politico italiano. I risultati sono stati pubblicati pochi giorni fa da Open: per quanto riguarda l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi – che conta 3.36 milioni di follower –, gli utenti fake, esclusi gli inattivi, sono il 18%. Per il Segretario della Lega Matteo Salvini, invece, su un totale di 975mila seguaci, tolti gli inattivi, il 33% degli utenti risulta fake, così come per il suo collega pentastellato Luigi Di Maio che, in cambio, vanta 497mila follower.

Lo studio, quindi, ha permesso di distinguere le tre tipologie di account più diffuse: umani, fake e inattivi. Gli utenti inattivi sono coloro che hanno pubblicato meno di tre tweet e che non postano da almeno 90 giorni. I fake, invece, sono dei profili creati appositamente per aumentare e, di conseguenza falsare, il numero dei follower e si possono ottenere grazie ad alcuni servizi online a pagamento da non confondere, però, con i bot, profili creati per interagire in maniera automatica e artificiale che generalmente, grazie a un algoritmo, mettono i mi piace, commentano in modo positivo e condividono tutto ciò che viene pubblicato dalla persona che ha pagato per averli. Il rischio, tuttavia, è che questi possano essere utilizzati per diffondere notizie falsate o inventate e alimentare così la disinformazione e le fake news, fenomeno ancora poco e mal gestito dai vari social.

Già un anno fa Repubblica aveva analizzato gli stessi profili e i risultati, confrontati con quelli attuali, si sono rivelati aumentati circa del 10% per ogni utente, sia per gli inattivi che per i fake. Per frenare questo utilizzo errato dei social, dunque, lo scorso giugno Twitter ha eliminato circa 70 milioni di account fasulli, un numero molto elevato: la maggior parte, infatti, era stata creata per obiettivi politici, per diffondere l’odio e le notizie false.

I dati sono significativi, soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo, dove tutti coloro che hanno un profilo social si sentono in dovere, più che in diritto, di far sapere al mondo quale sia la propria opinione su ogni argomento, nonostante spesso manchino di competenze per esprimerla. Ciò è risultato evidente, per fare un esempio, persino con il Festival di Sanremo: sì, perché se i due Vicepremier sono ancora incerti sulla questione TAV ma, anche, sul futuro del Paese, entrambi hanno comunque avuto le idee chiare su quale fosse la loro canzone preferita e, così come ogni populista che si rispetti, non hanno perso l’occasione di twittarlo tramite i propri account. Ma cosa succede se i politici, invece di essere tali, si comportano da opinionisti dei programmi di Maria De Filippi? La tecnica del mettere bocca su tutto ciò che fa tendenza per quanto ancora potrà funzionare, se poi, alla fine dei conti, le azioni concrete che i cittadini chiedono ai propri rappresentanti mancano?

Da questa analisi risulta evidente, dunque, che il fare politica sui social non è poi la forma più democratica che esista, al contrario di come si pensa, poiché il seguito di ogni personaggio e, quindi, il relativo riscontro che si ha, potrebbe essere non effettivo, manipolato o addirittura comprato. Inoltre, quei numeri che corrispondono ai propri follower non è detto che rappresentino la maggior parte del Paese. Non a caso, tale incoerenza si è manifestata proprio in questi giorni sulla piattaforma Rousseau: nel 2017 Davide Casaleggio, Presidente dell’associazione omonima, durante la presentazione del sistema operativo, dichiarò che già 140mila persone avevano effettuato l’iscrizione. Pochi giorni fa, però, a circa due anni di distanza, il MoVimento 5 Stelle ha chiesto ai suoi iscritti di votare per l’eventuale rilascio dell’autorizzazione a procedere per il processo a Salvini sul caso Diciotti e il totale dei votanti ha superato appena i 50mila elettori. La drastica diminuzione dei votanti sarà forse dovuta a un’astensione di massa oppure a un esodo di pentastellati? Di conseguenza, le decisioni finali sono prese dal popolo oppure da un’ennesima élite con un colore diverso?

Il rischio maggiore è che, con i numeri e i tweet di risposta falsati, si possa pensare di avere più ascolto e credibilità di quella che poi si ha realmente e che, al tempo stesso, vengano diffuse notizie create appositamente per confondere l’opinione pubblica. C’è da chiedersi, dunque, se tra algoritmi che ci suggeriscono acquisti utili in base alle nostre precedenti ricerche, pubblicità subliminali e account comprati appositamente per adularci, siamo veramente liberi di pensare e scegliere come crediamo.

Il web è davvero la nuova democrazia?
1 Commento

Un Commento

  1. RITA NACCARI

    26 Febbraio 2019 at 21:35

    Complimenti Silvia della Penna per il tuo articolo sulle dinamiche politiche al tempo di internet,dei social in generale .La tua acuta osservazione ed analisi.

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