Interviste

Il teatro napoletano bocciato da Benedetto Casillo: intervista al popolare attore

Se dovessi dare un voto al teatro napoletano di oggi, quanto gli daresti da 1 a 10?

«Il teatro napoletano sta su un bel quattro.»

E detto da Benedetto Casillo, attore, autore e regista da oltre cinquant’anni sulle tavole del palcoscenico, la cosa dovrebbe preoccupare quanti amano la storia e la tradizione del teatro partenopeo.

È cominciata così la breve chiacchierata con Benedetto, incontrato per caso nel corso di una serata per festeggiare un comune amico. Una risposta che denota tanta amarezza in chi ho sempre ritenuto interprete rigoroso della tradizione, rispettoso dei grandi autori e del pubblico che, riconoscendone doti di bravura e coerenza in tutto il suo lungo percorso artistico, lo segue da anni con affetto e ammirazione. Indimenticabile in coppia con il compianto Renato Rutigliano nei Sadici Piangenti, nei film di Luciano De Crescenzo, Così parlò Bellavista e Il mistero di Bellavista, tornando poi al teatro dove, sin da ragazzo, nelle compagnie amatoriali ha mosso i suoi primi passi.

Mi ha fortemente incuriosito quel voto da bocciatura e mettendogli una mano sulla spalla come ai vecchi tempi della scuola, ho cominciato a registrare…

Detto da te mi preoccupa, perché una valutazione così negativa?

«Hai usato l’aggettivo napoletano, quindi riguarda tutta una tradizione, una storia. Il teatro partenopeo si sta seccando, viene estirpato da altre mani, sembra proprio un accanimento e questo mi dispiace molto. Bisogna avere innanzitutto una sensibilità umana per avvicinarsi alla tradizione, eppure sempre meno persone, sempre meno attori si accostano al teatro napoletano, come se fosse di serie B e la cosa brutta che proprio in questi giorni ho saputo è che invece altrove vi stanno mettendo le mani ma con altri scopi perché, probabilmente, hanno capito che può essere un affare. Non si tratta di un atto d’amore, però, perché viene da altre strade e non per un fatto culturale, piuttosto per un possibile sbocco economico.»

Non è il tuo caso, ma alcune volte si lanciano delle accuse e non si individuano mai responsabilità precise. C’è un’organizzazione che istituzionalmente ha il compito di promuovere e divulgare il teatro napoletano?

«Innanzitutto, i proprietari dei teatri si lasciano affascinare dalla facilità di fare soldi con l’artista del momento e magari anche con quello che produce bassa qualità però attrae pubblico. L’artista non è colui che deve fotografare una realtà, bensì è quello che deve indicare una strada e questo io non lo vedo. I cartelloni nella maggior parte vengono indirizzati in questa maniera. Ci sono poi le istituzioni, quelle che devono sostenere il teatro e a volte non lo fanno secondo regole di qualità ma secondo altre motivazioni. Ciò che manca oggi, appunto, è la qualità perché non c’è una selezione e quando si perde questo criterio si perde in arte.»

Ipotizziamo che per miracolo ci sia una presa di coscienza da parte di chi è preposto alla divulgazione e al sostentamento del teatro. Il materiale umano, dunque altri Benedetto Casillo che hanno portato avanti la tradizione classica partenopea senza mai deturparla o umiliarla, restando sempre fedeli ai testi originali, ce ne sono in giro?

«Premetto che avrei voluto fare tutt’altro nella vita, il calciatore, ad esempio, ma non ci sono riuscito perché ero proprio scarso. Oggi, comunque, sono cinquantun anni che faccio l’attore e in tutti questi decenni ho avuto degli insegnamenti che non sono frutto di scuole ma di presenza sul campo di battaglia, sulle tavole del palcoscenico. Ecco, forse è questo che attualmente manca. Gli attori della mia epoca hanno avuto difficoltà ad arrivare in televisione perché ai nostri tempi era richiesta una bella dizione in italiano e a noi napoletani non ci volevano, la napoletanità veniva scartata, fin quando siamo stati sdoganati in gran parte con l’avvento di Troisi e della Smorfia e allora si sono “inventati” tanti napoletani, tanti magari ca tenevane sulamente ‘nu bisnonno che era di un paese vicino Napoli, e così è iniziata questa moda. Negli anni 2000,  inoltre, c’è stato il fenomeno esplosivo di molti comici che hanno avuto il grande successo che invece è stato negato a diversi attori della mia generazione costretti ad affrontare tante difficoltà. Molti di questi, impreparati, adesso che è finito il momento del cabaret, si stanno buttando nel teatro come se fosse facile, tentano di fare le compagnie pur avendo esperienze completamente diverse ed è un’altra pecca del mio settore: chiunque ha raggiunto anche un successo eclatante si crede autorizzato a fare il teatro avendone tutte le qualità per farlo. Quello che intendo io, invece, si scrive con la T maiuscola e noi abbiamo un grande patrimonio. Per anni sono state fatte anche sperimentazioni che, per carità, vanno bene ma se non c’è la base, la tradizione, come è possibile farne senza conoscere la storia?»

Prolificano ovunque le scuole di teatro. A me da cittadino e da operatore dell’informazione qualche dubbio viene: o c’è una voglia generalizzata di diventare tutti attori oppure qualcosa non torna. Comm’è ‘stu fatto?

«Io ne avrei un milione e mezzo di dubbi a dire il vero. Prima ti ho accennato brevemente la scuola della vita, la scuola del teatro, di uno che ha visto anche da lontano Nino Taranto, Totò e altri, quella era la formazione, come il sole che ti irradia e tu non lo sai. È vero quello che dici, nun ce stà ‘nu palazzo, ‘nu condominio, dove non c’è una scuola di musica, di teatro, può essere anche utile ma solo se c’è qualcosa di diverso all’interno. L’arte non si insegna, o si nasce in una certa maniera o… e, poi, essa è comunicazione, è rapporto sociale, rapporto umano, è culto della bellezza interiore, chi ha queste cose può anche studiare dopo. Invece, oggi c’è la corsa al successo, che è diverso. Guarda, la verità è che ogni mamma crede di avere in casa una Sofia Loren oppure una Claudia Cardinale, ‘o pate ‘nu Buster Keaton. Fortunatamente, ci sono anche molti giovani che vogliono studiare seriamente ma è difficile che li trovi nelle scuole, è più facile che li trovi nei laboratori, dove si fatica. Un po’ quello che accade nel calcio, le numerose scuole, i sogni non dei bambini ma dei genitori.»

Mi rendo conto di non essere originale ma la domanda classica che chiude un’intervista con un artista è: come vedi il futuro del settore al quale hai dedicato una vita? C’è un barlume di luce in fondo al tunnel del teatro?

«Non so risponderti, però ho letto gli ultimi cartelloni e tranne qualche eccezione non ci sta un copione napoletano, nun ce sta ‘nu Scarpetta, ‘nu Viviani, e questo sempre meno. Cartelloni ancora ingolfati di attori, impresari, proprietari di teatri improvvisati. Quasi ce mettimme scuorno della nostra napoletanità. Bisogna tornare a fare Scarpetta, Viviani, Eduardo, quando daranno i diritti, Peppino, Luigi De Filippo… Stiamo facendo tabula rasa, ci vuole qualcuno che faccia vedere come si faceva quel teatro. Poi, se un altro vorrà metterci le mani con rispetto, ben venga.»

Grazie!

«P’ammore ‘e Dio!»

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