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“Il sacrificio del cervo sacro” e la verità inattuale della tragedia

Al Festival del Cinema di Cannes, edizione 2017, il film Il sacrificio del cervo sacro dello sceneggiatore e regista Yorgos Lanthimos vinse il Premio per la Sceneggiatura (ex aequo con A beautiful Day. You Were Never Really Here di Lynne Ramsay). Soltanto da alcune settimane, però, il film è passato nelle sale italiane. Già con l’opera The Lobster, l’autore greco aveva sorpreso critica e pubblico, nella stessa manifestazione dell’anno 2015, vincendo il Premio della Giuria. D’altronde, il talentuoso regista si era fatto notare pure per le sue opere precedenti, dalla forte connotazione anti-borghese e dal rigoroso stile addirittura “anti-cinematografico”, soprattutto per i tempi della narrazione, in un panorama odierno sempre più votato alla produzione della “confezione”, anche esteticamente pregevole.

La trama dell’opera ci porta nella vita quotidiana apparentemente serena del cardiochirurgo Steven (interpretato dall’attore Colin Farrell), di sua moglie (Nicole Kidman) e dei due giovanissimi figli. Una presenza, tuttavia, diventa sempre più misteriosamente invadente ed è quella dell’adolescente Martin (il giovane e bravo Barry Keoghan). Più avanti nella storia, lo spettatore scoprirà che il ragazzo è figlio di un ex paziente del protagonista morto durante un intervento chirurgico, forse a causa della scarsa attenzione da parte del medico, da tutti riconosciuto come un eccellente professionista. La svolta, ormai attesa ma sconvolgente nella sua rappresentazione, avverrà quando una minaccia metafisica pronunciata da Martin si materializzerà mettendo in pericolo la vita dei figli di Steven e, soprattutto, porterà quest’ultimo a fare una scelta che dal dramma porterà alla tragedia.

Il cinema di Lanthimos è “disturbante” ed estremamente critico nei confronti della società borghese, che ormai da troppo tempo recita la sua commedia umana all’insegna di una razionalizzazione della vita che non riconosce la piena responsabilità delle azioni individuali e collettive, ma soltanto la loro funzione o disfunzione all’interno delle pratiche societarie stabilite. Lo stile registico, in questa più che in altre opere, cita chiaramente la messinscena e l’estetica kubrickiane, ma il buon mestiere non basta, dal momento che in questa prova cinematografica in particolare l’atmosfera è estremamente cupa e non fa alcun ricorso a quel tono “grottesco” che il maestro americano usava per mettere sullo schermo il suo pessimismo antropologico e storico.

Il richiamo al fondo tragico dell’esistenza in Il sacrificio del cervo sacro, con riferimenti fin troppo evidenti alla tragedia Ifigenia in Aulide di Euripide, risulta inattuale – nel senso nietzscheano del termine e del significato, al di là degli scenari del tempo storico – ma resta irrisolta e incompresa la sua verità, in un mondo contemporaneo che non sa e non può riconoscere alcuna sacralità, ma soltanto temere la sua improvvisa irruzione, che sconvolge la rappresentazione della normale vita quotidiana, così come è stata individualmente appresa e socialmente riconosciuta.

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