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Interviste

“Il romanzo dell’anno”: intervista a Giorgio Biferali

Ho pensato che forse nulla succede per caso, forse sì, chi lo sa. Però adesso basta, metto il punto, chiudo tutto, smetto di scrivere. È bello sapere che non è la fine, che c’è un’altra storia, la nostra storia, che mi sta aspettando fuori di qui.

È con questo passo, tratto da Il romanzo dell’anno di Giorgio Biferali, che potremmo introdurre quella che si mostra essere a tutti gli effetti come una classica storia d’amore ma con la particolarità – già a partire dalla forma del romanzo epistolare, insolita per uno scrittore contemporaneo – di presentare al suo interno concetti più intrinseci che sembrano, pagina dopo pagina, condurre il lettore verso una traiettoria opposta, un avvicendarsi di fatti e una conclusione che fra le righe egli penserà di aver già compreso, ma che d’improvviso si capovolge. Una tempesta di emozioni, di sensazioni e immagini che si susseguono rincorrendo il fil rouge che lo scrittore crea attraverso il suo voler lasciare in sospeso, una pausa bianca fra una parola e l’altra ricca di interrogativi da svelare. È questo l’effetto che Biferali cerca di ricreare all’interno del suo romanzo, una sorta di effetto farfalla – come l’autore stesso lo definisce – che intende rispecchiare la sensazione di chi scrive a chi, dal lato opposto, legge.

Il romanzo dell’anno, un titolo che lo scrittore romano aveva già deciso prima di conoscere il destino di ciò che avrebbe raccontato, si presenta come un input di sfida che sembra uniformarsi a quella che sarà poi la battaglia di Niccolò, il protagonista che nel giorno di Capodanno, quello in cui tutto si muove tra passato e presente, si troverà dinanzi a un dramma: dopo un litigio, la sua ragazza finirà in coma per via di un incidente in motorino. È proprio allora che comincerà a comporre delle lettere per lenire le proprie sofferenze, nella speranza che prima o poi lei possa leggerle.

Giorgio Biferali nasce a Roma nel 1988, si laurea in Lettere presso l’Università La Sapienza e scrive con testate giornalistiche come il Messaggero e L’Espresso. Nel 2015 pubblica un diario di viaggio dal titolo A Roma con Nanni Moretti in collaborazione con lo scrittore Paolo di Paolo e nel 2017 Italo Calvino. Lo Scoiattolo della penna. Nel 2018, esce il suo romanzo d’esordio L’amore a vent’anni, presentato al Premio Strega, e infine nel 2019 Il romanzo dell’anno edito da La Nave di Teseo. Appassionato di letteratura e amante della scrittura come forma d’arte più estrema, attraverso il suo linguaggio semplice e colloquiale, Giorgio ci chiarisce i perché che affliggono il lettore durante quello che è un vero viaggio interiore, così come lo è sempre quando si tratta di una storia d’amore.

Ci racconti cos’è per te questo romanzo? Da cosa nasce?

«Innanzitutto, essendo il secondo romanzo, devo ammettere che l’ho vissuto come una cosa “spaventosa”. Qualcuno sostiene che l’esordio te lo perdonano se c’è qualcosa che non va per il verso giusto, quindi scrivere un altro libro, quando il primo ha già avuto fortuna, sembra sempre un po’ più difficile. Per me rappresentava una sorta di prova di maturità soprattutto per quanto riguarda il processo di scrittura. Se nel primo c’erano molti elementi autobiografici, in questo quasi per niente, di mio ho inserito soltanto qualche ossessione, come nel caso delle marche, dei brand, ma la storia in sé è nata da una Moleskine comprata nel 2015 su cui un anno dopo ho deciso di segnare tutti gli eventi che mi colpivano giorno per giorno. Per quanto riguarda il titolo, invece, ce l’avevo già in mente, avrei voluto fare un romanzo di 365 pagine ma ovviamente mi sarei annoiato e avrei annoiato il lettore, inoltre mi piaceva la dimensione della lettera, quindi mi son detto “proviamoci”. È stato un po’ come scrivere un romanzo storico: se andiamo a guardare i fatti del 2016, ad esempio, oggi sembrano accaduti mille anni fa, e ogni cosa che accade oggi, anche se è presente, ci appare già storia, è tutto molto lontano essendo questa l’epoca dell’immediato. Dal punto di vista personale, Il romanzo dell’anno era una grande prova anche per quanto riguardava il cambio dell’editore. Il plot è diverso rispetto a L’amore a vent’anni, ci sono più personaggi e più storie, dovevo far coincidere i mesi e, soprattutto, avevo due protagonisti, di cui uno dei due era assente. Ma devo dire che questa assenza mi ha dato un sacco di possibilità narrative.»

Per questo libro, a differenza del primo, hai optato per una forma diversa, quella del romanzo epistolare, che per certi versi ricorda una sorta di diario interiore nel suo raccontare, mese dopo mese, la vita del protagonista e quello che prova. C’è un motivo per cui hai voluto adottare tale struttura?

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«Il primo era un romanzo più tradizionale, una classica storia d’amore fra due ventenni per la quale ho preferito una struttura classica. Ho il timore che le mie storie possano essere comuni, come quelle degli altri, perché escono 60mila libri l’anno, quindi mi piace immaginare il romanzo come se fosse un’opera d’arte. Ho deciso così di sperimentare molte forme narrative comprendendo le tante possibilità che la scrittura offre. Ho voluto fare un qualcosa che fosse leggibile per il lettore e quindi adatto a tutti, ma che avesse una struttura particolare, qualcosa che non ti aspetti e non prevedi. Dal dentro al fuori. Anche dal punto di vista estetico volevo fosse prezioso, così ho prestato molta attenzione alla copertina. La lettera, oggi, suona un po’ anacronistica, però la mia intenzione era appunto quella di ricreare l’opera d’arte in una forma che sembrava perduta. Ho la sensazione che ci sia ancora bisogno delle lettere perché sono un modo autentico di comunicare.»

Nel costruire l’immagine di Niccolò, il protagonista, ti sei ispirato a qualcuno o a qualcosa in particolare? Riesci a rivederti in lui? E, soprattutto, nella sua situazione come ti saresti comportato?

«Il nome l’ho scelto pensando a due personaggi che tra loro non hanno nulla in comune: il primo è un grande autore della letteratura italiana, Niccolò Ugo Foscolo, pensando alle Ultime lettere di Jacopo Ortis e con un richiamo quindi alla forma epistolare. Il secondo, invece, è Niccolò Contessa del gruppo musicale de i Cani a cui pensato perché mi piaceva raffigurare all’interno del romanzo un personaggio sentimentale ma anche un po’ goffo e disagiato. Inoltre, sono affascinato dalla commedia americana. Se non facessi lo scrittore, mi piacerebbe fare quello che faceva lui, ossia scegliere dei film per far ridere le persone. Ne libro accade, però, qualcosa di tragico che sconvolge tutto e nella sua vita arriva una sorta di cortocircuito. Nella sua situazione credo che non avrei avuto la stessa forza perché ci vuole coraggio a mettersi davanti a un foglio e scrivere ogni volta una sorta di resoconto. Penso che mi sarei chiuso in me stesso, forse non sarei neanche uscito per un po’ e avrei perso il lavoro: insomma, è una cosa che ti stravolge la vita, perché come un amore che nasce te la sconvolge in bene, anche quando viene a mancare cambia tutto il quotidiano. Avrei fatto forse leva su quella che si definisce pozione di morte, avrei cercato quelle cose ti fanno ancora più male come libri e film tristi. Probabilmente a me non sarebbe venuto in mente di scrivere una lettera.»

Si dice che la scrittura sia spesso terapeutica. Pensi che in una situazione realistica – riportando le vicende del tuo romanzo alla vita vera – scrivere possa essere utile per lenire una sofferenza prolungata nel tempo?

«Sì. Se fossi nella situazione del protagonista probabilmente il dolore e la pigrizia non mi porterebbero a scrivere delle lettere, mentre per Niccolò, che nella vita non fa lo scrittore, è la forma principale per tenersi in piedi e anche una grande forma di terapia, come la psicoanalisi o anche l’ascolto da un certo punto di vista. Per quanto riguarda la scrittura in sé, quando scrivo mi trovo in un mondo che penso che chi non scrive non possa comprendere, un mondo in cui anche se sto male mi sento bene. È come se non mi potesse succedere nulla, ed è assurdo perché tu sei lì, c’è il tuo corpo, ci sono le tue mani che scrivono e i tuoi pensieri, però vai da un’altra parte che ti fa sentire protetto. Nella mia vita la scrittura mi ha salvato e mi ha liberato, per cui sembra essere partito tutto da lì, da una voglia di liberazione e di autoanalisi, un giocare con i propri fantasmi.»

In questo romanzo, così come nel primo, ti trovi spesso a parlare di quello che viene definito effetto farfalla, il che sembra essere collegato in un modo o nell’altro anche al destino. Tu cosa ne pensi? Come risponderesti a una delle tante domande che Niccolò si pone?

«Non ci ho mai creduto fino in fondo o, almeno, a volte penso che esista ma solo perché ci fa comodo crederlo. L’effetto farfalla è utile per un motivo: combattere l’egoismo nel mondo con l’idea che noi non siamo soli, ma siamo parte di qualcosa di più grande, per cui almeno abbiamo la consapevolezza che quel che facciamo può anche far bene o far male a chi ci circonda. Parlo di un universo in cui tutto è collegato, un battito d’ali di una farfalla che può scatenare un uragano dall’altra parte del mondo è un’immagine che mi affascina molto.»

La tua scrittura sembra lasciare il lettore in sospeso alla ricerca di un punto chiave per comprendere come la storia andrà a finire. Tuttavia, dovrà giungere inevitabilmente all’ultima pagina per riallacciare il tutto e collegare l’inizio alla fine, persino la presenza di determinati personaggi che in un primo momento sembrano presentarsi per puro caso, ma che hanno poi un loro senso e una loro influenza nello svolgersi degli avvenimenti. Lo stesso avviene per i finali che hai dato in entrambi i tuoi libri che ribaltano la situazione, conducendo chi legge verso l’inaspettato. Questo voler cambiare le carte in tavola è un’idea che ti prefiggi quando inizi a scrivere o a un certo punto ti accorgi che necessariamente qualcosa deve volgere verso una direzione per così dire opposta?

«In realtà, ho letto un sacco di romanzi e racconti di scrittori che giocano con la meta narrativa, ma ho visto anche pellicole in cui si viene a creare una situazione dove il regista interpreta se stesso nel film di cui fa il regista, e quindi si genera una sorta di effetto matriosca. Nei primi due romanzi ho voluto questo colpo di scena finale che non mi sembrava forzato e mi dava l’idea di fare un inno alla scrittura, specie per quello che essa può offrire. Due cose mi spaventano molto quando inizio a scrivere un libro: i dialoghi, che sono sempre rischiosi perché possono apparire finti o poco credibili, e i finali. A quest’ultimo proposito ricordo Woody Allen, il quale nelle interviste afferma di scegliere i finali un po’ a caso perché non sa come terminare, e nonostante questo tutte le sue conclusioni sono pazzesche. Finora, ho voluto dei colpi di scena, come nel caso de L’amore a vent’anni che era abbastanza forte, anche se non ribaltante come ne Il romanzo dell’anno che è un libro sull’amore molto più del libro d’esordio. Dimostra in qualche modo che è davvero possibile mettersi nei panni di chi ami e che, se riesci a capire cosa farebbe l’altro al tuo posto, vuol dire che hai trovato la persona giusta. Il terzo romanzo, invece, non so se avrà un finale inaspettato.»

Stai già pensando a un terzo libro, quindi?

«Ci sto ragionando, mi trovo in quel momento in cui le idee e le immagini ti ruotano intorno e non sai quali saranno quelle giuste. Un po’ mi piacerebbe cambiare genere però penso che una storia d’amore la metterei sempre, intanto credo che farò come piccolo break un libro per bambini.»

“Il romanzo dell’anno”: intervista a Giorgio Biferali
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