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“Il reattivo”: reagire alla vita

Il reattivo, il primo romanzo pubblicato da Pidgin Edizioni, racconta di quanto la vita possa rendere passivi, impossibilitati a reagire, lasciando scivolare il proprio tempo con indifferenza, come se nulla potesse sfiorare davvero. Ed è proprio la realtà del protagonista, Lindanathi, ragazzo positivo all’HIV, che sfuma via nell’afosa Città del Capo vivendo qualche volta nel presente, altre volte invece tornando a quei ricordi d’infanzia impressi sulla pelle. Sentendosi responsabile della morte del fratello minore, Nathi decide di allontanarsi dalla sua famiglia, trovandone una nuova negli amici Ruan e Cecelia. Quello che accomuna i tre ragazzi è il desiderio di distaccarsi dalla realtà, alterare le proprie coscienze, arrotondando la paga trasformandosi in rivenditori di farmaci anti-retrovirali. Il reattivo racconta di reazioni mancate, di un tempo lento che però scorre inesorabilmente veloce lasciando i ragazzi in balia della droga, una culla apparente che conduce verso la dolce fuga dal mondo.

il-reattivoIl volume racconta della vita, delle reazioni a essa, dell’avvicinarsi e dell’allontanarsi da una verità che certe volte fa troppo male, altre volte è necessaria. I rapporti sembrano sbiadire andando avanti nella lettura, fino a quando la comparsa di un uomo facoltoso riesce in qualche modo a scuotere la vita dei tre ragazzi. E tutto ciò fa sì che ognuno di loro inizi a guardarsi dentro per davvero, affrontando in qualche modo i propri demoni. Il reattivo, romanzo contemporaneo di Masande Ntshanga, vincitore del PEN International New Voices Award nel 2013, nato a East London in Sud Africa, è scritto in una lirica e luminosa prosa e racchiude una commovente storia che va oltre i segreti, gli abusi di droghe e il passato, una storia che spinge ad andare avanti, a voltare pagina nonostante tutto perché c’è sempre qualcosa che ci aspetta. Il libro d’esordio dell’autore che, seppur non segua un percorso continuo dell’arco narrativo, comunica con la coscienza del lettore, lasciando un segno profondo carico di un unico semplice significato: reagire.

E se i bambini piangessero perché la nascita è la prima forma di incarcerazione umana? E se l’essere imprigionati nel corpo umano fosse uno shock indelebile per la coscienza? E se la carne è destinata a cascare sin dal principio, non rappresenta allora un involucro inadatto, dal momento che la coscienza, naturalmente amorfa, è antitetica alla disintegrazione?

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