Il Fatto

Il MoVimento 5 Stelle non serve: aboliamolo

A cosa serve il MoVimento 5 Stelle se non rispetta le promesse fatte durante gli anni della sua continua ascesa, se non tiene fuori dal Parlamento italiano – e dalle istituzioni in generale – indagati e condannati come sempre sbandierato, se non pretende onestà e rettitudine degli iscritti o dei partner di governo, se non si indigna neppure di fronte al conclamato ladrocinio ai danni dello Stato di 49 milioni di euro, se non porrà più fine alla carriera dei politici dopo due mandati, se non taglierà gli stipendi e i privilegi dei rappresentanti del Paese, se, insomma, è tutto il contrario di ciò per cui è nato e per cui gli italiani gli hanno offerto, fino a oggi, fiducia? A niente, quindi aboliamolo!

Limitando le nostre analisi al raggio di pensiero del portavoce del Presidente del Consiglio, Rocco Casalino, il gruppo fondato da Grillo e Casaleggio nel 2009 non avrebbe più alcun senso d’esistere e, quindi, nel corso delle prossime settimane, sui banchi della maggioranza giallo-verde si discuterebbe della sua inibizione. È, ovviamente, una provocazione la nostra, dettata, invece, da un concreto giramento di sfere di fronte all’ennesimo, disgustoso attacco alla categoria dei giornalisti da parte del M5S per bocca dei suoi adepti. «A cosa serve l’Ordine dei Giornalisti se non sanziona la diffusione delle notizie false e i comportamenti anti-etici di giornalisti mossi solo da interessi di partito e non dal desiderio di informare i cittadini? A niente. Quindi aboliamolo. Il provvedimento è già sul tavolo del governo»: eccole qua, le brillanti dichiarazioni del Grande Fratello, riuscito a non vincere neppure laddove il tenore dei suoi concorrenti non era di così elevata caratura, chissà, forse impegnato a seguire di nascosto i corsi della Shenandoah University, in Virginia, presso la quale si forgiò di un bel master in business administration. Peccato, però, che l’istituto statunitense smentì tutto diversi anni più tardi, con Casalino che, almeno in quell’occasione, chiese scusa per l’uscita poco edificante e tornò sui suoi passi: «L’unica cosa vera è che ho una laurea in ingegneria elettronica con indirizzo gestionale e ho fatto il giornalista. Ho già provveduto a far bloccare tutto».

Giornalista che, stando all’ultima, raccapricciante invettiva, potrebbe non svolgere più la propria professione sotto il controllo di un Ordine professionale che ha annoverato, nel tempo, penne di incredibili prestigio, del quale il nostro Paese ancora si vanta nel mondo, come colui a cui questo giornale si ispira: l’indimenticabile e indimenticato Enzo Biagi. E a proposito di dare una svolta agli atteggiamenti da Seconda Repubblica che il MoVimento ha sempre urlato di voler coniugare – finalmente – al passato, va ricordato a Casalino e compagni che il vile attacco a un’intera categoria per la quale ancora tanti si battono con orgoglio e onore, nonostante le migliaia di difficoltà che si incontrano oggi nel voler adoperare questo mestiere senza influenze esterne – dalla politica alla malavita, alle organizzazioni cattoliche, datori di lavoro, editori, e così via – è cosa, anche questa, già vista e propria del ventennio Berlusconi-PD. Passò alla storia come l’Editto Bulgaro, ossia la cacciata dei colleghi Biagi, Santoro e Luttazzi dai palinsesti della TV pubblica da parte del leader di Forza Italia.

Che l’Ordine abbia delle lacune da colmare è senz’altro vero e sotto gli occhi di tutti. A oggi, di fatto, per chi – come noi – fa dell’informazione una missione, per di più troppo spesso non pagata e lontana da salotti e contributi statali, l’iscrizione altro non è che sinonimo di tasse puntuali da versare ogni anno e la possibilità di visitare qualche museo in maniera gratuita. Ciò non toglie che l’idea di un controllo super partes, un ente a cui rivolgerci in caso di abusi, di tentativi di limitazione della nostra azione, sia un qualcosa a cui non sentiamo di voler e dover rinunciare.

Affermare quanto sostenuto da Grillo prima e da Casalino poi è un attacco grave non solo a una categoria, ma alla libertà di espressione in generale. I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. Figurarsi a dare a questi personaggi – ben fotografati da Umberto Eco – che sono la causa del ritorno di parole come razza, di fenomeni come il fascismo, di discussioni contro il progresso della scienza, di movimenti improvvisati di aspiranti governanti, il lasciapassare a non sentirsi neppure in difetto rispetto a chi ogni giorno, prima di poggiare la penna sul foglio, compie ricerche, consuma le scarpe, interroga e, soprattutto, si interroga.

Piuttosto, il MoVimento discuta con la categoria, chiami noi ragazzi che ci sbattiamo per il solo moto d’orgoglio, per la passione che anima le parole che mettiamo su carta. Chieda a noi come ci si sente ad affrontare la professione, ogni giorno, senza gratificazioni, consci, inoltre, del rischio di una qualsiasi querela del potente di turno infastidito dalla nostra ostinata sete di giustizia. Apra, finalmente, al dialogo con la società civile, quella che riempie le piazze, chiuda per una volta il blog e impari ad ascoltare. Forse, alla prossima tornata elettorale – facciamo tra due, visto che ha già consegnato il Paese alla Lega e, manco a dirlo, a Berlusconi (di nuovo) – eviterà accordi con le forze con cui adesso divide i banchi, e avrà, allora sì, l’ardire di poterla fare finita con un passato che, invece, con minacce come l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, non fa altro che rimarcare e nel peggiore dei modi.

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