Renzi - Il meno peggio
Il Fatto

Il meno peggio, la teoria che ci ha condannato

Alzi la mano chi, almeno una volta, chiudendosi alle spalle le tendine della cabina elettorale non ha apposto la X sul simbolo, sul partito, sul candidato che – a proprio dire – risultava essere il meno peggio tra quelli proposti. È una teoria, quella di esprimere il proprio voto verso colui/coloro che appaiono come il male minore, il prezzo meno esoso da pagare all’appartenenza a questo disgraziato Paese, probabilmente sempre esistita ma diventata virale, quasi necessaria, dagli anni del berlusconismo fino ai giorni nostri.

Una pratica, quella della preferenza accordata al meno nocivo dei cavalli asserragliati ai blocchi di partenza, che ha decretato, però, la morte della politica in favore delle correnti populiste, lo svilimento dei valori della vita democratica e partecipativa dello Stato in quanto espressione del volere di milioni di cittadini. Il meno peggio – spesso associato a un’altra raccapricciante espressione coniata ad hoc dai politicanti di casa nostra, il voto utile – è coinciso, nell’immaginario collettivo, con qualunque volto fosse in opposizione al già citato Silvio Berlusconi, tuttavia, non solo non ne ha mai delimitato il raggio d’azione, ma neppure è servito a mettere l’ex Cavaliere ai margini delle istituzioni.

D’altronde, dove non ha osato neppure la magistratura, era difficile credere che potesse forgiarsi di un risultato tanto nobile il vile e omertoso popolo del tricolore, abilissimo nello scandalizzarsi e nel puntare il dito quanto rapido nel mettere quotidianamente in scena tutti quei comportamenti che – sempre a proprio insindacabile giudizio – minano all’efficienza delle istituzioni, dei servizi, del dibattito, aspettando sistematicamente che a risolvere tutti i suoi guai sia quel qualcun altro pagato profumatamente per farlo. Ecco come si spiegano oltre vent’anni di politica degli interessi, quasi tre decenni di manovre sempre a discapito delle classi più disagiate, dei lavoratori, della sanità, della scuola, dell’insieme delle componenti che farebbero dell’Italia uno Stato civile. Ecco come si raccontano, oggi, fenomeni come la terza via (né di destra, né di sinistra) indicata dal Premier Conte nell’ambito dei festeggiamenti per i dieci anni del MoVimento 5 Stelle, l’apertura dell’ex Sindaco di Firenze ai delusi di Forza Italia alla Leopolda o il ritorno in auge dello spirito nazionalista, con Matteo Salvini, Giorgia Meloni e il governatore del Veneto, Zaia, che dal palco della manifestazione del ritrovato centrodestra invocano nuovi muri ai confini e manganelli ai poliziotti.

Facile – fin troppo facile – dare la colpa di tanta amoralità, di tanto livore e subcultura al declino delle forze di centrosinistra, dall’Ulivo guidato da Prodi e tenuto al guinzaglio dall’ultimo sussulto di vita del PRC di Fausto Bertinotti, al progetto mai decollato del Partito Democratico, una triste accozzaglia di correnti opportunistiche, unite solo nell’applicazione di stampo liberista nei confronti di qualunque provvedimento partorito. Ancor più semplice – eppur vero – affermare che il meno peggio, spesso, è coinciso con una croce sbarrata proprio a favore del Professore emiliano e di Massimo D’Alema prima, di Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi poi. 

Il risultato? È sotto gli occhi di tutti come il solo fatto che un partito di estrema destra – qual è la Lega guidata dall’ex Ministro dell’Interno –, al primo posto tra le intenzioni di voto degli italiani al 33%, si figuri come la sintesi di quanto appena descritto. Ed è un dato inequivocabile e altrettanto preoccupante il peso politico che ha assunto una formazione come quella di Fratelli d’Italia, storicamente relegata ai margini del Parlamento quanto del dibattito sin dal dopoguerra e, oggi, invece tornata a urlare col favore della folla nelle piazze di Roma.

Quello de il meno peggio è il criterio che tiene insieme le poltrone del governo nato all’indomani della scissione del binomio gialloverde – l’esecutivo Conte bis sostenuto da ben quattro gruppi di maggioranza, M5S, PD, Italia Viva e LeU – ed esattamente come per qualunque altra accozzaglia nata per quello stesso principio, l’azione si presenta sterile, poco coraggiosa, poco concreta nella ricerca alla soluzione ai problemi che affliggono milioni di famiglie e, peggio, si fa dettare l’agenda dal sentire popolare, dai temi che animano la popolazione e la rivolgono contro la democrazia, come il delicato argomento dell’immigrazione.

Non sorprende, dunque, che l’asse giallorosso – che di rosso non ha proprio niente! – parli dello Ius Culture come un provvedimento da rimandare perché la gente non capirebbe o affronti il tema del fine vita come un argomento da trattare in silenzio, lontano dai riflettori che il sacro cuore di Maria di salviniana invocazione sarebbe pronto ad accendergli contro, non stupisce che Di Maio, Renzi e Conte non siano d’accordo sulla manovra economica, sulle tasse, quindi sulla materia che potrebbe screditare la maggioranza e gettare definitivamente grillini e democratici in pasto ai sovranisti di verde vestiti. 

Nessuno oserà mai prendersi i rischi che un Paese come il Portogallo si è sobbarcato quattro anni or sono, ribellandosi all’austerity, rinvigorendo i salari e favorendo i pensionamenti, in Italia ancora stretti nella soffocante morsa della Riforma Fornero. Non un solo capo politico dirà che dal Bel Paese i giovani scappano via in numero sempre maggiore per mancanza di lavoro, futuro e opportunità di crescita, perché guardare alle coste da dove i profughi arrivano è più proficuo che raccontare la drammatica verità in cui ci hanno lasciato piombare. Nessun partito, nessuna alleanza, tantomeno alcun il meno peggio farà gli interessi di chi ormai segue la politica con lo stesso spirito di una partita alla domenica, compresa l’analisi (poco) critica che segue il fischio finale, e che invece meriterebbe di poter guardare a un proprio rappresentante con fiducia e rispetto, collaborando alla riuscita della sua azione, presentando il dissenso come strumento di democrazia.

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