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“Il Commensale”: la forza dei legami familiari che va oltre le tragedie

In tutte le famiglie ci sono dei racconti mai narrati a causa del dolore che provocano. Ma nelle famiglie protagoniste di una tragedia, il silenzio e la curiosità si fondono in misteri risolti a metà, come ne Il Commensale El Comensal. Finalmente tradotto anche in italiano da Alessandro Polidoro Editore, il primo romanzo di Gabriela Ybarra, sin dalla sua uscita in Spagna, ha riscontrato enorme successo. L’autrice, infatti, riporta alla luce momenti di crisi della sua vita e della storia della sua famiglia, alla ricerca di verità e di serenità. Pubblicato nel 2015, per la casa editrice partenopea è il secondo libro della collana I Selvaggi – dedicata alla narrativa straniera – e affronta il tema del terrorismo basco e dell’orrore dell’ETA.

Il libro si presenta come una raccolta di ricordi, appuntati al momento e poi messi insieme da un senso comune che ricollega il filo logico della narrazione. Si divide in due parti, ognuna dedicata a due storie diverse: il rapimento e l’assassinio del nonno dell’autrice, e la morte prematura della madre per malattia. Due storie, una vissuta in prima persona e l’altra ricostruita, che sembrano non avere nulla a che fare reciprocamente, ma legate in un unico racconto grazie al personaggio comune: la morte. Quella presenza che alloggia in casa, che vive insieme alla famiglia e che siede a tavola, come un commensale qualsiasi, finché non porta via, in modo disastroso e improvviso, un amato membro del gruppo. Attraverso queste vicende, l’autrice rivive la strana normalità della dipartita violenta e prematura, che è entrata ormai nella sua vita.

La prima parte è un ricordo ricostruito, una storia ripercorsa tra gli indizi forniti dai racconti silenziosi dei membri della famiglia e dalle storie ufficiali ritrovate sui giornali durante l’investigazione. Ybarra, memore delle informazioni captate da bambina sulle quali non si era mai soffermata, decide di ricostruire la triste vicenda che vide protagonista il nonno che non ha mai conosciuto, un esponente politico spagnolo rapito e assassinato dall’ETA. Si fa strada con meticolosità tra le sue memorie sfocate e tra le informazioni vaghe che riesce ad acquisire, fino a ricostruire, a metà tra realtà e fantasia, una storia misteriosa e terrificante. A muoverne la curiosità, la dipartita della madre, che riporta il tema della morte nella sua esistenza. Come un’investigatrice, ripercorre gli eventi, creando un racconto fatto di congetture e ricostruzioni. Molte cose restano incerte, immerse nella nebbia dei ricordi mai tramandati, contribuendo a creare quell’aria di mistero e interrogativi che caratterizzava la storia anche prima che fosse trasposta su carta.

La seconda parte, invece, è caratterizzata dalla tragicità degli eventi vissuti in prima persona. La scoperta della malattia che causerà la morte prematura della madre di Gabriela, evento che segnerà la sua vita e che la spingerà, successivamente, a porsi molte domande sul suo trascorso familiare. A metà strada tra chi cerca di superare i brutti momenti ripercorrendoli e chi cerca di mettere insieme i ricordi di una persona amata, l’autrice affronta il suo commensale con la serenità di chi sa che la morte fa parte della vita, e insegna al lettore come affrontarne la triste consapevolezza.

Trattandosi di una ricostruzione, la narrazione procede in modo non lineare, con salti temporali, anticipazioni e digressioni. Nel suo narrare, Gabriela Ybarra divaga spesso con armoniosi salti che danno l’impressione che si trovi accanto al lettore, a raccontare la sua vicenda e le sue scoperte. Mette insieme i grandi eventi e i piccoli dettagli dell’ordinario, così come appaiono contemporaneamente nella vita vera.

È facile impersonarsi nella sua storia, nella sua semplicità, nei sogni che ne spiegano lo stato d’animo e nei momenti di tensione narrativa. La narrazione procede didascalica e risoluta: gli eventi sono descritti con molta semplicità, così come sono avvenuti e senza aggiungere patos narrativo, perché sono gli avvenimenti stessi, nella loro tragica natura, a parlare. L’autrice, infatti, dice sempre le cose come stanno, senza spiegarle, lasciando che sia il lettore a capirle in modo naturale e a intraprendere autonomamente il proprio percorso di accettazione. Percorso che affrontano insieme, che riporta i pensieri e le immagini più spontanee di quei momenti bui, e che insegna ad affrontarli.

Ma le due storie sono accomunate dal più potente dei fattori: la famiglia. Quel senso di appartenenza e familiarità fatto di legami profondi e indissolubili, sentimenti che creano indivisibilità. L’affetto che muove l’autrice e protagonista e la spinge a prendersi cura di sua madre o la curiosità che la porta a indagare sulla vita di qualcuno che non ha mai conosciuto, ma al quale si sente legata. Legami robusti che, come in ogni famiglia, neanche la morte, il commensale, può spezzare.

“Il Commensale”: la forza dei legami familiari che va oltre le tragedie
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