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“Il Capocella” di Vincenzo Russo e la persistenza dell’umanità nell’universo carcerario

Lo scrittore Vincenzo Russo presenta il suo romanzo Il Capocella, edito da Homo Scrivens nel 2017 (Collana Dieci), allo Slash art/msic di Napoli, venerdì 11 maggio alle ore 18:30. L’autore e operatore socio-culturale napoletano, più volte premiato per le opere artistico-letterarie e il suo impegno nelle attività sociali, parteciperà a una “chiacchierata” intorno alla sua opera in compagnia di Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Campania, giornalista e docente universitario, di Carmela Esposito, Presidente dell’organizzazione no-profit Gioco di Squadra Onlus, e di chi scrive, insieme agli altri amici dell’Associazione Culturale L’Anguilla.

Il romanzo di Russo ci racconta la storia di Claudio, nato e vissuto in uno dei quartieri della Napoli popolaredove l’adolescenza è sempre difficile e l’inserimento nel mondo lavorativo, troppo spesso, non riesce e porta molti giovani sulla strada della delinquenza. Un giorno, il protagonista partecipa a una rapina organizzata con gli amici della sua “banda”, pensata come l’ultimo colpo. Lo sarà per davvero, ma in senso negativo, perché il giovane si ritroverà tra le mura del carcere di Poggioreale, detenuto in attesa di giudizio, e l’unico contatto esterno sarà la presenza affettiva e vitale di Anna, la sua compagna di vita che sta per dargli un figlio.

La parte centrale della narrazione ci porta nel terribile “universo carcerario”, ed è come entrare in un’altra dimensione, una vita parallela. Qui, tutte le ambiguità della realtà quotidiana, soprattutto la differenza tra la legge nominale e la giustizia reale, sono rimesse in discussione. Per il giovane Claudio, caduto nell’abisso del malaffare per mancanza di alternative concrete, sarà un duro, lungo e faticoso percorso di “apprendimento” per una vita senza i filtri della relazione societaria, che attenuano, nel bene e nel male, la disperante differenza tra l’esistenza brutale e immediata che è e quella che avremmo voluto che fosse.

Il protagonista non riuscirebbe mai a superare la prova di “realtà”, se non fosse per l’incontro con Teodoro, chiamato Capocella, perché è il carcerato con la maggiore “anzianità” detentiva, un uomo che conosce fin nei dettagli tutto ciò che serve al giovane per affrontare i tre anni di pena che gli hanno inflitto, senza farsi sopraffare dalle prove fisiche, e soprattutto psicologiche, della reclusione. Tra i due nasce una solida amicizia e Teodoro sarà la persona che trasformerà la vita di Claudio non solo in carcere, ma anche – come il lettore potrà leggere in un finale sorprendente – quando il ragazzo tornerà nella cosiddetta società civile e all’affetto dei suoi cari.

L’opera di Russo è avvincente come un romanzo d’azione e dettagliata come una prova saggistica “aperta”, tuttavia, nel descriverci quella che negli anni Sessanta del secolo scorso il sociologo statunitense Erving Goffman definì un’istituzione totale – ad esempio le carceri ma anche i manicomi – riferendosi a quei luoghi che la società realizza, in teoria, allo scopo di “riabilitare” i soggetti che ritiene “pericolosi” per se stessi e per gli altri, perché hanno deviato con il loro comportamento rispetto alle regole che la comunità societaria ha stabilito. L’istituzione è totale, ci dice Goffman, quando ha un potere inglobante sull’individuo e i risultati della riabilitazione sono problematici a causa dell’eccessivo impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno.

Per molti aspetti, Il Capocella di Vincenzo Russo ci offre la narrazione di un rapporto di grande valenza umana, che costituisce un’eccezione che purtroppo conferma la regola presente nelle istituzioni carcerarie, soprattutto nel nostro Paese. Una felice e possibile eccezione, comunque, che dà fiducia alla persistenza dell’umana solidarietà che può esistere e resistere nei luoghi dove perfino la speranza sembra essere reclusa una volta e per sempre.

“Il Capocella” di Vincenzo Russo e la persistenza dell’umanità nell’universo carcerario
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