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Governo PD-M5S: facce e poltrone sbagliate

Gli interventi di questi giorni di Salvini e della sua bad company sono rimbombati nelle nostre case e sui nostri smartphone con tale frequenza che li abbiamo imparati a memoria. In fondo, non è difficile, basta costruire qualunque concetto sulle poche, sempre identiche frasi: traditori, mai col PD, porti chiusi, dignità, onore, poltronari e via dicendo. Quella più interessante risulta certamente l’ultima, dal momento che a pronunciarla è stato lo stesso soggetto che – a detta del mai smentito Premier Giuseppe Conteha manifestato la volontà di chiudere l’esperienza del governo giallo-verde per capitalizzare i consensi e tornare al voto.

Al di là di questo, si rende interessante analizzare chi oggi siede su quelle stesse poltrone e se, in effetti, siano occupate dalle persone giuste. Ahinoi – è bene ricordarlo – la Costituzione non richiede nessuna competenza specifica per ricoprire la titolarità di un Ministero, nonostante i prerequisiti necessari per svolgere al meglio un qualunque incarico pubblico siano molteplici, di carattere tecnico quanto morale. E, allora, diamo un’occhiata a chi dal 5 settembre compone il Consiglio dei Ministri partendo dalla scelta sulla quale tutti i riflettori erano puntati, ossia quello dell’Interno, che lo stesso Presidente della Repubblica Mattarella ha voluto spoliticizzare dopo 14 mesi di guida salviniana.

Il leader della Lega è stato rimpiazzato da un Prefetto, la dottoressa Lamorgese. Una lunga carriera, la sua, che l’ha vista ricoprire il ruolo di capo di Gabinetto del Viminale ai tempi dei governi Letta e Renzi. Dunque, un’esperta frequentatrice di quegli uffici dai quali ci aspettiamo rimarchi la neutralità delle istituzioni, negli ultimi mesi strumentalizzate per fini politici a colpi di felpe colorate e di tweet. Un’inversione di rotta guidata già da Franco Gabrielli, capo della Polizia di Stato, il cui nome circolava tra i papabili Ministri dell’Interno, che, qualche giorno fa, ha preso le distanze dall’usanza dell’ex Vicepremier di indossare le divise in dotazione alle forze dell’ordine. Una dichiarazione di questo tipo, diramata dalla Lamorgese, accrediterebbe l’equidistanza che la Carta prevede per i corpi armati.

Assai azzardata, invece, appare la scelta di delegare a Luigi Di Maio la guida della Farnesina: non stiamo qui a ripeterci sugli imperdonabili errori del più giovane Vicepresidente della Camera della storia repubblicana italiana, tuttavia, non possiamo esimerci dal chiederci cosa abbia portato a conferire al capofila grillino proprio quell’incarico. Per quanto sia vero che la linea estera è generalmente dettata dal Presidente del Consiglio, il Ministro degli Esteri ha, comunque, il delicato ruolo di gestire i rapporti con le ambasciate, oltre che di negoziare con gli organi internazionali. Non a caso, i predecessori di Di Maio rispondono ai nomi di Moavero Milanesi – diplomatico e già giudice presso la Corte di Giustizia dell’UE – e, a parte la dimenticabile parentesi targata Alfano, Paolo Gentiloni, neo Commissario agli Affari Economici dell’Unione Europea, le cui doti mediatrici sono unanimemente riconosciute. 

Ma lì, si sa, la responsabilità è da cercarsi nella brama di potere del capo pentastellato, avidità che lo ha portato a ricoprire tre ruoli di peso assoluto con l’esecutivo appena passato alla storia e, ora, questo che non gli si addice né per competenze né per esperienze. Per la stessa mania di controllo ha pressato Conte affinché nominasse Riccardo Fraccaro al sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio, un segugio fidato messo alla cabina di regia per affiancare un Premier che sta sempre di più autoproclamandosi leader alternativo dei Cinque Stelle. 

Un governo che si presenta di discontinuità, però, ha il dovere morale di discostarsi rispetto alle scelte adoperate in passato e di premiare chi, in maniera forse lungimirante, in questo anno abbondante di alleanza con la Lega è stato critico verso il proprio quartier generale. A tal proposito, sarebbe stata una vera rivoluzione affiancare a Giuseppe Conte il Comandante De Falco, mandato via persino dal MoVimento per la sua linea in opposizione all’inclinazione sovrana del gruppo grillino. 

Lo stesso dicasi per un altro Ministero chiave, la Giustizia: l’accordo 5 Stelle-PD era da tempo invocato da quei progressisti, come Zagrebelsky, che di guardare a destra non ne hanno mai voluto sapere e che individuavano elementi comuni tra i due nuovi alleati già prima che la stretta di mano con Zingaretti sancisse il secondo mandato al Premier uscente. In questo clima di rinnovamento, quindi, che c’azzecca Bonafede? Tralasciando meriti e demeriti di quest’ultimo, si sarebbe potuto dare ascolto alle voci che volevano come nuovo guardasigilli il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, già nel 2014 vicino alla nomina – non fosse stato per il vergognoso alt di Napolitano – e da tempo promotore di misure in grado di contrastare la criminalità organizzata, dopo una vita spesa a combattere ‘ndrangheta e narcotraffico. 

Discorso analogo vale per il Ministero della Sanità, dove al posto di un laureato in Scienze Politiche, quale Roberto Speranza, avrebbe potuto trovare posto Gino Strada che, dopo essere stato candidato nel 2013 alle Quirinarie dei pentastellati, si è spesso espresso in disaccordo con Di Maio e co. al punto da dichiarare che il precedente governo fosse composto da metà coglioni e metà fascisti.

Gli stessi dubbi non possono non sorgere sul ritorno al MIBACT di Dario Franceschini: passano i leader del centrosinistra ma lui è sempre al ponte di comando, unico padre nobile del PD presente nel governo appena insediatosi. Non fosse per il potere di cui a quanto pare gode tra i dem, non capiremmo perché, una volta per tutte, i Beni Culturali non siano stati assegnati, ad esempio, a Tomaso Montanari, docente universitario di Storia dell’Arte, al quale i grillini in passato avevano già offerto quel posto e che ha sempre salutato un’alleanza tra i due nuovi partner di maggioranza come l’unica alternativa alla deriva nazionalista, sottolineando come esista una fetta di elettorato di sinistra tra gli elettori del MoVimento. 

Ciò non sbiadisce la nostra cauta positività per le presenze del giovane Provenzano al Sud, piddino critico nei confronti delle recenti manovre conservatrici del suo partito, o di Teresa Bellanova, Ministra delle Politiche Agricole, che, pur avendo preso parte alla rovinosa stagione renziana, è senz’altro un’esperta del settore di cui andrà a occuparsi, l’agricoltura. Bilancia alla mano, un pizzico di coraggio in più da parte di questo governo non avrebbe guastato o, quantomeno, la messa al bando di alcuni dei volti sopraelencati non avrebbe potuto certo far male. Giusto per non fornire a qualcuno l’assist per essere chiamati poltronari. E, di questi tempi, già quella sarebbe stata una vittoria.

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