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Governo Conte: sarà una “pacchia”?

Come tutti ormai sappiamo, a partire dal 27 maggio 2018 i media hanno ufficialmente ricominciato ad annunciare la massiccia ripresa degli sbarchi di profughi africani sulle coste italiane, e Dio, se esiste, non ha perso tempo per compiere un altro dei suoi meravigliosi miracoli facendo nascere uno splendido figlio del Mediterraneo, venuto rocambolescamente alla luce con il peso più che promettente di ben 2.8 kg. Il nome che la mamma ha scelto per questo nostro nuovo compagno di viaggio, certo non più per mare né su un’imbarcazione di fortuna come quella su cui è nato, è stato proprio Miracle.

Come anticipato, il piccolo ha toccato il suolo europeo nella mattinata di un luminoso giorno del mese scorso, del tutto ignaro di essere però giunto non tanto in Europa quanto, purtroppo per lui, solo in Italia, ovvero in quella colonia dell’Unione Europea in cui tutti noi, nonostante i vari cavalier serventi succedutisi finora al governo del Paese, bene o male sopravviviamo.

A dimostrazione del fatto che siamo tutt’oggi subdolamente oggetto di un’abrasiva colonizzazione economica in corso d’opera da parte dell’UE, va infatti sottolineato quanto accaduto nella serata dello stesso giorno in cui Miracle è venuto al mondo, ovvero il rifiuto espresso dal Presidente Mattarella di accogliere tra i ministri proposti da parte del Premier incaricato, Giuseppe Conte, la figura del Prof. Paolo Savona. E siccome una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale, si è subito vociferato tra le non tempestose, ma tempestive correnti di bonaccia mainstream, che al Capo dello Stato pare non fosse andata giù in particolar modo una frase pronunciata qualche tempo fa dal Professore, secondo cui la Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l’idea di imporla militarmente. Per tre volte l’Italia ha subito il fascino della cultura tedesca che ha condizionato la sua storia, non solo economica, con la Triplice Alleanza del 1882, il Patto d’Acciaio del 1939 e l’Unione Europea del 1992. È pur vero che ogni volta fu una nostra scelta. Possibile che non impariamo mai dagli errori? Restiamo purtroppo nelle mani di una classe non dirigente che ha rischiato di uccidere la nostra Costituzione, una volta la più bella del mondo, e con essa i meccanismi democratici che dai suoi principi e articoli promanano.

Nel 2003 in un suo brano dal titolo a dir poco visionario, Io non mi sento italiano, Giorgio Gaber cantava: Abbiam fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia. Noi stavamo e forse ancora stiamo riuscendo a fare persino di più: pur di far l’Europa abbiamo deliberatamente accettato per anni di perseguire il totale disfacimento dell’Italia, trasformandola in una fiera delle vacche grasse messe in svendita per darle in pasto agli appetiti dei cugini francesi, che puntano a poter produrre beni e servizi da elargire a costi accessibili per le tasche sempre più capienti dei mercati emergenti così come di quelli già consolidati, a fronte di salari e pensioni da fame pagati ai lavoratori del Bel Paese, deprivati di ogni tutela nonché dignità, e garantendo al tempo stesso un cospicuo mercato interno all’Unione Europea che sia capace di assorbire beni e servizi realizzati, a costi più che competitivi, da parte della grande, benevola e produttiva mamma Germania.

Tuttavia, pur in un tale contesto socio-economico e culturale, va riconosciuto con piacere che la democrazia è riuscita a fare in ogni caso il suo corso, salvo qualche “opportuno” aggiustamento di rotta pro-establishment, in seno a un processo istituzionale opportunamente ricondotto lungo un binario costituzionalmente segnato dal varo di un governo politico last-minute, che comunque vede come ministro senza portafoglio agli affari europei il suddetto e tanto vituperato Savona, seppur tra insultanti ingerenze euro-cratiche secondo cui i mercati avrebbero dovuto insegnarci come votare, con imbarazzanti “raccomandazioni” tempestivamente giunte da parte del Presidente della Commissione Europea che ci ha invitati a essere più laboriosi e meno corrotti, condendo il tutto con uno spread finalmente in flessione.

A questo punto, non ci resta che augurare a Miracle di poter aprire gli occhi da uomo libero in un continente di uomini liberi in cui l’istruzione e la legge siano uguali per tutti e non da servo in un Paese di caporali qual è quella terra che un tempo chiamavamo Italia e che oggi vediamo invece pericolosamente proiettata verso lo svolgimento del ruolo di “prospero” Mezzogiorno d’Europa, dove le mafie incrociano nel mare della disperazione al soldo dello strapotere finanziario sovranazionale, mentre Soumaila Sacko muore a 29 anni in Calabria solo perché colpevole di voler lottare per difendere i diritti degli ultimi dagli attacchi di tutti coloro che credono di essere i “primi”, i quali puntualmente non perdono mai occasione per dimenticare che si è sempre il meridionale di qualcuno.

Auspichiamoci, dunque, solamente che tutto questo balletto possa portare a garantire un po’ di panem per quella parte di cittadinanza che legittimamente reclama e reclamerà il suo diritto al reddito e, soprattutto, speriamo di non ritrovarci dei circenses seduti sugli scranni dedicati a chi è stato chiamato a rivestire incarichi di governo di un Paese in cui il popolo ha mostrato di aver sete sì di sovranità, ma che più di ogni altra cosa necessita di poter ritrovare la sua giusta e meritata credibilità, nonché serenità.

A tutti quei commentatori che in questo frangente di vita repubblicana si sono permessi di accusare gli italiani di esser diventati oltre che arbitri, improvvisamente anche degli esperti costituzionalisti, invece, diciamo semplicemente che […] Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui […] siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia […]. Qui in Italia noi facciamo così.

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