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Attualità

Giorgia Meloni: l’alter ego di Matteo Salvini

Di fronte a un governo che non riesce a prendere una posizione netta su molte questioni, che non è ancora in grado di comunicare i motivi per i quali è stata compiuta l’operazione di palazzo che ha portato alla sua nascita e che non palesa una completa unione di intenti tra le forze che lo compongono, in Italia l’opposizione mostra i muscoli, consapevole di quello che vuole: prendersi il Paese e mettere in atto le politiche avverse agli immigrati, all’euro, all’Europa e alla lotta all’evasione.

Seppur nella loro diversità, infatti, Salvini, Berlusconi e Meloni trovano sempre un modo per andare pubblicamente d’accordo e per presentarsi uniti. Fa niente che il Caimano dica di far parte dei moderati europei e gli altri due no, così come è indifferente che il sedicente Capitano fino a poco fa cantasse cori contro i meridionali mentre i suoi alleati sono ben radicati al Centro e al Sud. Chi se ne frega, poi, se la first lady del trio ha fatto parte del Fronte della Gioventù negli anni Novanta mentre l’amico Matteo militava tra i giovani comunisti padani.

Da decenni, ormai – fin dai tempi di Bossi e Fini –, la destra italiana riesce a superare queste sottigliezze, una capacità che la rende compatta a pontificare in Piazza San Giovanni a Roma – sottratta anch’essa alla sinistra – e ad astenersi vergognosamente nella votazione sull’istituzione della commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza voluta da Liliana Segre. Uno strumento che, a detta della leader di Fratelli d’Italia, non è abbastanza forte da combattere l’astio verso la comunità ebraica nonché un modo per fare censura. Ecco dunque che, al di là delle considerazioni sul singolo caso, è evidente come l’erede di Alleanza Nazionale si stia mettendo sempre più in mostra in un periodo storico che le consente di gongolare.

D’altro canto, l’ex missina non ha mai rinnegato le sue posizioni tendenti all’estrema destra anche se per molto tempo è stata ai margini della vita politica del Paese, attestandosi su basse percentuali senza riuscire a raggiungere i livelli – in termini di voto, si intende – dei suoi partner. Da quando il leader della Lega si presenta come il garante dei valori di patria, famiglia e cristianità, però, Giorgia Meloni ha cominciato a sentirsi derubata di quello che è il suo campo e da allora è una gara tra i due a chi la spara più a destra: se lui dice che per i migranti la pacchia è finita, lei propone il blocco navale; se lui impedisce a un’ONG di attraccare sulle coste italiane, lei dice che la nave va fatta affondare. Quantomeno vince la sfida sulla coerenza, non essendosi mai apertamente discostata da posizioni fasciofiliache, affermando di avere un rapporto sereno con il fascismo. E se qualcuno in televisione osa chiederle cosa pensa del Ventennio, l’ex Vicepresidentessa della Camera sbotta e pretende lo stesso trattamento per gli esponenti del PD che provengono dal PCI.

Quello attuale è, ça va sans dire, il momento migliore per lei perché le politiche securitarie e protezionistiche che la Meloni va da tempo sostenendo sono proprio quelle che stanno riscuotendo maggior successo tra gli elettori e che l’hanno portata a superare il 10% alle Regionali in Umbria, a doppiare Forza Italia e a rendere il suo il partito maggiormente in crescita.

Oltre alle posizioni sulla politica estera, però, la fiera sostenitrice del tricolore si è fatta notare anche per le forti critiche nei confronti del Global Compact: legittime, per carità, ma ridicole quando la Meloni afferma che quel patto ci viene imposto dai magistrati nel momento in cui questi optano per la liberazione di Carola Rackete, come se ci fosse un nesso. Ancor più scandalosa è, poi, la sua tendenza a ignorare puntualmente il 25 aprile, giornata considerata dalla Le Pen italica come divisiva, anche qui trovandosi d’amore e d’accordo con l’ex titolare del Viminale che, a proposito della Festa della Liberazione, nel passato recente ha parlato di derby tra fascisti e comunisti.

Ciò che viene naturale chiedersi, dunque, è per quale motivo la leader di Fratelli d’Italia tenga sempre a precisare ovvietà e a rendersi sostenitrice di tesi estremamente scontate: basti pensare che qualche mese fa in un comizio ha ricordato ai presenti, urlando, che la capitale d’Italia è Roma – come se qualcuno avesse chiesto di spostarla a Tripoli o a Bruxelles – oppure il 19 ottobre quando, durante la manifestazione che ha visto riunito tutto il centrodestra, ha affermato, forse in preda a una crisi d’identità, di essere Giorgia, di essere donna, di essere italiana, di essere madre e di essere cristiana e che nessuno potrà mai toglierle queste sue caratteristiche.

La Meloni, infatti, si ostina a pensare che chi intende riconoscere nuovi diritti – come lo Ius Soli o la stepchild adoption – ne voglia togliere altrettanti a lei, non riuscendo a concepire che siamo tutti innanzitutto esseri umani e, in quanto tali, ci spetta vivere in condizioni di pari dignità sociale: quella dignità che un leader politico come lei perde quando va a scimmiottare le cattiverie e le brutalità altrui. Anche per questo c’era bisogno di una commissione contro l’intolleranza. E forse proprio per questo il centrodestra si è astenuto.

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