Interviste

Giò Sada: “Suonare è un atto sociale”

Comincio a liberarmi da pesi e distrazioni

rimango indietro per scelta,

lascio che gli altri mi superino

E tu che mi hai seguito

chiedi perché non accelero mai

Non punto sulla velocità,

ne conosco solo gli svantaggi e le scomodità

Raggiungeremo l’isola,

saremo nudi e pallidi

forse più stanchi per l’età,

ma sempre meno fragili

Inizia così L’isola, una delle tracce più interessanti contenute nell’album Volando al contrario pubblicato lo scorso anno da Giò Sada in collaborazione con la Barismoothsquad. Un attacco che, forse, più di altri racconta al meglio il suo autore, un giovane ventottenne barese nato e vissuto davanti al mare. Sempre controcorrente, poco incline a regole impostegli da qualcun altro, Giò ha dimostrato che fare dell’arte senza snaturarsi e partecipare a un talent, vincerlo addirittura, possono trasformarsi nell’occasione giusta per affermare la propria indipendenza e portare avanti la propria idea di musica – tra l’altro, di estrema qualità –, liberi da veti e imposizioni esterne. Quello di Sada, infatti, è un percorso atipico per chi come lui ha scelto di prendere parte a un programma televisivo – nello specifico, X Factor – dove le etichette discografiche fagocitano il più possibile fino a omologare concorrenti e, dunque, futuri cantanti. Non a caso, dopo l’inaspettato ma più che meritato trionfo nel 2015, il cantautore pugliese ha preso le distanze da una strada apparentemente già designata per lui e ha scelto di volare al contrario, destando reazioni diverse e generando parecchia incomprensione in chi non ha avuto la pazienza, tantomeno la volontà, di aspettare e capire. Per chi ha saputo comprendere, invece, il percorso intrapreso dalla voce più potente del rock italiano si è rivelato tanto innovativo quanto di valore, nelle intenzioni come nella realizzazione.

Lo abbiamo incontrato, Giò Sada, in occasione del suo ultimo live in Campania, quando si è concesso a una chiacchierata sincera sul suo presente e, soprattutto, sul suo futuro, fatto ovviamente di note e un’identità chiara ancora da difendere.

Giò, partiamo dal tuo ultimo album con la Barismoothsquad, Volando al contrario, che ormai ha compiuto più di un anno. Quali e quante soddisfazioni vi ha dato e cosa c’è nel prossimo futuro?

«Volando al contrario è nato in un momento di estremo marasma di cose da fare, probabilmente avrei voluto dedicargli più tempo. Purtroppo, però, quando hai delle scadenze da rispettare, soprattutto dopo un talent, devi portare a termine il lavoro. Diciamo che è stato il disco che ci ha fatto conoscere un po’ la musica italiana e come funzionano certi meccanismi. Di base, però, sto già pensando al prossimo. Mio malgrado, ho questo bug interno secondo il quale quando finisco una cosa, cerco di superarla il prima possibile. Comunque, ci siamo divertiti, abbiamo fatto diversi concerti, sono stati anni particolari. È l’album del quale mi ricorderò per tutte le cose che abbiamo dovuto affrontare, anche a livello personale, di scelte, di direzioni da prendere. Volando al contrario significava proprio questo, essenzialmente. Significava cioè, dopo aver affrontato un percorso che logicamente portava in una direzione, andare al contrario, andare nel senso opposto. Non voleva dire ritornare a un passato già vissuto, bensì utilizzare quanto appreso in un modo diverso dal solito, quindi creare un po’ di confusione.»

Seguendovi in concerto, viene da dire che non siete una band da disco. Il palco, infatti, sembra essere lo specchio migliore in cui riflettervi. Qual è il vostro rapporto con entrambi gli elementi? 

«Il nostro rapporto con i dischi, in effetti, è sempre stato meno forte. Diciamo che ci piace di più fare i live, essere performer, per così dire. Tuttavia, stiamo cominciando ad affinare anche la tecnica dell’album, che è un qualcosa di molto diverso. Non mi è mai piaciuto stare chiuso in uno studio, anzi ho sempre voluto preparare i dischi live, in sala prove, portarvi un qualcosa, magari un riff, un’idea, e provare a svilupparla. Spegniamo le luci e vediamo dove ci porta, è questo il senso. Alla fine, tutto quello che abbiamo registrato lo riascoltiamo, lo tagliamo, lo conserviamo, così da tenere viva la forza dell’improvvisazione. Credo che nell’arte in generale sia un elemento necessario, un modo più libero per affrontare, in questo caso, la musica, e poter cogliere dei particolari che, dinanzi a un programma, non potresti mai far venire fuori o scorgere. La musica fatta dal vivo come negli anni Settanta o in precedenza, dove tutte le registrazioni erano realizzate in presa diretta, permette di cogliere lo spirito vero del lavoro che, altrimenti, non sarebbe possibile intuire perché frutto di un difficile tentativo di costruzione. Per questo, il nostro rapporto con i dischi è burrascoso, anche con quelli già fatti che non venivano mai come li volevamo noi. Nel live, invece, possiamo veramente dire la nostra, far vedere cosa sappiamo fare e, soprattutto, cosa vogliamo trasmettere. A volte, all’ascolto, capita di recepire un messaggio che, poi, al concerto si rivela diverso da come l’avevi percepito tu. Il live è il momento più sincero, ecco perché a noi, che siamo sulla via della sincerità, piace di più.»

Visto che come lui non eri il vincitore annunciato, dopo la recente vittoria di Lorenzo Licitra, si è tornato a parlare del tuo trionfo a X Factor. Anche tu sui tuoi canali social hai ritenuto opportuno esprimerti in merito. Cosa ti ha dato il programma di Sky e cosa, invece, ti ha negato rispetto ad altri che ti hanno preceduto?

«A essere onesto,  X Factor non è un programma che seguo con assiduità. Mi informo, certo, mi capita di guardare dei video ogni tanto, ma non lo vedo dall’inizio della stagione o con frequenza. C’è un pubblico fisso, però, che segue il programma e che, ovviamente, essendo abituato alle regole del gioco, ha un’aspettativa rispetto a quello che succederà. Ognuno, dunque, dice la sua, fa le proprie previsioni, tifa. Non facendo parte di quel tipo di spettatore, non saprei come commentare con esattezza. Le tifoserie non mi piacciono, non a caso, nemmeno con gli Urban Strangers (secondi classificati, n.d.r.) sono mai stato rivale. Eravamo amici, lo siamo tuttora, e non ci è mai importato nulla della competizione tra noi. Forse, l’ha vissuta più la gente da casa. Di certo, a me non apparteneva e continuo a non sentirla mia nella vita di tutti i giorni. Ho letto che mi hanno paragonato a Lorenzo Licitra, è vero, ma musicalmente non abbiamo nulla in comune, forse solo la barba poteva creare confusione. Questa tendenza a utilizzare unicamente l’immagine come fonte principale di percezione mi ha davvero stufato, non la sopporto. In taluni casi, ho quindi bisogno di dire la mia, anche perché di stare sempre a giustificare, a cercare di far capire non è più neanche il momento, non mi interessa nemmeno. Se c’è qualcuno che ha capito e segue, a me fa piacere. Se, invece, c’è qualcuno che vuole sempre dire o fare paragoni, stando alle dinamiche di internet, dunque facendo per forza dell’ironia o mettendo alla berlina tutto e tutti, non mi interessa più. Ripeto, so che si è parlato di me e Licitra, dei voti di Nigiotti che sono passati al ragazzo che poi ha vinto, ma i Måneskin stanno comunque suonando, quindi… easy

Spesso hai dichiarato di aver scelto una strada diversa da quella che probabilmente qualcuno avrebbe potuto disegnare per te. Qual è? Chi è Giò Sada?

«La nostra strada è sempre stata una, abbiamo sempre cercato di trovare un modo per continuare a fare quello che stiamo facendo, ovvero portare avanti un progetto che non è solo mio, ma di tutti quelli con cui suono, di Gigi, il nostro manager, dell’intera squadra. Ci mancava, però, conoscere alcune cose necessarie per affrontare questo mondo, le persone che ne fanno parte, che lo gestiscono. Ai tempi, non mi aspettavo di vincere il programma. Anche il discorso con la SONY è stato completamente nuovo per me, quindi abbiamo cercato di fare il più possibile in modo di restare chi eravamo, chi siamo, persino per ciò che concerne l’immagine. Non ho mai voluto modificarmi, nemmeno nell’aspetto, magari tenendo la barba. So che questi fattori sono importanti, ma a me interessa ben altro, sto cercando altro. Adesso, infatti, siamo indipendenti, abbiamo raggiunto questa forza tutta nostra di prendere una decisione definitiva e, quindi, produrre un lavoro autonomamente, da soli, per poi proporlo a chi vorrà, a un’etichetta indipendente o, se ci sarà, a una Major interessata a quel progetto fatto come diciamo noi. Quella della sincerità, quella della ricerca vera è la strada che continueremo a proseguire. Io sono quello che vedi, quello con cui parli, non ho barriere o strategie, cerco di essere sempre il più aperto possibile, anche in musica, nei confronti di altri generi. È una caratteristica che si riversa in tutto e, siccome al pubblico e a chi ascolta tengo molto, tengo che sia stimolato da me, da quello che sto facendo, per cui devo sapere che c’è stata una ricerca intensa, devo sapere che siamo andati a scavare in profondità per far uscire delle cose veramente valide, non solo motivetti da diffondere perché magari hanno un bel giro, una bella melodia e allora possono andare in radio e farci svoltare.»

Ci racconti la tua esperienza di Jack on tour al fianco di Joe Bastianich in giro per gli Stati Uniti? Sembra che fossi nel contesto più adatto a te…  

«Jack on tour è stata una bellissima esperienza. Innanzitutto, ho conosciuto Joe, che è molto diverso da come appare. Certo, è un personaggio televisivo e crede in quello che fa, ma è anche una persona molto sincera, un grande appassionato di musica, ci siamo trovati sin da subito. Gli americani sono così, ambiziosi, è vero, ma credono molto in quello che fanno, cercano di portarlo a termine fino alla fine, tengono alla loro indipendenza, al loro essere americani, disponibili ad aiutare gli altri, “concorrenti” ma non irrispettosi. Musicalmente parlando, poi, credo che gli Stati Uniti siano il massimo per ciò che concerne la produzione degli ultimi cinquant’anni, quindi andare lì, girare per le loro strade, New York, il Tennessee, conoscere personaggi che calcano palcoscenici mondiali, come Roy Bittan della E Street Band, e tutte le persone che hanno veramente costruito la musica di oltre mezzo secolo, inventando delle cose e rendendo storia le loro idee, secondo me, è il massimo che possa capitare. Ovviamente, c’è stata anche una grande influenza sulla mia personalità. Visitare quei luoghi e vedere musicisti del genere, in posti dove chiunque imbraccia una chitarra è un incredibile talento, ti fa capire che puoi solo stare ad ascoltare e apprendere il più possibile per farlo a casa tua, per portare quello spirito da te. Spero, quindi, che con me o senza di me, si facciano altri Jack on tour, credo che sia una buona occasione per conoscere davvero certe chicche che, se non vai nei luoghi in cui si sviluppano, è difficile che te le possa immaginare. Gli americani, infatti, quando pensano all’Italia o a un progetto, sono interessati ad ascoltarlo in italiano, non interessa che glielo si proponga in inglese. A loro piace che porti quello che sei tu, le tue radici, lo apprezzano. Quando, invece, vedono che stai cercando di emularli, storcono il naso. Un po’ come noi con la pizza all’estero.»

Dal tuo modo di essere alle tue canzoni e viceversa, tutto riporta alla tua terra. Ci spieghi il rapporto che hai con Bari e con l’idea di Sud in generale? 

«Per fortuna, ho avuto una famiglia che mi è stata molto vicino e che mi ha permesso di restare. Non mi ha allontanato. Spesso, quando hai problemi familiari, tendi ad andartene per quelli piuttosto che per la terra sulla quale poggi i piedi. Io, alla Puglia in generale, credo di essere legato molto veracemente, così come al tipo di cultura che abbiamo noi al Meridione. Al Sud sto bene. Ovunque vado, dalla Toscana in giù, mi sento a casa, anche se ormai, avendo viaggiato molto anche al Nord, posso dire di sentirmi a mio agio dappertutto in Italia. Credo, però, che ci sia tanto da difendere e da portare su un piatto d’argento. Nel nostro Paese abbiamo molti conflitti interni, ma quando chi arriva da fuori conosce il bello che c’è, perde la testa, si innamora veramente di quello che ci circonda e che noi, molto spesso, non siamo in grado di vedere perché non vogliamo o perché non abbiamo altro. Per apprezzare davvero le terre del Sud in cui viviamo, bisogna andare fuori, viaggiare, vedere, conoscere, ritornare e capire che meraviglia abbiamo sotto le mani e quanto potremmo renderla ancora migliore, quanto potremmo tenerci ancora di più. Resto proprio per questo nella mia città, perché, essendoci molto attaccato, andandomene, avrei l’impressione di lasciarla a qualcun altro e io, invece, voglio portarla sempre più su, culturalmente e in tutti gli altri settori che, a poco a poco, vanno sviluppandosi, il turismo su tutti, che permette di scoprire bellezze che nemmeno si pensava ci fossero. Noi, invece, le abbiamo sempre viste e, quindi, serve spingere, spingere, spingere per far conoscere la nostra cultura al mondo. Penso sia la più incredibile di tutte.»

Sei sicuramente uno che non ha remore nel dire la sua, un po’ come l’artista degli anni Sessanta o Settanta che tendeva a non nascondersi e, quindi, se vogliamo, a influenzare il pubblico con la propria opinione. Non credi che il tuo esporti, dalla cronaca alla politica, passando per il sociale, possa condizionare lo sviluppo della tua carriera in un momento di vacuità totale da parte di chi canta come di chi ascolta?

«Non potrei essere diversamente. Non saprei che vivo a fare, altrimenti. Suonare, per me, non è solamente un atto artistico, ma anche un atto sociale, ci credo molto. Sono stato cresciuto in un mondo fatto di centri sociali, di gente che si impegna per far sì che si tengano ancora vivi certi valori. Credo che, in questo periodo, per la vacuità di cui parlavi o per la paura di dire certe cose, manchi una morsa sociale tra di noi, tra la gente comune. Ognuno ha dei diritti, dei bisogni che vanno soddisfatti, come una casa o la serenità nel vivere. Persino gli stipendi, se dipendesse da me, avrebbero un limite massimo. Sarà una visione comunista la mia, ma io ci credo e credo anche che vada rinvigorita con forza. Serve esporsi, serve dire la propria, altrimenti salire su un palco a cantare non significa nulla. Si può essere grandi interpreti, certo, ma penso che in un momento storico come quello che stiamo vivendo, soprattutto la musica rock abbia il dovere di creare una connessione, una condivisione vera, di cercare di far capire che siamo veramente vicini e disposti a fare in modo, l’uno per l’altro, di stare bene a vicenda. Le persone hanno gli occhi aperti, sanno quali sono i problemi, ma è la coesione che manca e che ci ha portato a incattivirci. Senza dubbio, a questo hanno contribuito i social che stanno distruggendo il tessuto sociale, influenzandoci con milioni di like che mostrano cose che alla fine ci piacciono e non combattiamo più. Bisogna risvegliare, dunque, un certo tipo di contrasto, un sentimento che è alla base delle mie scelte dopo quel programma ma anche del motivo per il quale, paradossalmente, ci sono andato. Capisco che sia complicato da comunicare, soprattutto per me, però, per fortuna c’è chi lo intuisce. Sono le persone che ho colpito in maniera positiva, le quali nel loro piccolo, magari, diffondono questo modo di vedere. Deve essere una rivoluzione individuale, ognuno deve fare i conti con se stesso e capire perché sta al mondo, capire che motivo ha di essere qui se non di far star bene anche gli altri che gli sono vicino.»

Giò Sada: “Suonare è un atto sociale”
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