G8: una promozione alla DIA(Z)

AAA

5… 4… 3… 2… 1… Tempo scaduto! La legislatura è finita, andate in pace. Lasciate perdere le domande senza risposta, i diritti negati, gli errori, i disoccupati, i precari e i senzatetto. Lasciate perdere i tagli, la mala sanità, il lavoro che non c’è, i fascisti che tornano a galla e le scuole che cadono a pezzi. Dimenticate i terremoti, L’Aquila, Amatrice, Ischia, l’abusivismo e le vittime di Rigopiano. Scordatevi degli immigrati, delle carceri libiche, dell’onestà e pure di Spelacchio. Finalmente, siete liberi. Andate e diffondete il verbo, istruite i vostri successori e preparatevi a tornare. In Italia abbiamo la memoria corta, nessuno si ricorderà delle vostre porcate. Nemmeno di quelle più gravi, come le promozioni ai macellai della Diaz. Ancora? Direte voi. Sempre, a distanza di quasi diciassette anni, il G8 di Genova non ci fa prendere sonno. Peccato che quasi culli il vostro.

È delle ultime settimane la notizia, taciuta a lungo, poi sussurrata piano, della nomina a vicedirettore tecnico operativo della Direzione Investigativa Antimafia di Gilberto Caldarozzi, coinvolto nelle indagini relative ai fatti avvenuti nel capoluogo ligure nel 2001 e condannato in via definitiva dalla Cassazione a tre anni e otto mesi per falso, in seguito ai suoi comportamenti illegali di copertura poliziesca propri dei peggiori regimi antidemocratici. L’attuale numero due della DIA, infatti, aveva firmato i verbali che attestavano l’esistenza di prove fasulle usate per accusare ingiustamente le vittime, nel tentativo di celare gli autori materiali dei pestaggi e delle torture. L’ex capo del Servizio centrale operativo, interdetto per cinque anni dai pubblici uffici, ma chiamato da Gianni De Gennaro, capo della polizia nel 2001, come consulente della sicurezza di Finmeccanica, poi presidente di Leonardo-Finmeccanica, ai tempi del G8 aveva il grado più alto subito dopo Francesco Gratteri – anche lui promosso a prefetto prima di andare in pensione – e, dallo scorso settembre, grazie al Ministero dell’Interno, capitanato dal mai scontato Marco Minniti, è tornato a rivestire ufficialmente un ruolo di spicco, pestando, ancora una volta, però senza manganello, non solo le persone che all’epoca erano nella scuola e nel lager di Bolzaneto, ma anche tutti noi che di quelle divise, fin troppo spesso, proprio non riusciamo a fidarci. Prima di salutarci, quindi, il ministro sbirro, per citare Gino Strada, si è assicurato che non restassimo delusi, lasciandoci un altro dei suoi regali più migliori.

Non solo Caldarozzi e la DIA, però. A proposito di doni ricevuti, infatti, poco prima di Natale, anche Adriano Lauro ha potuto scartare il suo. Ricordate le immagini da Piazza Alimonda? E il poliziotto che inseguiva alcuni manifestanti urlando che erano stati loro a colpire Carlo Giuliani? Bene, quel signore lì, ai tempi vicequestore aggiunto e gestore dell’ordine pubblico proprio dove il giovane veniva ucciso dal proiettile di Mario Placanica, a dicembre, dopo aver ricoperto lo stesso ruolo a Roma, divenendo poi responsabile del Gruppo operativo sicurezza nelle manifestazioni sportive e prestando servizio alla polizia ferroviaria in Campania, è diventato questore di Pesaro.

Prima che dal Quirinale risuoni il gong di fine legislatura, interrogheremo il ministro dell’Interno Minniti su una nomina indecente che ha la sua firma e porta la sua responsabilità politica. Avevano dichiarato Andrea Maestri e Luca Pastorino, deputati di Possibile ed esponenti di Liberi e Uguali, subito dopo la questione Caldarozzi. Peccato che anche questa volta, nessuno abbia fatto domande e nessuno abbia risposto. Come nel caso del 2013 quando diciassette esponenti di SeL presentarono un’interrogazione con risposta scritta all’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano per avere delucidazioni su un alloggio di servizio ancora pagato a Gratteri, l’accusato numero uno della Diaz, e sul modo in cui tutti i condannati erano stati sottoposti a sanzioni disciplinari dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Un’interrogazione ancora in corso a cui né il predecessore di Dudù, poi quasi amico di Renzi, né l’appena vecchio ministro Minniti hanno mai pensato di dover rispondere.

Ancora promozioni, dunque, ancora complimenti a chi ha gettato discredito sulla nazione agli occhi del mondo intero, ancora una stretta di mano a chi ha macchiato indelebilmente le nostre coscienze di squallido servilismo e i vestiti di sangue altrui in una notte senza precedenti. Passa il tempo, passano le finte condanne, passano pure i ministri e i capi della polizia, eppure la protezione accordata alle forze dell’ordine, sempre incontrollate e libere di agire, non viene mai meno, mai smentita, mai messa in dubbio, mai garantita ai cittadini costretti a subire mattanze, malumori e capuzzielli di turno. Persino ci si inventa un blando reato di tortura per zittire la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, si cambiano i ddl, si parla di chiunque e non di pubblici ufficiali, guai a dire che la colpa è loro, guai a sottolineare che la tutela va presa per difendersi da chi abusa del proprio potere, come sostenuto anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite, datata 1989 e sottoscritta dall’Italia. Guai a schierarsi dall’altra parte.

Se io fossi stato Gianni De Gennaro mi sarei assunto le mie responsabilità senza se e senza ma. Mi sarei dimesso, aveva affermato lo scorso luglio Franco Gabrielli, l’attuale capo della polizia. Non sembra pensarla più così, però, da quando c’è lui al vertice e gli episodi di violenza in divisa si susseguono rapidi a scapito di studenti e operai, dissidenti del regime. La tutela particolare ai figli di una nostalgica bandiera nera, sempre scortati e accolti nel migliore dei modi, invece, se la ricorda ancora. Che strano.

Il complesso di sudditanza della classe politica nei confronti degli agenti di polizia si è riconfermato, quindi, anche in queste ultime occasioni, evidenziando, come se ce ne fosse bisogno, quanto il governo appena andato a casa – ma pure ognuno di quelli che lo hanno preceduto – abbia abbondantemente strizzato l’occhio alla vista di un distintivo mai pago, sempre assetato di nuove conferme e affermazioni di egemonia, secondo un ordine di forza e non di forze dell’ordine. Il 2001 ha inesorabilmente cambiato le sorti di questo Paese, ormai spaventato all’idea di dissenso, solo nelle proprie irregolarità, sfiduciato e complice, messo a tacere ancor prima di parlare. Per questo c’è chi ancora viene premiato per il magistrale lavoro portato a termine. L’obiettivo, diciamocelo, non era smorzare le rivolte di quel G8, bensì impedire tutte quelle a venire. Era gettare sale affinché su questo terreno non crescesse più nulla, nessun’idea, nessun contrasto, nessun moto rivoluzionario. Uno scopo pienamente centrato.

Ma se lo Stato italiano ha archiviato la macelleria messicana genovese, non si può esigere lo stesso dalle vittime di quella mattanza senza precedenti, dalle loro famiglie, dal corpo inerme di Carlo Giuliani che ancora ci parla. Non si può pretendere di accettare vergognose promozioni e di affidarsi a chi già domani potrebbe divenire il primo pericolo. Non si può chiedere di aspettare un’irrisolta interrogazione parlamentare. È ora di farne una popolare.

Article by Mariaconsiglia Flavia Fedele

Caporedattore, editor e correttore di bozze. Amante dei libri e della letteratura, della parola. Parla quattro lingue ed è appassionata di politica. Viaggiatrice.

Comments: no replies

Join in: leave your comment