Il Fatto

Fascisti al Salone. È giusto andare a Torino?

Mancano appena ventiquattro ore al via della XXXII edizione del Salone del Libro di Torino, la più importante fiera letteraria italiana e una delle principali a livello internazionale, e gli stand degli editori che, come ogni anno, affolleranno i padiglioni del Lingotto sono già pronti ad accogliere le migliaia di visitatori che prenderanno parte all’evento. Non c’è appassionato, o semplice lettore, che non attenda il weekend centrale del mese di maggio per lasciarsi travolgere dalle nuove proposte editoriali dei grandi gruppi, scoprire i titoli più accattivanti delle realtà indipendenti o partecipare agli incontri che vedono protagonisti i propri scrittori e artisti preferiti. 

E in quanto all’offerta di copertine tra cui curiosare e al programma di appuntamenti con i maggiori autori dello Stivale e del mondo, nessun’altra kermesse – che abbia il libro come protagonista – può vantare la varietà e la qualità del Salone, in particolar modo da quando il timone è stato affidato alle mani di Nicola Lagioia. Peccato, però, che tra le alternative che si potranno incrociare curiosando tra i corridoi, sarà presente anche un editore dichiaratamente fascista* e legato a uno dei principali partiti nostalgici della scena politica contemporanea: «Io sono fascista», ha detto all’ANSA il responsabile dell’azienda oggetto del dibattito che ha messo in seria crisi l’organizzazione. «E l’antifascismo è il vero male di questo Paese».

Si è tornati, dunque, di colpo, a discutere di libertà di espressione e di quanto più in là questa possa e debba spingersi, al punto da chiedersi se gli organizzatori della manifestazione siano tenuti a censurare i volumi dell’editore sovranista o permettergli di esporre al pari di tutti gli altri colleghi in quanto proprietario di partita IVA e regolare affittuario di uno spazio a Torino. Da un lato, il direttivo del Salone del Libro con i suoi obblighi contrattuali e il paravento di uno Stato mai intervenuto ad applicare la Legge Scelba e a inibire, pertanto, l’azione dell’editore fascista; dall’altro, chi non ci sta e diserta gli impegni in calendario con la motivazione di non voler condividere uno luogo di discussione – per di più di carattere culturale – con chi, se fosse alla guida dello Stato, non permetterebbe un dibattito altrettanto democratico. Da che parte stare? 

Che gli editori, all’unanimità, abbiano deciso di partire ugualmente per il capoluogo piemontese è comprensibile, non fosse altro che il danno economico che ricaverebbero disertando il Salone sarebbe da paragonarsi – nei casi dei piccoli imprenditori autonomi – all’investimento necessario alla pubblicazione di diversi volumi, alle volte anche a un anno di programmazione. Per tutti loro – stando ai vari comunicati diramati a mezzo Facebook – partecipare vuol dire opporsi ai fascisti direttamente sul campo di battaglia, contrapporre ai volumi nostalgici del Ventennio i milioni di libri che raccontano di un’altra realtà, libera e democratica. 

Opposta – e forse ancor più condivisibile – è la scelta di alcuni autori e collettivi che nella presenza dell’editore della tartaruga tricolore al Salone vedono un fianco scoperto al revisionismo storico, uno schiaffo alle battaglie impegnate nel nome della libertà di cui oggi godiamo e per la quale milioni di persone hanno perso la propria vita. Il caso più eclatante è quello del Museo di Auschwitz che ha fatto sapere, nella giornata di ieri, che non si può chiedere ai sopravvissuti di condividere lo spazio con chi mette in discussione i fatti storici che hanno portato all’Olocausto, con chi ripropone una idea fascista della società. Dello stesso avviso si sono dichiarati anche Wu Ming, lo storico Carlo Ginzburg e il celebre vignettista Zerocalcare il cui pensiero è la sintesi di quanto tantissimi visitatori stanno, in queste ore, commentando polemicamente sotto ogni post pubblicato dai social network del Salone: «Mi è impossibile pensare di rimanere 3 giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale».

Resta il problema e il problema è a monte. Come ha potuto il Salone accettare l’iscrizione del gruppo editoriale dichiaratosi apertamente fascista? Il comunicato diramato dalla pagina ufficiale della manifestazione in seguito alle polemiche e alle dimissioni del consulente Christian Raimo è – francamente – un’uscita di sicurezza troppo comoda per giustificare tale leggerezza nella selezione delle aziende facenti richiesta. È vero che se la magistratura non è mai intervenuta a dichiarare fuorilegge il partito d’appartenenza dell’editore oggetto di contestazione, l’azione di esclusione dall’evento avrebbe corso il rischio di sembrare a sua volta antidemocratica. Tuttavia, sono proprio le iniziative dei singoli, a maggior ragione se provenienti dal mondo dell’arte, a doversi far carico di tali responsabilità. 

Questa idea che diversi scrittori ed editori anche di fama nazionale – con casse di risonanza di milioni di utenti – stanno tentando di far passare per giustificare la loro adempienza ai contratti in essere con il Salone, dunque, la propria presenza, ossia che rifiutare la propaganda fascista sia allo stesso tempo fascista è aberrante, scorretta e – consentitecelo – vergognosa! Il fascismo non è, infatti, una qualunque opinione sulla quale dibattere nella Sala Oro del Lingotto torinese, ma un crimine che i padri costituenti della Repubblica italiana hanno voluto a margine della vita democratica nazionale tramite la stesura della Carta. E, pertanto, il fascismo e l’ideologia fascista vanno banditi.

Se le istituzioni del nostro Paese – e questo lo sanno anche tutti quelli che #IoVadoaTorino – si dimostrassero fedeli al giuramento espresso proprio sulla Costituzione, quel partito non solo non sarebbe ammesso al Salone del Libro, ma non correrebbe per alcuna tornata elettorale, non sarebbe in grado di affittare un monolocale in centro città, figuriamoci occupare un intero stabile abusivamente: «Non serve utilizzare la Legge Mancino o la Legge Scelba per sciogliere le formazioni neofasciste, basta il codice penale», dice il Presidente dell’Osservatorio Nuove Destre, Saverio Ferrari, analizzando i dati dei reati, delle violenze commesse negli ultimi tempi dai militanti delle moderne camicie nere. I nostalgici di quando c’era LVI proliferano già nelle curve degli stadi, si arrogano il diritto di organizzare ronde di pubblica sicurezza, commemorano i loro morti e gli anniversari dei leader nazisti, concedergli anche la cultura è riconoscergli la vittoria, sdoganarne il ritorno. 

Con colpevole ritardo, e nell’intento di salvaguardarsi almeno un po’ dalle critiche, nel corso del pomeriggio di ieri è giunta la notizia che – congiuntamente – la Regione Piemonte e la Città di Torino, seguite a ruota dal Salone del Libro, hanno presentato un esposto denunciando l’editore per apologia. Meglio tardi che mai – certamente! – tuttavia, se a qualcosa servirà per davvero quest’ondata di polemiche – oltre che a offrire una notevole pubblicità gratuita proprio ai camerati del nuovo millennio – l’opinione pubblica chiederà con più forza, e tramite azioni concrete, la messa al bando di qualunque espressione della riorganizzazione del partito che fu di Mussolini. Così non fosse, avremmo tutti contribuito a far cadere un nuovo muro in loro favore, concedendogli il privilegio della democrazia che, al contrario, non penserebbero due volte a negarci. 

 

*Ricordiamo ai lettori che Mar dei Sargassi sceglie di non pubblicare i nomi dei gruppi dichiaratamente fascisti, in linea con l’art. 4 della Legge Scelba attuativa della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, dunque di non offrir loro alcuna opportunità di pubblicità.

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