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Essere un “Idol”: la negazione della libera adolescenza

La sera del 10 febbraio si è svolta l’annuale premiazione dei Grammy Awards, gli Oscar della musica. Tra le celebrità che hanno solcato il tappeto rosso, però, non tutti sanno che c’erano sette ragazzi coreani che hanno conquistato non solo l’attenzione dei giornalisti e delle star, ma anche dei social, che non hanno fatto altro che parlare di loro: i BTS.

Formati dal leader RM, dai rapper Suga e J-Hope e i vocalist Jimin, Jungkook, V e Jin, i BTS sono una boy band sudcoreana che sta spopolando in tutto il mondo, riempendo gli stadi non solo dell’Asia, ma anche degli Stati Uniti e dell’Europa. La loro ascesa dimostra come il genere musicale del K-pop (musica popolare coreana) stia ormai varcando i limiti locali per diffondersi a livello internazionale, lasciando a numerosi artisti di talento – che nulla hanno da invidiare a quelli occidentali – di ottenere la fama che meritano. La diffusione di questo genere e dei suoi esponenti, quindi, sta facendo sì che la cultura del Paese asiatico venga divulgata nel mondo e che insieme a essa diventi familiare in luoghi lontani dalla terra d’origine anche il concetto di Idol.

Quando si parla di Idol si fa riferimento proprio agli artisti del K-pop, in particolare agli adolescenti che ne diventano esponenti, costretti a incarnare dei veri e propri esempi di virtù e dedizione per tutti i ragazzi coreani. Il processo per diventare Idol non è per niente semplice. Nel corso di classiche audizioni, infatti, a decretare se un ragazzino è adatto o meno a sfondare nel mondo della musica popolare sono delle agenzie di talenti che per scegliere le potenziali star valutano i candidati in base a caratteristiche ben precise: requisito necessario è la bellezza esteriore, graditi sono anche il talento nel cantare, rappare e ballare.

Una volta selezionati, le agenzie offrono ai giovani – che spesso hanno appena 9 anni – un periodo di trainee, un apprendistato che può durare da pochi mesi a molti anni durante il quale le future pop star vengono istruite in diverse discipline artistiche e studiano varie lingue, tra cui il giapponese e l’inglese. Terminato il periodo, i ragazzini compiono il loro debutto che ne determina l’eventuale successo e la notorietà in tutta la Corea e non solo, diventando, quindi, delle vere star il cui nome e la cui musica riverberano da un luogo all’altro.

Detto così, sembrerebbe che l’essere Idol equivalga alla felicità: ottenere la fama facendo quello che si ama, fare soldi in quantità importanti, girare il mondo appena adolescenti rispondono, per molti, a una perfezione difficilmente raggiungibile. Per chi le segue, quindi, le giovani stelle, con i loro vestiti alla moda e i capelli colorati in modo vivace, sembrano persone entusiaste e spensierate, tuttavia, se si fa qualche ricerca sulle loro vite, si scopre che questi adolescenti, o poco più che tali, vengono in realtà sottoposti a una pressione non indifferente da parte sia delle agenzie sia dei fan.

In primis, bisogna sottolineare che il trainee non è affatto divertente per le potenziali star, le quali vengono allontanate dalla propria famiglia e vivono spesso in dormitori tutt’altro che accoglienti. I ragazzini vivono, inoltre, in una condizione costante di stress poiché l’essere stati scelti per l’addestramento non implica il debutto effettivo: ogni giorno sono costretti, qualunque sia lo stato mentale o fisico, a dimostrare di essere all’altezza di quello che la compagnia si aspetta e di meritare il futuro per cui sono stati selezionati. Per questo, tra le altre cose, devono rispettare orari assurdi per gli allenamenti che talvolta prevedono che la sveglia suoni quasi all’alba e che l’ora della nanna sia dopo la notte fonda.

Una volta che il debutto è definitivamente riuscito e sono diventati Idol a tutti gli effetti, i giovani si ritrovano a far fronte a delle imposizioni ancora più dure. Se prima il tempo era solo occupato dagli allenamenti, ora questi devono essere accompagnati da esibizioni continue, interviste, premiazioni a cui presentarsi, spot da girare e continue interazioni con i fan. Le compagnie ne controllano ogni momento tanto che, spesso, persino le vacanze sono usate per creare contenuti da condividere con il proprio fandom.

Gli Idol vengono monitorati in tutto e per tutto: look, colore di capelli e atteggiamenti devono rispecchiare i canoni imposti dalle agenzie che arrivano addirittura ad assegnare a ognuno dei ragazzi delle personalità fittizie da far proprie e sostenere. Inoltre, le star devono mostrarsi sempre perfette: per loro è importante essere bellissime e curate, proprio per questo, nonostante molti artisti siano già incantevoli, i talent scout includono nei contratti clausole che implicano che sotto la loro direttiva si debba accettare di subire interventi di chirurgia plastica affinché i canoni di bellezza ricercati vengano rispettati .

La perfezione fisica deve essere poi accompagnata da una perfezione morale, poiché è necessario che il giovane famoso sia anche un esempio. Ciò significa che gli Idol non possono essere coinvolti in alcun tipo di scandalo che ne rovinerebbe la carriera. Stupefacente, però, è che nella visione di chi muove i fili di queste celebrità del K-pop è disdicevole persino che esse abbiano un appuntamento. Molti dei loro agenti, infatti, impongono anche un dating ban, che impedisce di avere un compagno o qualsiasi tipo di relazione, poiché ciò li distrarrebbe dal lavoro, deluderebbe il loro seguito – non raramente fanatico – e tradirebbe l’ideale di purezza di cui sono portatori.

Per di più, ciò che è davvero triste è che, nonostante appaiano quasi sempre allegri, in realtà spesso gli Idol nascondono una tristezza infinita derivata dalla solitudine a cui sono destinati e alla continua pressione a cui sono costantemente sottoposti. Il dover sempre apparire quello che non sono, tanto da sviluppare un’identità sociale diversa da quella reale, li porta talvolta a perdere se stessi e a sviluppare disturbi della personalità e depressioni acute che stentano a curare perché il solo confessare che la fama li sta facendo crollare porterebbe a un collasso della carriera. Inoltre, lo stesso può essere detto sui disturbi fisici, come l’anoressia, che si sviluppano per rispettare gli assurdi canoni di eccellenza imposti. Se si cercano su internet le parole Idol e suicidio, purtroppo, non è difficile scoprire che diversi beniamini asiatici hanno deciso di togliersi la vita perché schiacciati dalla notorietà e dalle aspettative che essa comporta.

La verità è che dietro ai loro vestiti stravaganti, ai video colorati, alle mosse di danza allegre e alle melodie accattivanti, si cela un mondo più oscuro di quanto si pensi: un universo fatto di giovani talentuosi e brillanti la cui identità viene continuamente messa in discussione, le famiglie allontanate e la giovinezza negata. Forse, molti di voi si chiederanno perché gli adolescenti accettino tali dure condizioni. La risposta è semplice: non pochi, tra loro, provengono da contesti familiari per nulla semplici e felici in cui la povertà regna sovrana. Proprio per questo, la celebrità rappresenta non solo un riscatto sociale, ma anche la concreta opportunità di aiutare economicamente le proprie famiglie.

Ironia del destino – forse – i BTS hanno intitolato uno dei loro più grandi successi Idol, celebrando la possibilità di essere se stessi pur essendo delle stelle della musica coreana. Nel loro brano recitano: potete chiamarmi artista / Potete chiamarmi idolo /o in qualsiasi altro modo/ vi venga in mente non mi importa/ ne vado fiero / sono libero / basta ironia /perché sono sempre stato me stesso. Ma sono sinceri? Dopo aver scoperto il lato oscuro del K-pop, qualche dubbio sull’onestà dei loro versi sorge più che spontaneo.

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