Cultura

Émile Zola: “Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice”

La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso.

L’esigenza di parlare, la fermezza morale, il coraggio di esporsi e la lucida descrizione della realtà sociale nella sua complessità convergono tutti nell’estro di una delle figure più rappresentative della letteratura francese della seconda metà del XIX secolo: Émile Zola.

Emblematico del dovere etico che muove la penna dello scrittore è l’estratto sopracitato del suo celebre J’Accuse…!, una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica francese Félix Faure, nel 1898, sul giornale socialista L’Aurore.

Nato il 2 aprile del 1840 al 10 bis di Rue Saint-Joseph, dopo aver frequentato la scuola elementare presso la Pension Notre-Dame, Zola si iscrisse, nel 1852, al Collège Bourbon scoprendo un amore, quello per la letteratura, che sarebbe durato tutta una vita. In quegli stessi anni intrecciò con l’artista Paul Cézanne un rapporto longevo e di profonda intimità, fatto di condivisione di momenti di vita e confessione dei sentimenti più reconditi. E mentre la sua attività letteraria in erba subiva il fascino della dottrina positivista, ai primordi della seconda metà dell’Ottocento aveva inizio per lui una brillante carriera giornalistica, entrando a far parte di Hachette, una casa editrice di grande spicco.

Da quel momento, Zola non smise mai di esporre le proprie idee nonostante le censure e i contrasti con il regime, raggiungendo l’apice in occasione dell’Affaire Dreyfus. Nel 1894, infatti, l’ufficiale di artiglieria ebreo Alfred Dreyfus fu accusato di spionaggio per conto dell’Impero Tedesco e condannato al carcere.

L’articolo che l’autore francese scrisse in merito racchiude una serie di invettive che Zola mosse contro coloro che, nonostante fossero consapevoli dell’innocenza del capitano, ne causarono la rovina per motivi di antisemitismo.

Accuso il Luogotenente Colonnello du Paty de Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli.

Accuso il Generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo.

Accuso il Generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate…

Incurante di qualsiasi rischio, Zola li nominò uno per uno specificandone le colpe e scagliandosi contro tali traditori della giustizia e della patria con appassionato fervore. La lunga lettera di accuse divenne tanto famosa quanto lo stesso Dreyfus, che fu scagionato soltanto dopo la morte dell’autore, che non poté quindi vedere gli esiti di una causa che l’aveva molto toccato.

Questa stessa necessità di dire il vero, che nacque da un sentito dovere morale e sociale verso il suo Paese, si riflesse anche nell’attività letteraria. Noto come il padre del Naturalismo, l’autore fu sempre impegnato in un’analisi attenta e oggettiva dei fatti, con descrizioni accurate di protagonisti e ambienti, trasportando ancora oggi il lettore nel mondo e nella vita dei personaggi dei suoi scritti. Anche i suoi romanzi costituirono, in tal senso, una denuncia contro lo stato di abbandono in cui versavano le classi subalterne e la totale indifferenza di quelle più ricche, sempre impegnate ad arraffare qualsiasi bene.

Nel suo Ciclo dei Rougon-Macquart, Zola mise in contrapposizione il mondo della borghesia e quello dei minatori, dando rilievo a una categoria sociale e lavorativa completamente trascurata ai tempi. Nella narrazione delle vicende di una famiglia che vive sotto il Secondo Impero, l’autore dipinse l’avido mondo borghese, incapace di comprendere il problema sociale e, al tempo stesso, denunciò senza remora alcuna gli scandali che macchiarono la società negli anni della stesura. È un’opera di verità, dichiarò, il primo romanzo sul popolo che non mente e che ha l’odore del popolo. Il titolo del secondo volume del Ciclo fu, non a caso, Curée, termine che nell’ambito della caccia fa riferimento alle carcasse degli animali sbranate dai cani, abbandonati al loro istinto primordiale. Quest’unica parola, Curée, rimanda a una Parigi massacrata da speculatori e affaristi, animali famelici che avevano sventrato la capitale riducendola all’osso. Ma se i romanzi di Zola, nella loro cruda e realistica visione sociale e politica, sembrano togliere ogni speranza in una rinascita francese, bisogna arrivare all’ultima pièce, Germinal, termine che nel calendario repubblicano indicava l’inizio della primavera, per un sentimento di fiducia verso l’alba di una nuova società, la ricostituzione e la rivoluzione della classe operaia, che come un fiore emerge dal terreno e germoglia.

Ah, no; non bastava aver del pane per essere felice! Chi era quell’idiota che faceva dipendere la felicità dalla spartizione dei beni? Codesti acchiappanuvole di rivoluzionari, potevano bene distruggere la società e farne sorgere una nuova; con l’assicurare a tutti un tozzo di pane non darebbero all’umanità una gioia di più né la libererebbero da un solo dolore! Al contrario, sarebbe l’infelicità che farebbero regnare sulla terra; perché persino i cani finirebbero per urlare di disperazione il giorno che, non più paghi di soddisfare i loro istinti, illusi di elevarsi, cadessero in balia delle passioni che nulla può saziare. No, il solo bene era non esistere; ma, dovendo nascere, nascere albero, nascere pietra; granello di sabbia, meglio ancora, che non sa del piede che lo calpesta.

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