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Elezioni 2018: ha vinto il populismo

Quando quella che dovrebbe essere la principale forza di centrosinistra di un Paese come l’Italia non riesce a far altro che promuovere leggi di destra, normative lontane dagli interessi delle classi che storicamente si affidavano alle liste “rosse” per vedere rappresentate le proprie istanze e le proprie battaglie in Parlamento, ciò che accade è esattamente quanto espresso dalle urne: vince la destra.

Quello delle elezioni del 4 marzo è un dato incontrovertibile, un risultato che esprime a chiare lettere il disagio dell’elettorato di sinistra tradito dal Jobs Act, dalla Buona Scuola e dalle politiche di Minniti, il quale, attraverso la matita fornitagli ai seggi, ha compiuto la propria vendetta cancellando, con una X ben marcata sul simbolo del MoVimento 5 Stelle, i volti di D’Alema e Bersani, e mettendo ai margini quelli di Renzi, Boschi e dei restanti ministri che hanno guidato la virata a destra del partito figlio della quercia, il PD.

Se Atene piange, Sparta non ride. Per i dem che, appunto, dovranno certamente fare i conti con una sconfitta al limite dell’umiliante e che si interrogheranno su possibili – ma inverosimili – dimissioni del Segretario, Matteo Renzi, gli scissionisti riuniti sotto la bandiera di Liberi e Uguali non hanno convinto i propri elettori con la loro promessa di redenzione dagli atti impuri commessi quando condividevano la poltrona con l’ex Sindaco di Firenze, rischiando persino di restare completamente all’asciutto. Al contrario, la neonata formazione di Potere al Popolo si è bagnata dell’alcool confessato in diretta tv dalla rappresentante Viola Carofalo con il quale hanno festeggiato una prima, lenta, ma non sottovalutabile legittimazione. Prosit!

Vince la coalizione di centrodestra guidata da Matteo Salvini, con la Lega a fare da trainante di un carro di personaggi di cui volentieri avremmo fatto a meno e di cui l’Europa pregò di sbarazzarci quando lo spread ci relegava ai margini del continente, sulla stessa linea a un passo dal baratro nel quale cadde la Grecia. Vince, certamente, Luigi Di Maio con il suo MoVimento che sarà ago della bilancia del prossimo governo, forse l’unico vero partito sicuro di occupare le comode poltrone della maggioranza.

«Dovranno tutti venire a parlare con noi»: non ha nascosto la propria felicità e soddisfazione Alessandro Di Battista, alla lettura delle prime proiezioni che scongiuravano, di fatto, l’ennesimo governo di larghe intese, l’ennesimo inciucio Renzi-Berlusconi, l’ennesimo esecutivo, quindi, in continuità con le manovre proposte fino a ieri a vantaggio di banche e potenti. E l’entusiasmo dei pentastellati è quello di un intero popolo, di una massa indefinita di elettori di ogni estrazione e storia politica, un agglomerato indistinto di compagni e camerati traditi, un’accozzaglia che, però, farà felici soprattutto i secondi. Già, perché se sui principali temi recenti il MoVimento ha fatto attenzione a restarsene fuori persino dal commentare, il motivo è esattamente quello che lo porterà a sedere sugli scranni del potere per i prossimi anni, ossia lasciare aperta una porta all’alleanza con la Lega salviniana, non disprezzata dai nostalgici di quando c’era lui.

I risultati definitivi, tuttavia, giungeranno sugli schermi dei nostri computer e smartphone probabilmente solo domani, con la composizione dei seggi assegnati attraverso i collegi uninominali che giocherà un ruolo fondamentale, quasi certamente a favore di Berlusconi e compagni. Infatti, dalle singole aree di voto, le proiezioni, al momento (l’orologio di chi scrive segna le 3:14) la coalizione blu – colore notoriamente assegnato alle forze di destra – appare l’unica veramente in grado di approfittare dei vantaggi di questa nuova, orrenda, legge elettorale.

Quale scenario aspettarsi? Meglio, forse, provare a ragionare su quale quadro ci tocchi auspicare, ossia un qualsiasi governo che tenga fuori dalle decisioni – e da possibili futuri incarichi – Silvio Berlusconi, con il MoVimento a fare la voce grossa su Matteo Salvini, accontentando il leader del Carroccio su quelle basi comuni come l’abolizione del Jobs Act e della Riforma Fornero sulle pensioni. Inutile ipotizzare un’alleanza 5 Stelle-PD, che al netto delle tristi possibilità apparirebbe la più sopportabile. Realisticamente parlando,  infatti, risulta improbabile che una coalizione, quella di destra, dall’alto del suo 37% possa lasciare al misero 18% dei democratici addirittura la chiave per tenerla fuori dalla stanza di comando.

Se ci si è turati il naso, ieri, alle urne, toccherà tappare anche occhi e orecchie per i prossimi tempi. Fatelo, voi che potete! A noi tocca, comunque, tenerli aperti per raccontare. Sperando di non registrare la cronaca di una nuova, triste, ahinoi annunciata deriva antidemocratica e populista.

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