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Donne e ricerca: la scienza non è una prerogativa maschile

Recentemente, la scienziata irlandese Jocelyn Bell Burnell è stata proclamata vincitrice dello Special Breaktrough Prize. Sua ricompensa, oltre a una statuetta di forma toroidale, sarà un ingente premio in denaro (3 milioni di dollari) che l’astrofisica ha annunciato darà in beneficenza per finanziare istituiti che si occupano di dare alle donne l’opportunità di essere utili nel campo della ricerca scientifica. Lo scopo di Brunell è quello di incoraggiare e raggiungere un’effettiva parità di genere in un’area in cui le componenti del suo stesso sesso sono state sempre considerate delle outsider. Ma cerchiamo di capire in che modo coloro che appartengono a quello che viene definito ingiustamente ed erroneamente il sesso debole subiscono nell’ambito dell’istruzione superiore e della ricerca la discriminazione di cui l’astrofisica ha parlato.

Nel 2015 la DG Ricerca e Innovazione ha pubblicato un rapporto dell’Unione Europea in cui si esamina lo stato attuale dell’equilibrio di genere nella ricerca e nell’innovazione. Il resoconto, che porta il nome She Figures 2015, è il quinto sul tema. Ogni tre anni, infatti, l’UE redige una relazione che indaga lo stato del gender gap negli ambiti sopraindicati, per cui i dati di seguito riportati sono i più attendibili sull’argomento, in attesa che un quadro più recente sulla situazione venga dipinto in un nuovo referto presumibilmente pubblicato per la fine dell’anno corrente.

Diversi sono i dati analizzati da She Figures 2015, tra questi quelli che riguardano lo svolgimento da parte delle donne di un dottorato di ricerca, considerato il primo passo per avviare una carriera come ricercatore. Dalle statistiche riportate nel rapporto, tra il 2004 e il 2012, se si prendono in considerazione tutte le aree disciplinari, la presenza femminile tra coloro che hanno portato a termine un dottorato è passata dal 43.4% al 47.3%. Tale aumento rifletterebbe anche l’aumento nel tasso di donne che avrebbero conseguito una laurea nello stesso lasso di tempo nell’Unione Europea, che sarebbe passato dal 43.6% al 47.4%. In sintesi, con l’incremento delle laureate sarebbe cresciuto anche il numero di quelle che si sono viste aprire il cancello del paradiso della ricerca, portando quasi a una concreta parità la quantità di dottori appartenenti ai due generi: poco meno di uno su due, infatti, in Europa è donna.

Tuttavia, se si analizzano più dettagliatamente le statistiche, ci si accorge che l’apparente equilibrio tra la presenza di uomini e donne viene meno se a essere sotto esame sono i campi in cui i membri dei due sessi conseguono tale titolo. Non a caso, i grafici mostrano che nel sistema accademico le donne sono spinte a specializzarsi in settori quali l’educazione, la cura e le materie umanistiche, mentre la loro partecipazione nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) sarebbe davvero limitata. In tale area, dunque, la presenza femminile si limiterebbe al 29% e sarebbero discriminante sia nelle paghe sia per quanto riguarda l’opportunità di pubblicare i propri lavori e di progredire nella carriera. Per di più, a questa discriminazione di tipo orizzontale se ne aggiungerebbe una di tipo verticale, che impedirebbe alle signore di scalare la gerarchia accademica, arrivandone all’apice. Man mano che si sale tale scala, infatti, la presenza di una componente femminile diventa sempre più ridotta.

In sintesi, si può dire che, se apparentemente il gender gap è diminuito nella possibilità di iniziare una carriera nell’ambito accademico, vi è ancora una forte discriminazione perpetrata nei confronti delle donne, che, seguendo gli stereotipi, vengono pensate adatte a dedicarsi a settori quali l’educazione e le scienze umane, per la loro più spiccata sensibilità e per il loro dover essere naturalmente materne ed empatiche, mentre meno consone sono le loro personalità nei campi ritenuti maschili dell’ingegneria e della matematica, dove per ottenere successo bisogna avere un cervello che pensa, appunto, al maschile. Nonostante, negli ultimi anni il numero di donne con istruzione superiore abbia addirittura superato il numero di uomini con lo stesso titolo, si perpetua l’idea che il cervello degli uni e delle altre sia destinato a ragionare in maniera divergente e che sia designato per far progredire il genere umano in campo diverso: così se le donne sono mamme nella vita di tutti i giorni, lo devono essere anche in laboratorio, dove l’unica cosa di cui possono occuparsi è comprendere come migliorare il processo dell’apprendimento nei bambini, mentre gli uomini, con la loro materia grigia più sviluppata, hanno la capacità di creare teoremi e scoprire come funziona l’universo.

Nel suo saggio Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf scriveva che nella mente di ognuno di noi vi è una componente maschile e una componente femminile e che, solo quando queste due collaborano tra di loro dando vita alla mente androgina, teorizzata da Coleridge, un individuo può essere davvero creativo. La scrittrice inglese, in particolare, faceva riferimento al campo della scrittura e sottolineava come il genio non dipendesse dal sesso di una persona. Oggi, per fortuna, nel campo della letteratura i pregiudizi di cui parlava la Woolf sono quasi scomparsi, lasciando il posto all’idea che tanto le donne quanto gli uomini possono scrivere pagine memorabili. Forse, è arrivato il tempo che anche nei laboratori si inizi a capire che ognuno di noi ha le stesse potenzialità e che l’essere un ottimo ricercatore dipende solo dalle curiosità, l’abilità di osservare e indagare un qualsiasi fenomeno in una qualsiasi area di ricerca indipendentemente dal sesso a cui si appartiene.

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