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“Una donna fantastica” e l’amore senza aggettivi

Il tema dell’identità è tra i più presenti nel cinema contemporaneo. Da quella culturale a quella geopolitica, questo argomento è la benedizione o la maledizione della nostra esistenza, dal momento che dalla “giusta” collocazione individuale, sociale e politica dipendono la possibilità o meno di esercitare “realmente” i diritti e i doveri nella vita di tutti i giorni.

Tale tensione tra la dimensione privata e il suo positivo o mancato riconoscimento pubblico diventa ancora più evidente e drammatica quando è in gioco l’identità di genere.

In altre parole, una persona può percepire se stessa come uomo o come donna, al di là della sua nascita biologica e della sua “registrazione” sociale e, a volte, può anche sentire di far parte di qualcosa di diverso dai poli di questa dicotomia fisica e psicologica.

È di questo sentimento dello stare al mondo che ci parla Una donna fantastica, il film del regista e sceneggiatore di origine cilena Sebastián Lelio, che ha vinto l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura al Festival del Cinema di Berlino 2017.

La storia è quella di Marina, giovane transgender che per vivere fa la cameriera e la cantante in un locale. Di lei si è innamorato Orlando, un maturo piccolo imprenditore che, la sera del compleanno della propria amata, festeggia e trascorre in sua compagnia una notte d’amore. L’uomo si sveglia quando accusa un forte malessere. Marina, quindi, soccorre il suo compagno di vita e lo porta in ospedale, ma Orlando muore.

A questo punto della narrazione, alla storia di un amore si sostituisce il racconto di un’interminabile violenza psicologica, sociale e perfino fisica. La giovane, infatti, subirà da parte della famiglia del suo innamorato insulti e intimidazioni. L’ex moglie di Orlando le impedirà di partecipare al funerale. Il figlio, dopo averle intimato di lasciare al più presto la casa del padre, la tratterà con aggressività in compagnia di due amici balordi.

Anche le autorità mediche e investigative agiranno in maniera impersonale e senza mostrare alcuna solidarietà umana nei confronti della donna e del suo dolore. Sospettando che tra i due amanti ci sia stato un episodio di violenza, sottoporranno Marina a un interrogatorio serrato e a un’ispezione fisica umiliante.

Nella scena finale del film, vediamo finalmente che la protagonista – interpretata magnificamente dall’attrice transgender Daniela Vega – riesce a esibirsi, grazie all’affettuosa cura del suo vecchio maestro di canto, sul palcoscenico di un teatro come cantante.

Marina è diventata una donna matura, “fantastica” come dice il titolo della pellicola, perché ha combattuto la sua lotta per l’esistenza contro l’amorale e cinica messinscena di quel “codice sociale” ritenuto socialmente e politicamente corretto.

L’opera di Lelio si mantiene in un delicato equilibrio tra l’etica di un racconto di formazione umana e sentimentale e un’estetica cinematografica essenziale e al tempo stesso immaginifica. Non scade mai nel pietismo consolatorio di molti film che trattano lo stesso tema e, involontariamente, finiscono per rendere un pessimo servizio a una nobile causa.

Come e dove è possibile vivere il sentimento d’amore, sembra chiedere il personaggio Marina – e noi con lei – in un mondo dove i valori dominanti sono quelli legati al ruolo sociale ed economico e la verità è costituita dalle menzogne del potere?

Di certo, le leggi “formali” della collettività cercano di mettere un freno alla disumanità dell’arena sociale, ma la politica poi non riesce a trasformare la legge in giustizia, e il fallimento “reale” si vede nelle lacrime e nel sangue versati dagli uomini e dalle donne nella vita quotidiana.

Ci sarà un tempo futuro, forse, dove gli esseri umani potranno vivere relazioni sentimentali più libere dalle determinazioni biologico-sociali e una sessualità senza aggettivi. L’amore e basta.

“Una donna fantastica” e l’amore senza aggettivi
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