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“Dogman” di Matteo Garrone e le gabbie invisibili della vita sociale

È meritato il successo di critica e di pubblico ottenuto dal film Dogman di Matteo Garrone, alla 71esima edizione del Festival di Cannes 2018, materializzato dal premio per la migliore interpretazione maschile andato allo straordinario attore calabrese Marcello Fonte. Molti aspettavano, anzi, altri premi per un’opera che conferma il talento del regista romano e il valore della sua ricerca artistica.

La narrazione filmica è liberamente ispirata da una vicenda di cronaca nera, detta del “Canaro”, avvenuta nella Roma degli anni Ottanta del secolo scorso. Garrone ha precisato, già in sede di presentazione della pellicola, che quel terribile fatto di sangue ha fornito soltanto una fonte di ispirazione primaria, ma che il film è lontano sia da quell’evento criminale sia dalle atmosfere “morbose” di tante opere ambientate nel mondo della malavita, che creano false e scontate aspettative negli spettatori. Una dichiarazione che ci ha confermato il rigore artistico e l’onestà intellettuale di un autore che si tiene distante dalla pratica della “confezione” ruffiana e accaparratrice di facili consensi e profitti, inseguita, invece, da larga parte della produzione cinematografica, e non soltanto italiana, dei nostri tempi.

La trama di Dogman ci racconta di Marcello, mite titolare di un negozio di toelettatura per cani, situato in una periferia romana, una location anonima ma che rappresenta bene, al tempo stesso, il degrado e l’emarginazione abitativa, morale ed esistenziale nell’universo-mondo contemporaneo. Un giorno, si ripresenta all’entrata l’amico Simoncino (interpretato da Edoardo Pesce), un ex pugile cocainomane dal carattere violento e invadente, che è appena uscito dal carcere ed è già ritornato a vivere di espedienti e furti. La sua presenza è mal sopportata, da subito, nella piccola comunità di negozianti, vicini e amici del tempo libero. Quando Simoncino coinvolge Marcello in un’”impresa” che sconvolge la vita del debole amico e soprattutto i rapporti con la piccola e adorata figlia e con gli amici della zona, però, l’esistenza del tranquillo e sorridente amante degli animali cambia per sempre. E anche la premeditata e attesa “vendetta” non riuscirà a rimediare alla definitiva caduta individuale e sociale del protagonista.

Con questo film, in effetti, il regista di Gomorra e di Reality – entrambi premiati in anni recenti dai Grand Prix di Cannes – ritorna alle atmosfere cupe e realistiche de L’imbalsamatore, un’opera grazie alla quale la critica e in seguito anche gli amanti del buon cinema si accorsero della nascita di un grande autore. La gabbia dei cani che assistono alla violenza degli uomini rimanda metaforicamente alle gabbie invisibili nelle quali viviamo tutti noi, fissate dalle determinazioni psicologiche, familiari e ambientali, al di là della diversa rappresentazione pubblica con cui viene vissuto il malessere umano dello stare al mondo.

Nella parte finale del racconto filmico, Marcello decide di ribellarsi al dominio dell’amico spietato. Nessuno mi vuole più bene gli dice, comunque, cercando di “giustificare” il suo comportamento a se stesso e all’uomo che ha sconvolto la già precaria rete degli affetti familiari e sociali, nella quale il protagonista era nato e in cui aveva vissuto fino ad allora, trovando il suo illusorio ma vitale equilibrio.

“Dogman” di Matteo Garrone e le gabbie invisibili della vita sociale
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