Il Fatto

Diritto e amore: la lezione di Stefano Rodotà

Lo scorso 23 giugno, all’età di ottantaquattro anni, è venuto a mancare Stefano Rodotà, giurista di spicco e professore emerito alla facoltà di Giurisprudenza de La Sapienza di Roma. Da sempre concentrato, con grande dedizione, sulle tematiche della laicità, dei diritti civili e sociali, della tutela della privacy e dell’autodeterminazione, lo studioso calabrese si è distinto, fin dalla giovinezza, per l’instancabile impegno politico, al servizio del quale ha posto le proprie competenze, la propria intellettualità e il proprio pensiero libero.

Persino in questi ultimi mesi, la sua figura è stata centrale nel panorama civile italiano. Dopo la mancata elezione a Presidente della Repubblica – per la cui carica è stato fortemente sostenuto dal Movimento 5 Stelle e da una buona parte della Sinistra, al di fuori del Partito Democratico – il giurista si è, difatti, marcatamente espresso per il No al referendum di revisione costituzionale, proposto dal governo Renzi lo scorso 4 dicembre, mentre ha, al contrario, fortemente supportato l’approvazione della legge sulle unioni civili.

A tal proposito, a dire il vero, è importante sottolineare che Rodotà si è speso molto sul tema dell’amore nella prospettiva del diritto, consegnandoci, proprio di recente, un saggio dal titolo Diritto d’amore. È interessante, pertanto, analizzare suddetta questione.

Secondo il professore, come si può facilmente constatare analizzando le dinamiche storico-sociali, le parole amore e diritto non hanno mai viaggiato insieme. Anzi, il rapporto tra loro è sempre stato alquanto conflittuale. La prima, infatti, tende a stravolgere ogni schema precostituito, mentre la seconda ha spesso voluto inglobare l’altra, cercando di riportarla alle proprie categorie fisse e tentando così di chiuderla nella formula monolitica del matrimonio coniugale, il quale per lungo tempo ha finito con il coincidere in modo biunivoco con il corrispondente rito religioso.

In un certo senso, il diritto, quale espressione del potere, ha sempre voluto agire da perimetro nei confronti delle pulsioni amorose. Basti pensare che anche nella nostra storia più recente, precisamente negli anni Settanta, nel dibattito sul divorzio, i soggetti che si univano al di fuori di un rapporto coniugale venivano definiti i fuori legge del matrimonio, l’adulterio era considerato un reato e i bambini, nati fuori dal connubio, venivano addirittura definiti i figli della colpa.

In aggiunta, nei mesi scorsi – proprio come nel 2006, a proposito dei DICO – la nostra classe dirigente, a dispetto di un contesto sociale già evoluto e abbastanza maturo, non ha mancato di esprimere, sulle unioni gay e sulle coppie di fatto, quella ostilità e ottusità che Rodotà ha definito come politica del disgusto, rifacendosi al pensiero della filosofa americana Martha Nussbaum. Dinanzi a tali situazioni, pertanto, ciò che è necessario è che vi sia in primis una rimozione degli ostacoli di ordine giuridico e, di riflesso, anche di quella che risulta essere un’impostazione culturale negativa, di cui i primi sono la proiezione simbolica. Contro la politica del disgusto, deve levarsi la politica dell’umanità, alle cui radici troviamo il riscatto dell’amore nei confronti delle previsioni giuridiche. Il diritto ha il dovere, dunque, di creare un ambiente propizio affinché l’amore possa manifestarsi nelle sue diverse forme.

Per lo studioso, ciò che è realmente anticostituzionale è il paradigma dell’eterosessualità e non l’unione omosessuale, dal momento che, peraltro, la Costituzione dà una definizione di famiglia per le competenze delle Stato, ma senza distinzioni di sesso. Rodotà, quindi, muovendosi lungo questa disamina, è stato tra i primi sostenitori della legge Cirinnà, intendendo quest’ultima come un semplice primo passo legislativo, rispetto a quello che, in realtà, avrebbe dovuto essere il traguardo finale: il matrimonio egualitario.

Proprio per tale motivo, dinanzi all’ulteriore compromesso che ha portato in Parlamento all’eliminazione dell’istituto della stepchild adoption dall’impianto normativo, il giurista ha parlato di un’occasione persa da parte del legislatore. Le sue dichiarazioni a caldo, rilasciate in un’intervista concessa a Il Fatto Quotidiano, sono state: Per celebrare il risultato ora dicono che è solo l’inizio. Ovvio: meglio che ci sia una regolamentazione, ma non dimentichiamo i suoi enormi limiti. Purtroppo gli interventi sono stati tutti finalizzati a segnare il massimo di distanza possibile tra le unioni civili e il matrimonio. In assoluta controtendenza con la Carta Europea dei Diritti Fondamentali che ha modificato la Convenzione Europea cancellando la diversità di sesso per tutte le forme di organizzazione familiare. L’ultimo esempio è l’esclusione della fedeltà, una forzatura che si risolve in un’ulteriore discriminazione per le coppie dello stesso sesso. In seguito, ha anche aggiunto: Nella Cirinnà l’orientamento sessuale è stato il confine per abbandonare l’articolo 5 sulle adozioni parentali. Causando una doppia discriminazione: ai danni della coppia e dei figli.

Grande è stato il dispiacere, dunque, dinanzi all’ennesima mancanza di coraggio da parte del legislatore italiano, sempre imbrigliato nel momento in cui è necessario decidere in maniera netta su questioni ritenute sensibili, ma che influenzano in modo dominante l’esistenza delle persone.

Ciò che è evidente, in base a quanto detto, è sicuramente che, tra tutte le cose per le quali dobbiamo essere grati a Stefano Rodotà, vi è anche e soprattutto quella di averci insegnato che il diritto non deve mai essere inteso in un’accezione meramente coercitiva o di imposizione di un potere, ma piuttosto essere concepito come un qualcosa di malleabile a seconda delle esigenze dei consociati. Un mezzo capace di consentire alle persone di esprimere la loro personalità, la loro libertà e, quindi, anche il loro modo di intendere l’amore, nel rispetto di se stessi, degli altri e della cosa pubblica. Il diritto non è un corpo algido e rigido, ma deve essere fluido e soprattutto a misura d’uomo, quindi umano.

Si rende allora davvero necessario, soprattutto in un Paese come il nostro, riuscire a cogliere il messaggio di Rodotà, in modo da non lasciar perire l’eredità fondamentale del suo pensiero e poter proseguire lungo il suo impegno. Ogni nostra conquista, sul tema dei diritti, infatti, non è mai scontata ed è importante sapere di poter sempre trovare nel professore – e in ciò che ci ha lasciato – una roccia sulla quale poter imperniare le nostre argomentazioni.

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