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Attualità

Di Maio: la discesa di un leader e quelle scuse che non arrivano

Gli eventi di questi giorni sono così precipitosi che per starci dietro rischiamo di dimenticare le vicende successe negli ultimi mesi, come se fossero passati secoli. Un’alleanza insolita che vacilla, un Capo dello Stato impazientito – come dargli torto –, il terzo partito del Parlamento che pensa di essere il primo solo perché i sondaggi dicono così, un Vicepremier che per dispetto, o per amore, vuole andare al Viminale dove prima sedeva – per modo di dire – il suo ormai ex contraente. Per chi ha l’insanabile vizio di drogarsi di politica e di attendere l’inizio della #MaratonaMentana come da bambini si aspetta la mezzanotte del 25 dicembre per scartare i regali di Babbo Natale, la situazione è anche divertente e ci ha regalato un agosto diverso dal solito. Ciò che non ci diverte, però, è l’incapacità dei politici di dire innanzitutto a se stessi e poi all’intera nazione che ogni tanto capita di sbagliare, che le batoste elettorali servono e che, magari, da adesso si abbassa la cresta con  umiltà. 

Il primo a non capirlo è Luigi Di Maio, il capo politico del M5S, considerato come il principale responsabile del tracollo dei pentastellati, che nel governo Conte ha ricoperto il ruolo di Vicepresidente del Consiglio, Ministro del Lavoro e Ministro dello Sviluppo Economico. Qualche giorno fa, su questo giornale, lo abbiamo difeso da chi lo irride per aver fatto il bibitaro allo stadio San Paolo. Pensiamo, infatti, che non sia un lavoretto svolto in giovane età a giudicare un individuo, anche perché in questi decenni l’Italia è stata governata da grandi professionisti che di certo non ci hanno risparmiato danni. Non possiamo, invece, prenderne le difese quando il leader grillino afferma: «Non rinnego il lavoro fatto in questi 14 mesi». Poche parole che non lasciano scampo a interpretazioni e che vogliono dire solo una cosa: «Con la Lega ci siamo trovati bene, condividiamo ciò che abbiamo votato e, se non fosse stato per Matteo, saremmo andati avanti per altri quattro, dieci, cinquant’anni». Ora, non vogliamo dire al ragazzo di Pomigliano d’Arco che debba per forza allearsi con il PD, né che debba cospargersi il capo di ceneri per dimostrare il pentimento, ma chiedere scusa sì.

Scusa a tutti coloro che in questi mesi hanno sostenuto che il suo partito – sì, possiamo chiamarlo partito – stesse troppo dietro a Salvini e che non riuscisse a contenerlo, che la vita del governo fosse nelle mani del leader della Lega, che sarebbe crollato e che stesse tradendo se stesso, a partire dai parlamentari che non condividevano la piega che il movimento fondato da Grillo e Casaleggio stava prendendo e che per questo sono stati espulsi. Dopodiché, il pentastellato dovrebbe guardarsi allo specchio e scusarsi per non aver fatto nulla per evitare che tutti quei disperati restassero per settimane su una nave in attesa di approdare e solo per volontà di un Ministro acchiappa-like che gioca vigliaccamente sulla vita degli altri, rendendosi complice di una strategia elettorale sporca come la coscienza di chi non fa e non dice nulla su ciò che accade nei lager libici con i quali il nostro Stato ha preso accordi che il governo giallo-verde, vicepresieduto anche da Di Maio – ricordiamolo –, ha mantenuto. 

Ma sarebbe cosa buona e giusta se il giovane di Pomigliano cercasse su internet qualche video di quei Vaffa-Day rappresentanti una miriade di cittadini che non sopportavano i politici che la facevano sempre franca, un po’ come ha fatto lui, non assumendosi la responsabilità di far votare ai suoi l’autorizzazione a procedere verso l’allora titolare del Viminale per il caso Diciotti, salvandolo da un processo che non sappiamo come sarebbe andato a finire – ma che certamente si sarebbe svolto –, perdendo un’ottima occasione per dimostrare che la legge è uguale per tutti, anche per il proprio alleato. Trovandosi a fare i conti con se stesso, poi, Di Maio dovrebbe anche chiedersi cosa lo abbia spinto a condividere i decreti sicurezza al punto tale da imporre la fiducia sul secondo di questi proprio qualche giorno prima della caduta del governo, facendosi ancora una volta prendere in giro e accettando che degli esseri umani che salvano le vite di altri esseri umani rischino di subire delle sanzioni pari anche a un milione di euro. 

Infine, Luigi Di Maio dovrebbe spiegarsi e spiegarci, sempre scusandosi, come abbia potuto tacere di fronte alla Bestia social che metteva e mette continuamente alla gogna chi non la pensa come il Capitano, denominato così forse per la somiglianza morale con Schettino, aprendo le porte a una valanga di offese e minacce effettuate da vari utenti. Ecco, questo dovrebbe fare un vero capo politico, invece di andare fiero degli atti di disumanità sostenuti. Solo dopo pretendere questo o quel Ministero. Perché possiamo pure sperare in un governo che tenga quanto più possibile Salvini distante, ma noi, proprio perché amiamo la politica, certe cose non le dimentichiamo affatto.

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