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Di lavoro si continua a morire

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Lo afferma forte e chiaro la Costituzione Italiana, nel suo primo articolo, il numero 1, una sorta di principio basilare a cui qualsiasi altro farà seguito, a cui qualsiasi altro si ispirerà da quel momento in avanti. E, invece, anno dopo anno, governo dopo governo, campagna elettorale che va, il tema del lavoro assume la forma non più di una risorsa ma di un problema, di un dramma a cui porre rimedio, un motivo di tensione a tinte sempre più grigie, spesso, troppo spesso, senza più alcun colore se non quello del buio più profondo: la morte.

Sono già 255 le vittime sul luogo di lavoro in Italia, sono già 255 i padri, le madri, i ragazzi che non hanno più fatto ritorno alle proprie case alla sera. È questo il dato allarmante che l’Osservatorio indipendente di Bologna aggiorna quotidianamente a cui aggiunge, in un comunicato sul proprio blog: Con le morti sulle strade e in itinere si arriva a superare già i 450 complessivi. Da dieci anni, il sito nato su iniziativa di Carlo Soricelli nel 2008 – metalmeccanico in pensione – registra ogni tragedia sul lavoro, regione per regione, città per città, in memoria di sette lavoratori della Thyssenkrupp di Torino scomparsi tragicamente.

L’INAIL, intanto, secondo il  bollettino più recente, denuncia, per quanto riguarda il solo trimestre gennaio-marzo dell’anno in corso, 212 casi di infortunio fatale sul luogo d’impiego, con un’impennata dell’11.58% rispetto allo stesso periodo del 2017, quando le morti bianche furono 190. Aumentano i casi al Nord, con Lombardia (da 25 a 39) e Piemonte (da 12 a 21) a detenere la maglia nera. Diminuiscono, invece, anche se in leggera percentuale, al Sud e nelle Isole, uno su due vede sfortunati protagonisti gli over 50.

«Si deve parlare di vera e propria emergenza», ha sottolineato la neo-eletta Presidente del Senato, Casellati, mentre l’impasse che ancora insiste tra MoVimento 5 Stelle e Lega per la formazione del nuovo governo del Paese non fa altro che rimandare provvedimenti quanto mai necessari. Recenti dati statistici relegano l’Italia in fondo alle classifiche europee per quanto riguarda l’occupazione e l’impiego giovanile, superati soltanto dalla Spagna e dalla Grecia. Come se non bastasse, il lavoro, tra i confini del Bel Paese, è una chimera, e quando c’è è schiavo di tutte quelle logiche che lo rendono pericoloso, dal precariato, alla mancanza di controlli seri sulla sicurezza dei cantieri e non solo. Sempre più aziende, infatti, risultano manchevoli in materia di rispetto delle norme di sicurezza, l’instabilità di tanti contratti, o semplici strette di mano, rende tutto ancor più complesso e inverificabile, e le statistiche appena sopra lo testimoniano come la più sbiadita delle fotografie dimenticata in un vecchio album.

«Di lavoro si continua a morire – tuona il Presidente dell’ANMIL, Franco Bettoni – perché in questi anni non si è fatto abbastanza per costruire una solida cultura della prevenzione dei rischi nei datori di lavoro e nei lavoratori. Da una parte si fatica a vedere la sicurezza come un valore aggiunto, un investimento, e dall’altra non si dimostra sufficientemente matura la consapevolezza dei rischi presenti all’interno di un ambiente di lavoro».

Ciò che nei dati, però, non è riscontrabile è il numero ancora più alto di persone coinvolte da questi tragici avvenimenti. Per ogni lavoratore che non ritorna all’affetto della propria famiglia, ci sono mogli, mariti, figli, genitori anziani che restano vittime, anch’essi, di quella che è non è solo una fatalità, ma un vero e proprio eccidio di Stato, persone che, da un giorno all’altro, si ritrovano a fronteggiare la quotidianità senza la sicurezza di un sostentamento economico che, in tanti casi, è una vera e propria fune che sorregge dall’oblio, oltre che di un abbraccio di un caro che nessuno mai più gli restituirà.

Prevenzione, messa a norma di stabili, uffici, cantieri, investimenti e controlli. Si deve partire da qui e non tornare indietro. Si abbandonino le buone maniere, si torni – perché no – agli scioperi che valsero qualche passo di importanti conquiste, si mettano alle strette sindacati e rappresentanti delle istituzioni, ormai troppo comodi nei loro stipendi a troppi zeri da riconoscere e comprendere i drammi della gente comune. Una morte bianca è una morte nera, atroce, una morte senza dignità. Una morte di un lavoratore è una riga tirata su quell’articolo 1 e sulla storia di uno Stato che affoga ogni giorno nella mediocrità di cui si è ingrassato.

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