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Deep web e social network: il pericoloso sottobosco della pedopornografia

Pensavo che quando a ognuno fosse stato possibile esprimersi liberamente e scambiare idee e informazioni il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore. Mi sbagliavo. […] Internet non funziona, è guasto, e che sia guasto è sempre più evidente a tanta gente.

Quando a esprimersi così è il fondatore di Twitter, Evan Williams, che con internet ha fatto la sua fortuna, è difficile restare indifferenti. In una recente intervista rilasciata al New York Times, infatti, il CEO di uno dei social più influenti degli ultimi anni si è lasciato andare a un lungo sfogo in cui ha espressamente dichiarato il fallimento suo e dei suoi colleghi. It’s broken, ha ripetuto a più riprese uno sconsolato Williams, è rotto, e noi, che ci eravamo già affidati alle parole pronunciate tempo fa dal compianto Umberto Eco, non possiamo che dargli ragione. Oggi, forse, con un pizzico di amarezza in più.

Lo scorso marzo, infatti, l’Associazione Meter, la onlus di Don Fortunato Di Noto che collabora con la Polizia Postale al fine di combattere la pedofilia e lo sfruttamento dei bambini, ha reso ufficiale il suo ultimo rapporto relativo al 2016 proprio in merito al fenomeno che vede nei piccoli le vittime scelte. I dati, nonostante il maggior controllo da parte delle Forze dell’Ordine, nonché dei colossi dei social network, purtroppo sono risultati davvero allarmanti: delle immagini censite, infatti, quasi due milioni – il doppio dell’anno precedente – e tonnellate di gigabyte hanno visto ritratta l’innocenza dei bambini dagli 0 ai 12 anni, protagonisti inermi e involontari di violenze reiterate da parte di abusatori che si mostrano ormai a viso scoperto, per nulla timorosi di essere perseguiti dalla legge di un qualche Paese. Abusatori che, grazie al sempre più diffuso utilizzo del deep web – il lato oscuro della navigazione in rete – hanno imparato a muoversi con destrezza e rapidità, nell’autonomia della crittografia che rende difficile l’identificazione dell’url (indirizzo web) e, quindi, del pedofilo che commette le barbarie, che carica online il materiale incriminato o che lo scarica. Come si legge, il sistema più usato è il TOR il cui nome, The Onion Router, “cipolla”, fa già presagire la segretezza che avvolge gli utenti. Questi ultimi, grazie a piattaforme che consentono uno scambio temporaneo di file, si danno appuntamento in chat e cancellano il materiale in un massimo di ventiquattro ore, quasi certi che in un lasso di tempo così breve rintracciarli possa essere davvero difficile.

I numeri pubblicati sono da capogiro. Basti pensare che solo dal novembre del 2016 al 10 marzo scorso i video pedopornografici riconducibili a un preciso indirizzo web – tra l’altro, già segnalato – sono saliti da 82.046 a 109.535, passando da 476.914 a 685.590 utenti che li hanno scaricati.

Ma questo non è l’unico dato che fa rabbrividire. L’età anagrafica dei bambini coinvolti, infatti, si è nettamente abbassata. Le vittime sono sempre più piccole, persino neonate, con una fascia compresa tra gli 0 e i 3 anni che va “affollandosi” continuamente.

Le nazioni prese in considerazione per lo studio sono state ben quarantadue con i podi della vergogna, almeno in Europa, detenuti da Russia, Slovacchia e Unione Europea, mentre l’Italia si è piazzata al quindicesimo posto. A livello mondiale, invece, il primato è risultato dell’Oceania e l’isola di Tonga si è rivelata novità dell’anno.

Come se non bastasse, però, a far allarmare maggiormente è la fonte da cui i pedofili sono riusciti e riescono tuttora a reperire il materiale. Gran parte delle foto e dei video di natura pedopornografica rinvenuti sul web, infatti, come conferma una ricerca dell’Australia’s new Children’s eSafety – che si occupa della sicurezza dei minori che utilizzano pc o telefonini – provengono dai cloud, in particolare dal servizio offerto da Apple, ma anche dai nostri profili Facebook. Leggendo i report – e qui l’allerta sale – si scopre, difatti, che a molti dei genitori ignari che amano pubblicare innocenti scatti dei propri figli, per condividere momenti di dolcezza con familiari, amici e non solo, c’è qualcuno, un contatto (spesso fake) che, amico o meno a seconda della privacy impostata, ruba l’istantanea per poi caricarla altrove o modificarla e renderla più appetibile per menti depravate come la sua. In questo caso, però, il pericolo maggiore consiste nella facile localizzazione delle vittime. Il passo tra virtuale e reale, purtroppo, non è sempre così lungo.

Negli ultimi anni, per fortuna, gli strumenti di controllo delle nostre attività in rete si sono sicuramente rafforzati. Il lavoro della Polizia Postale, così come quella di chi vigila i social network, vanno intensificandosi sempre più, anche grazie alla partecipazione degli utenti che hanno moltiplicato le loro segnalazioni. Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga e impervia, soprattutto con lo sviluppo del dark web. Quello che ci resta, dunque, senza fuorvianti allarmismi, è un’attenzione maggiore all’uso che facciamo quotidianamente dei nostri social e del tempo che lasciamo che i nostri figli – troppo spesso senza una vera e seria sorveglianza – trascorrono esposti alle trappole a essi riservate ma, ancor di più, un senso di responsabilità nei confronti loro e di tutti gli altri bambini che non può e non deve farci zittire, ma denunciare sempre a chi di dovere.

Internet non funziona, ha detto Evan Williams, it’s broken. Siamo ancora in tempo, però, per aggiustarlo.

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