Il Fatto

Il decoro invisibile: a Natale non c’è posto per i senzatetto

Le temperature oscillano tra gli zero e i tre gradi a Como. C’è aria di neve, oggi. Di stare a casa, però, non è più tempo, le ultime compere prima del weekend di festa non possono non avere la meglio anche sul vento gelido che colora gli zigomi di rosso. Natale sta per bussare alle porte, farsi trovare preparati è d’obbligo.

Frastornato dalle tante luci che illuminano le vie del centro, un bambino ancora incerto nell’andatura si tiene stretto al cappotto della mamma, vuole mostrarle il regalo che ha già chiesto nella letterina più speciale di sempre. Chissà se sarà accontentato. Intanto, a pochi passi da lui, un uomo un po’ avanti con gli anni o, forse, solo tanto stanco, chiede calore alle sue fedeli coperte di cartone ormai usurate. Batte i denti, vorrebbe persino imprecare. A lui Babbo Natale non porterà nulla, nemmeno una tazza di latte caldo, dicono gli sia vietato.

Lo scorso venerdì 15 dicembre, infatti, il Sindaco della città, Mario Landriscina, ha firmato un’ordinanza anti-accattonaggio per allontanare, per i prossimi giorni, i senzatetto dal centro di Como e, soprattutto, dalla zona turistica, quindi dalle vie dello shopping, assicurandosi che gli acquisti prenatalizi non fossero condizionati dalla presenza scomoda di chi non ha una fissa dimora ed è costretto a vivere per strada. In nome dello stesso provvedimento, inoltre, alle associazioni, alla Caritas e a semplici volontari è stato impedito di procurare bevande calde, portare del cibo o fare una donazione economica ai clochard che gravitano nell’area indicata al fine di ripristinare la tutela della vivibilità e il decoro del centro urbano

Come denunciato anche dai sostenitori di WelCom – Osservatorio Migranti Como, infatti, non è più possibile, almeno per i successivi quarantacinque giorni, distribuire – come ogni anno da sette anni – la colazione a chi ha fatto della propria casa una vecchia coperta e qualche giornale che nessuno legge. Non a dicembre, almeno. Non quando i cittadini o i turisti devono preoccuparsi di spendere piuttosto che di aiutare il prossimo. La regola dell’essere più buoni a Natale, quindi, è stata completamente infranta per conto di un decoro che, però, non fa alcuna rima con umanità.

Il Comune di Como non è il primo, tantomeno il solo, a essersi armato di una norma anti-accattonaggio. Tuttavia, a sorprendere più di ogni altra decisione è il divieto – anche a parti terze – di assistenza a coloro che ne hanno più bisogno, come se questo ledesse l’immagine della città. Come potrebbe? Come potrebbe un’opera di volontariato, un atto di amore disinteressato, danneggiare un’intera comunità? Non sarebbe, forse, questa un’occasione di riscatto per una società che ha palesemente fallito?

Riporre in soffitta i senzatetto come fossero vecchi addobbi che non servono più, di certo, non è la soluzione con la quale combattere povertà e disuguaglianze sociali. Quella che Landriscina chiama tutela della vivibilità, infatti, appare più come l’ennesima trovata ipocrita di uno Stato che non è in grado – o non ha l’interesse – di dare risposte, piuttosto che un’ordinanza volta alla salvaguardia dei cittadini e della città tutta. Ogni homeless, ogni persona senza fissa dimora, ha una storia che noi non conosciamo ma riteniamo di poter giudicare, il più delle volte ignorare, sicuri di un letto comodo pronto ad accoglierci quando è sera. A differenza di quanto ci piace credere, nella maggior parte dei casi – probabilmente tutti –, vivere per strada non è una scelta, un atto di coraggio, una ribellione nei confronti del sistema tradizionale. I clochard non sono nostalgici vagabondi, bohémiens ormai fuori dal tempo, sono uomini e donne a cui la società non è in grado di assicurare una vita normale, dignitosa, umana. E la loro presenza in piccoli centri come Como, oltre che nei grandi agglomerati urbani, è una chiara dimostrazione di come la situazione sia ben più grave e importante di un discorso che badi al decoro.

Secondo gli ultimi dati resi noti dall’Istat, in Italia la stima delle famiglie a rischio povertà o esclusione sociale per il 2016 è pari al 30%, con un aumento notevole rispetto all’anno precedente. È, inoltre, come confermato dalla classifica di Eurostat, il Paese europeo in cui vivono più poveri, con dieci milioni e mezzo di persone – dei settantacinque a livello continentale – che non riescono a garantirsi un pasto proteico ogni due giorni, a sostenere spese improvvise, a riscaldare la casa (quando ce l’hanno), a pagare l’affitto o a comprare vestiti nuovi o scarpe adatte alla stagione in corso. Come se non bastasse, oltre a questi cittadini in stato di deprivazione, si contano i cosiddetti poveri assoluti che, sempre nel 2016, sono risultati quasi cinque milioni, tra cui più di un quinto di bambini. Dal presagio della crisi finanziaria a oggi, quindi, in un arco di tempo che abbraccia circa un decennio, nello Stivale la soglia di povertà si è quasi triplicata, in risposta a una politica che continua a minimizzare raccontando favole da ottanta euro.

In uno Stato che non garantisce diritto alcuno a una larga fetta della sua popolazione, cos’è più indecoroso, dunque, un senzatetto avvolto in un cartone o una norma che nega – ma non cancella – la presenza di disparità acuendole? E le attività svolte dalle associazioni di volontariato, dove si collocano? Ancor prima di tutelare la vivibilità, non andrebbe tutelata la vita? Come può la legge sostituirsi all’umanità?

Li chiamano invisibili i senzatetto. Sono quelli che nessuno vede, punti interrogativi senza domanda. Eppure esistono, anche se li si allontana dal centro della nostra città, anche se a Natale non ci stanno sul presepe. Esistono, come quell’uomo un po’ avanti con gli anni o, forse, solo tanto stanco, che chiede calore alle sue fedeli coperte di cartone ormai usurate. Intanto, a pochi passi da lui, un bambino ancora incerto nell’andatura si tiene stretto al cappotto della mamma, lo indica. Chissà se sarà accontentato. Le temperature oscillano tra gli zero e i tre gradi a Como.

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