Rubriche

David di Donatello 2019: stravince Garrone, ma vince anche Stefano Cucchi

Dogman di Matteo Garrone è stato l’asso pigliatutto di questa sessantaquattresima edizione dei David di Donatello. La sconvolgente fiaba nera, ispirata a un fatto reale – la tragedia del canaro – poi trasfigurato in un film che vive di pulsioni archetipiche, ambientato in una sorta di Far West degradato non individuabile su alcuna mappa, ma in realtà specchio di molti luoghi a margine, ha convinto la giuria e si è portato a casa ben nove statuette, tra cui quelle per miglior film, regia, sceneggiatura originale (Matteo Garrone, Massimo Gaudioso e Ugo Chiti) e attore non protagonista (Edoardo Pesce). 

Vanno ricordati, poi, anche i premi ai cosiddetti reparti tecnici – che, in realtà, soltanto tecnici non sono, ma costituiscono l’ossatura e la specificità dell’arte cinematografica – e cioè fotografia, montaggio, suono, trucco e scenografia. In particolare, il montatore Marco Spoletini (chiamato erroneamente Spolentini), al suo secondo David dopo quello per Gomorra di dieci anni fa, ha ricordato come spesso il lavoro da lui svolto, per sua stessa natura, sia invisibile e quindi poco riconoscibile per uno spettatore non avvezzo. Tali reparti, rappresentati da grandi eccellenze come lo storico collaboratore di Garrone, infatti, andrebbero approfonditi nel corso della serata tramite presentazioni adeguate, magari supportate da filmati (visto che parliamo dell’arte audiovisiva per eccellenza) e non buttati via velocemente da un Carlo Conti che – senza nulla togliere alla sua professionalità – con il cinema non c’entra nulla.

Meritati i David a un’emozionatissima Marina Confalone, premiata come miglior attrice non protagonista per il durissimo ruolo della mercante di vite Zi’ Maria ne Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis, e a un altrettanto commossa Elena Sofia Ricci, fedele e ricercata interprete della signora Berlusconi, Veronica Lario, in Loro di Paolo Sorrentino, grande assente della serata.

Il bellissimo e misurato film sulla vicenda di Stefano Cucchi, Sulla mia pelle, invece, si è aggiudicato tre sacrosante statuette – oltre all’importante David Giovani assegnato dalle scuole –, ovvero quelle per il miglior regista esordiente ad Alessio Cremonini, per il miglior produttore a Cinemaundici di Olivia Musini e alla Lucky Red di Andrea Occhipinti, e per il miglior attore protagonista ad Alessandro Borghi, incredibile interprete che ha saputo calarsi nei panni di Stefano con una performance fisica e psicologica degna di un De Niro. Ritirando il premio ha detto: «Ringrazio la famiglia Cucchi perché si sono fidati di me. Il premio è di Stefano Cucchi e voglio dedicarlo agli esseri umani e all’importanza di essere considerati tali a prescindere da tutto». Rimane a bocca asciutta, quindi, Marcello Fonte, l’intenso interprete di Dogman, premiato l’anno scorso a Cannes e agli EFA (European Film Awards), che per la prima volta aveva portato con sé la mamma, come sottolineato da Garrone.

Il regista, tra l’altro, salito tre volte sul palco, ha ricordato come gli schermi del cinema diventino sempre più piccoli e gli schermi televisivi sempre più grandi. Il cineasta si riferisce ovviamente alla consuetudine, sempre più consolidata, di guardare i film a casa, aiutati da supporti fedeli nei dettagli e stimolati da un’offerta sempre più ricca delle piattaforme di streaming (Netflix e Prime Video in testa). Il 2018, infatti, ha segnato un crollo netto degli spettatori nelle sale del Bel Paese. Forse proprio per questo si è voluto premiare, con il David dello Spettatore, il film italiano che ha registrato il maggior incasso dell’anno e cioè A casa tutti bene di Gabriele Muccino. Il regista si è portato tutto il cast sul palco per un interminabile intervento, anche canoro, durante il quale ha affermato che se erano lì ieri sera era perché qualcuno si è preso la briga di uscire di casa, magari sotto la pioggia, prendere l’auto, trovare parcheggio e pagare un biglietto perché si è fidato di un film. In effetti, vista la situazione attuale, non è cosa da poco e scontata. 

Non manca comunque un tono polemico nella durata stessa dell’intervento, forse perché nei giorni scorsi l’autore si era lamentato pubblicamente della sua mancata candidatura nelle categorie maggiori con un film che era stato omaggiato ai botteghini. Evidentemente, l’attuale presidente e direttore artistico dell’Accademia del Cinema Italiano-Premi David di Donatello, Piera Detassis, ha raccolto le sue ragioni e ha dirottato la statuetta, inizialmente prevista per Bohemian Rhapsody, il maggior incasso cinematografico della stagione italiana, sull’opera di Muccino.

Leitmotiv della serata è stato Moviement, iniziativa promossa da tutta la filiera cinematografica italiana (MiBAC, ANICA, ANEC, ANEM, Accademia del Cinema Italiano-Premi David di Donatello), volta all’estensione della stagione del cinema al periodo estivo, tristemente noto per l’astensione del pubblico dalle sale. A partire da giugno, e per tutta l’estate, quindi, verranno distribuiti molti attesissimi blockbuster americani in contemporanea con l’uscita mondiale. Per ora i film italiani previsti per questa iniziativa sembra siano soltanto Il grande spirito di Sergio Rubini e Il signor diavolo di Pupi Avati, ma sicuramente se ne aggiungeranno altri dopo la vetrina di Cannes.

I meritatissimi David alla carriera a Tim Burton, premiato da un Roberto Benigni sottotono, e a Dario Argento rimarcano come il cinema italiano si ricordi solo tardivamente di registi visionari che eludono le barriere del reale per trasportarci, tramite il veicolo dei film di genere, in regioni inesplorate dove il fantastico riesce a dire molto sulla natura umana e sulle traversie interiori dell’anima. Infatti, il nostro Argento, imperversato dalle originali domande di Carlo Conti del calibro Qual è la differenza tra i thriller e gli horror?, non ha mancato di sottolineare come non abbia mai vinto un David, lui autore il cui talento è stato riconosciuto in tutto il mondo. Il regista ha inoltre ringraziato direttamente il direttore artistico Piera Detassis – anche storica direttrice del periodico Ciak – rivolgendole queste parole: «Ringrazio il deus ex machina di tutto ciò, la grande, brava, intelligente, colta, Piera Detassis, una persona di cinema, una persona del nostro mondo. Però è un premio che arriva troppo tardi». Ma si sa che l’Italia, legata per tradizione alla dittatura del reale, che sia autoriale o declinato in commedia poco importa, difficilmente riconosce i meriti di un cinema che vola oltre, se non appunto in maniera tardiva. Tim Burton, invece, ha affermato: «Non sono italiano ma è come se avessi una famiglia italiana». E, in un ideale passaggio di staffetta, ha ricordato maestri di indiscusso talento immaginifico come Mario Bava, Fellini e appunto Dario Argento.

Gli altri David alla carriera sono stati assegnati a Francesca Lo Schiavo, tre volte premio Oscar per la scenografia, e a Uma Thurman che, dopo aver premiato il miglior attore, è stata maldestramente congedata da Carlo Conti per poi essere richiamata sul palco a ritirare la statuetta per la quale aveva attraversato l’oceano.

Il David come miglior film straniero, invece, è andato al pluripremiato e bellissimo Roma di Alfonso Cuarón, salito sul palco a fine serata con un intervento molto stringato.

Dispiace, infine, che un lavoro coraggioso e misterico, anche se non totalmente risolto, come Capri-Revolution di Martone abbia vinto solo per la colonna sonora, tra l’altro bellissima e sperimentale, di Sascha Ring e Philipp Thimm, e per gli efficaci costumi di Ursula Patzak. Peccato anche che il realismo magico di un’altra opera visionaria come il Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher, film che vantava tra l’altro un colpo di scena degno del miglior Shyamalan di The village, non abbia trovato alcun riconoscimento. Va detto che alla candidatura di due donne, Valeria Golino e Alice Rohrwacher, alla miglior regia e al miglior film, sventolata dai media come una svolta, non ha fatto seguito alcun premio.

In ultima considerazione, vorremmo sottolineare ancora una volta come la conduzione di questo tipo di serata andrebbe affidata a qualcuno che, pur avendo la professionalità di Carlo Conti – a dire il vero ieri sera un po’ al di sotto dei suoi standard –, abbia anche delle competenze in materia e non bombardi gli ospiti con domande e osservazioni in ossequio ai peggiori luoghi comuni sul cinema. Sarebbe poi un miraggio che la premiazione acquistasse un po’ di brio e immaginazione: bello per esempio utilizzare il brano L’estasi dell’oro del maestro Morricone per dare suspense alle premiazioni, ma non sarebbe stato meglio variare un po’ e utilizzare anche i temi musicali dei film premiati? Magari inserire anche qualche gag dal sapore cinematografico capace davvero di far ridere in maniera intelligente. Infine, per gli anni venturi, una manifestazione condotta senza quella fretta e asetticità – che, purtroppo, sempre contraddistingue le dirette Rai dedicate ai David –, forse, sarebbe finalmente necessaria.

David di Donatello 2019: stravince Garrone, ma vince anche Stefano Cucchi
Clicca per commentare

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

To Top