Attualità

Il nuovo “Datagate”: Cambridge Analytica, Facebook e la vita privata al tempo di internet

Il caso Cambridge Analytica e il crollo di Facebook nelle principali borse del mondo fanno pensare a un nuovo Datagate, dopo quello del 2013 nato dalle rivelazioni di Edward Snowden, un ex consulente della NSA (National Security Agency), sul controllo di massa dei cittadini che avrebbe attuato l’agenzia di sicurezza statunitense, nel primo decennio del nuovo secolo e del Terzo Millennio.

Dopo le notizie ancora da approfondire, fornite dall’inchiesta giornalistica svolta soprattutto dal The Guardian e dal New York Times su quello che viene definito un vero e proprio “furto” dei dati sensibili presi da cinquanta milioni di profili, il titolo azionario di Facebook è crollato di circa il 7%. L’accusa più grave viene mossa, anche dallo stesso social, alla Cambridge Analytica, una società di raccolta e trattamento dei dati informatici che ha collaborato alla campagna per le elezioni presidenziali statunitensi vinte da Donald Trump e a quella per il referendum britannico sulla Brexit.

Anche questo scandalo è partito dalle rivelazioni di un informatico “obiettore di coscienza”, Christopher Wylie, che ha raccontato della mappatura delle psicologie e degli stili di vita degli utenti del social, utilizzati in maniera impropria e a fini politici, senza la consapevolezza dei cittadini e al di là delle condizioni di utilizzo consentite.

Il gigante dei social network guidato da Mark Zuckerberg ha immediatamente contrastato e fermato l’azione di Cambridge Analytica, che aveva acquisito l’enorme massa di dati grazie all’applicazione software Thisisyourdigitallife, realizzata dall’esperto accademico Aleksandr Kogan. Quest’ultimo ha subito negato con sdegno l’accusa di esser addirittura una “spia” russa.

L’App, in effetti, fu presentata sulla rete come un gioco o test, tra i tanti che girano sui social, utile per lo studio dei tratti della personalità degli utenti ed è stata scaricata, in seguito, da quasi trecentomila profili Facebook. Poi, attraverso la rete sociale e soprattutto seguendo le tracce digitali delle reazioni – i like e il numero di contatti degli utenti con i loro amici – sono state raccolte quantità di dati rilevanti e riguardanti attività, preferenze e comportamenti individuali e di gruppo.

Le indagini sul Datagate sono attualmente in corso, e le notizie e i commenti inseguono la loro diffusione massmediatica a ritmo frenetico. Il responsabile della sicurezza sui dati di Facebook, Alex Stamos, si è dimesso e sembra che la tensione sia grande tra i livelli di responsabilità all’interno della società. Nel frattempo, si è fatta sentire la voce di Vera Jourova, Commissario per la Giustizia dell’Unione Europea. La rappresentante UE ha definito orripilante e inaccettabile l’uso a fini politici delle informazioni ottenute dalle attività dei cittadini sui social. Inoltre, ha preso contatto con i responsabili della piattaforma e con quelli della governance Usa per riflettere sull’accaduto e cercare di ridisegnare i rapporti tra l’Unione Europea e l’amministrazione statunitense circa gli accordi sulla privacy su internet.

Si ripropone in questi giorni, insomma, il problema della protezione e della sicurezza che riguarda la vita privata dei cittadini al tempo di internet e della globalizzazione, messe in serio pericolo dalle capacità, di “orwelliana” memoria e di inquietante attualità, di accedere ai loro dati sensibili, che riguardano quegli aspetti psicologici, affettivi e di interazione sociale che, di certo, non possono essere trattati da organizzazioni societarie private come “merce” di scambio affaristico e per il controllo geopolitico di vaste e popolate aree del pianeta.

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