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Il Fatto

Da Poggioreale a Cavalleggeri: Napoli dietro le sbarre

Odio gli indifferenti, affermava Antonio Gramsci. Per questo non possiamo più tacere. Da giorni, nelle carceri italiane e, in particolare, nel penitenziario di Poggioreale, nel cuore di Napoli, si sta consumando un’importante rivolta. I detenuti, infatti, come spesso accade con l’aumento delle temperature e del conseguente degrado dei luoghi di detenzione, chiedono maggiori diritti, condizioni migliori che consentano loro di preservare lo status di esseri umani. Chiedono, su tutto, l’accesso all’acqua.

Molte delle strutture della Penisola, infatti, presentano tubature logorate dal tempo, dall’usura, da una manutenzione scarsa e inefficiente. Condutture incapaci, quindi, di garantire il giusto rifornimento a tutti gli ospiti – il più delle volte ben sopra il numero consentito – e a ciascun piano degli edifici in questione. Per tale motivo, in molti di essi si mettono in atto delle soluzioni alternative quali il limitare le forniture nelle ore notturne. Segnalazioni arrivano, come denuncia anche il Garante dei Detenuti della Campania Samuele Ciambriello, oltre che da Napoli, da Ariano Irpino, Salerno, Bellizzi Irpino e da Santa Maria Capua Vetere, penitenziario noto per essere stato inaugurato senza acqua potabile e per il quale nel 2015 – dunque quattro anni fa – la Regione Campania ha stanziato circa 2 milioni di euro per intraprendere i lavori di costruzione della condotta. Lavori attualmente non avviati perché, segnala l’Associazione Antigone, ancora non è stata indetta la gara d’appalto europea. Per un’altra estate, dunque, circa 1000 persone dovranno continuare ad arrangiarsi con un pozzo semiartesiano munito di impianto di potabilizzazione. Come se non bastasse, il carcere del casertano dista appena 600 metri dallo Stabilimento di Tritovagliatura e Imballaggio Rifiuti, lo STIR, che con il caldo produce un olezzo talvolta insopportabile per i reclusi. Ma esempi di degrado simile, di acqua dilazionata o assente, non mancano in altre zone di Italia, come in Sicilia, nel carcere Petrusa di Agrigento.

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Per ovvi motivi, allora, tra le principali conseguenze dello scarso accesso al bene primario per eccellenza, il disagio maggiore si ha in termini di igiene, quindi di salute. Proprio come sta succedendo nel penitenziario partenopeo dove, dopo un malore che ha visto protagonista un giovane prigioniero, sono montate numerose proteste, in particolare nel padiglione Salerno, a opera di circa 200 detenuti comuni. I reclusi, infatti, spaventati dalla possibilità di un’epidemia – per fortuna scongiurata –, intendono denunciare le condizioni inumane in cui sono costretti a sopravvivere e a reclamare il loro diritto a uno sconto di pena nient’affatto degradante. A tal proposito, l’articolo 27 della Costituzione italiana si esprime in modo chiaro e deciso: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma se il condannato è costretto a sovraffollamento, carenza di personale penitenziario e medico, abiezione, degrado, miseria e promiscuità, si può concretamente auspicarne la riabilitazione? Allo stato attuale sembra piuttosto difficile.

Il centro di detenzione di Poggioreale ospita circa 2400 persone, vale a dire 800 in più della sua capienza massima, per un totale di dieci padiglioni, di cui, al momento, due non agibili e uno per metà. I detenuti, quindi, sono costretti a vivere come bestie, ammassati gli uni agli altri tra pareti persino a rischio crollo, segnate dal tempo e dalla muffa. Come denuncia Ciambriello, però, per le aree Livorno, Salerno, Milano e Napoli il Ministero delle Infrastrutture ha stanziato circa 12 milioni di euro, fermi al Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche, impegnato nei sopralluoghi, con il rischio che i lavori vedano il via fra circa due anni, un tempo infinito per chi tra le mura della casa circondariale è costretto a trascorrere ancora molti giorni: «Chiedo ufficialmente il commissariamento, la nomina di un commissario ad acta per questi lavori con l’obiettivo di coniugare efficacia ed efficienza», ha dichiarato il Garante dei Detenuti.

Quella dello scorso 16 giugno, infatti, rischia di non essere una semplice protesta, bensì la miccia di una contestazione – stavolta finita senza gravi danni o feriti – che potrebbe perdurare o riaccendersi alla prossima occasione, mettendo in pericolo non solo i detenuti, ma anche gli agenti, in numero sempre ridotto rispetto al necessario: «Il sotto organico degli agenti, il cui lavoro è encomiabile, è il vero problema: di 4000 impiegati in Campania, 800 al giorno di media non lavorano per varie motivazioni, fra cui la principale è il logorio psicofisico professionale, per cui chi rimane fa dei turni massacranti. Stando ai dati, ci sono circa 12mila persone che devono fare il loro ingresso in carcere. Sono necessari, quindi, più agenti, più educatori, più assistenti sociali. Alla persona che sbaglia va tolto il diritto alla libertà, non alla dignità».

L’universo carcerario resta, comunque, un buco nero nell’informazione e nella legge italiana, entrambe grandi assenti quando si tratta di diritti, in questo caso di chi ha commesso un reato, per l’opinione pubblica un reietto mantenuto dallo Stato che gli garantisce vitto e alloggio. In fondo, se ci si limita a leggere quelle che dovrebbero essere le condizioni di vita galeotta secondo regolamento, il quadro che ne viene fuori è alquanto accettabile, con la dignità umana mai messa in discussione. Quando si oltrepassano le sbarre, invece, le porte dell’inferno si spalancano al nuovo inquilino con l’articolo 3 della Convenzione dei Diritti Umani – che proibisce la tortura e il trattamento o la pena disumani o degradanti, uno dei traguardi più importanti delle società moderne – del tutto depennato. Violazione che ha portato, anche recentemente, alla condanna da parte della Corte di Strasburgo nei confronti dell’Italia, rea non solo di non garantire condizioni imprescindibili al recluso, ma anche di non impegnarsi in alcun modo alla sua riabilitazione, specie nei casi di ergastolo ostativo, dunque senza possibilità di condizionale. Un problema che, tuttavia, non riguarda soltanto le situazioni più gravi.

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Nel nostro Paese, infatti, in nome di una sicurezza del cittadino mai garantita ma sempre sbandierata e in barba a una Costituzione che parla di pene, in contrasto a un qualsiasi reato l’unica condanna si rivela la detenzione. Pensare a un processo di decarcerizzazione al fine di individuare un luogo e una modalità diversa di sconto della colpa, invece, sarebbe una prima importante soluzione, un tentativo di rispondere a esigenze e, soprattutto, a dignità di ogni singolo individuo coinvolto. Un concetto che, tuttavia, si rivela del tutto estraneo al legislatore italiano. A tal proposito, è di appena pochi giorni la notizia di un accordo interministeriale che consentirà al governo di costruire una casa circondariale negli spazi dell’ex Caserma Cesare Battisti di Cavalleggeri, quartiere periferico di Napoli, già storicamente bistrattato e complesso, trovandosi alle spalle dell’area un tempo occupata dall’Italsider e dall’Eternit, con conseguenti danni alla popolazione, vittima di amianto e abbandono. «Ci opporremo a questa scelta non condivisa. Realizzare una qualsiasi opera (a maggior ragione quando impattante) senza ascoltare le esigenze delle comunità mostra quanto sia profondo il solco tra governo e cittadini», ha tuonato Diego Civitillo, Presidente della X Municipalità partenopea.

Il protocollo è stato firmato il 13 giugno presso Palazzo Salerno, in Piazza del Plebiscito, dai Ministri Bonafede e Trenta, rispettivamente a capo della Giustizia e della Difesa, al fine di individuare aree militari inutilizzate dove possano essere realizzati nuovi penitenziari in modo da scongiurare il sovraffollamento: «Abbiamo ereditato una situazione carceraria drammatica. Invece di fare indulti e leggi svuota-carceri che non servono a nulla, abbiamo deciso di investire risorse nell’edilizia penitenziaria», ha dichiarato Bonafede, chiarendo senza indugi la posizione in tema dell’attuale esecutivo, confermatosi distante dalla realtà e dalla Costituzione.

Nello specifico, la struttura di Cavalleggeri verrà destinata a madri detenute o a minori, supportando così gli istituti di Pozzuoli e Nisida. L’accordo, ovviamente, soddisfa i firmatari i quali, massimizzando il risultato grazie a questa reciproca collaborazione, diminuiranno spesa e tempi di risoluzione dei rispettivi problemi, ma condannano la gente comune, come sempre inascoltata dalla politica.

Ancora una volta, infatti, a non essere interpellati, sono stati i cittadini, in particolare quelli dell’area circostante che vedranno mutare il volto di un quartiere già lento nella sua proiezione nel futuro e debole in termini di offerta proposta a chi lo abita, con il rischio di ulteriore abbandono di una periferia che potrebbe farsi ancora più periferica. Così come potrebbe succedere altrove, considerando che le prossime costruzioni saranno quattro e altrettante le ulteriori sedi individuate.

L’ex Caserma Cesare Battisti, inoltre, avrebbe potuto rappresentare un importante polmone verde per la zona, una vasta area in balia di se stessa da più di dieci anni che nessuno ha pensato di riqualificare e mettere a disposizione della cittadinanza. Soprattutto in una comunità come quella partenopea in cui i minori non hanno alcun luogo di aggregazione o socialità, parchi in cui giocare, trascorrere i propri pomeriggi e combattere la noia, spesso miglior alleata della micro e della macro criminalità. Al tempo stesso, avrebbe potuto farsi casa di donne costrette a rifugiarsi altrove per la propria sicurezza, per non rischiare di soccombere all’ennesimo marito violento o stupratore di turno. E, invece, tanto per cambiare, alle gabbie interiori che già affliggono le categorie più deboli, si sceglie di costruirne delle altre, come a tenerle sempre più lontane da un mondo che le rifiuta e nel quale sono inadatte ad ambientarsi senza alcun tipo di supporto.

Odio gli indifferenti, affermava Antonio Gramsci. Per questo non possiamo più tacere. Per questo, dobbiamo smettere di pensare che soprusi, violenze, violazioni, diritti negati riguardino solo i delinquenti. Per questo, dobbiamo smettere di gioirne. Perché non siamo semplici esseri viventi, siamo esseri umani. Fuori e, ancor più, dietro le sbarre.

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