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Così era la nostra Pasqua

Negli anni passati era vietato in questo tempo per tutta la città il passaggio delle carrozze e d’ogni altra sorta di veicoli. Di più, i bigliardi dovevano starsene inoperosi, e in molte case non si usava spazzare né sonare alcun istrumento. Qual ragionevolezza s’avesse questa usanza, io nol saprei dire: soltanto posso dire che ora rimane il divieto delle carrozze per Toledo e per qualche altra strada principale. E tutti vi si versano, come fiumi affluenti di un fiume reale, più che a visitare sepolcri nelle chiese, a dare spettacolo di sé e de’ suoi abiti, a vedere i serpenti ringiovaniti che al cessare della fredda stagione escono dalle tane rivestiti di novella scaglia. Esposizione vivente, ove si vede e si è veduto. Si entra e si esce dalle chiese per ammirare il paramento, l’addobbo, la scenica montatura del così detto sepolcro; e per riposarsi dalla passeggiata si va a sedere alla predica della Passione.

Così nel racconto Le feste di Pasqua del raffinato filologo Emmanuele Rocco (1813-1893), inserito nell’opera letteraria Usi e costumi di Napoli e contorni a cura di Francesco De Bourcard pubblicata nel 1853 ambientata nella Napoli del 1800.

Negli anni Sessanta e Settanta, anni della mia gioventù, nei giorni che precedevano la domenica di Pasqua, in particolare il giovedì, all’uscita della chiesa, al termine della funzione liturgica, ci si organizzava per recarsi giù a Toledo dove l’antico rito dello struscioche ebbe inizio il 18 marzo del 1704 al tempo di Re Ferdinando IV era ormai cominciato da qualche ora con la chiusura al traffico della strada che da Piazza Carità – oggi Salvo D’Acquisto – fino a Piazza Trieste e Trento era tutto un fiume di persone che il camminare lento per la gran folla costringeva a strusciare con le suole delle scarpe per l’indugiare davanti alle vetrine e alle chiese dove entrare e compiere il rito dei “Sepolcri”.

I “Sepolcri” visita a uno degli altari della chiesa particolarmente addobbato per l’occasione – per tradizione dovevano essere fatti sempre in numero dispari, non meno di tre, che i più pigri e gli anziani rispettavano entrando e uscendo dalla parrocchia più vicina tre, cinque, sette volte.

Tutte le chiese restavano aperte fino alla mezzanotte che in quegli anni era già considerata notte fonda e, quindi, un buon pretesto per la nostra generazione per far saltare le rigidità di orario di rientro a casa.

Dalla sera del Giovedì Santo alla notte del sabato, come ricorda Emmanuele Rocco, calava il silenzio: mute le campane delle chiese, la televisione in bianco e nero non trasmetteva programmi di varietà o musicali e neanche Carosello, nelle case tacevano i vecchi grammofoni e i nuovi giradischi.

Il suono delle campane era sostituito dal rumore delle tarozzole, tavolette di legno con maniglie in ferro sovrapposte che venivano agitate ottenendo un suono che richiamava i fedeli per le funzioni liturgiche.

A non tacere, invece, erano le nostre mamme intente a sfornare pastiere e casatielli di ogni grandezza e spessore che rigorosamente non potevano essere mangiati prima della domenica di Pasqua.

I riti del Venerdì della Passione erano particolarmente toccanti e suggestivi e comunque avvolti da un velo di tristezza coinvolgente come racconta Rocco, nell’ascolto del Miserere che per  tradizione il Direttore del Conservatorio doveva comporre e far eseguire ai suoi allievi nella chiesa di fianco a San Pietro a Majella, gremita di gente elegante, soprattutto di stranieri. Io l’ho inteso una volta sola.

Infine, il rituale del fuoco del sabato notte sul sagrato delle chiese, che precedeva il suono della campane che annunziavano la Resurrezione, era anche per noi il momento della… rinascita e del ritorno alla normalità.

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