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Cos’è la vita se non l’inseguimento di un sogno?

Apri gli occhi. 

Fa un rumore strano la felicità quando ci passa a un centimetro dal naso. Come una risata isterica in un appartamento abbandonato, il lamento di un bambino nel buio della notte, il cigolio di un’altalena che si muove da sola. Ci spaventa, non ci permette il movimento. Come il riflesso distorto in una pozzanghera, una maschera carnevalesca, un viso che con il tempo abbiamo voluto dimenticare. Nella caotica titubanza quotidiana non riusciamo a distinguerla.

La lancetta più grande che insegue quella piccola, il saliscendi, le gocce di pioggia che si rincorrono sul vetro di una finestra vista mare, l’onda che per amore si frantuma sul bagnasciuga. Ci si affanna per una vita intera, quasi mai la si raggiunge. E, allora, ci si affida a un sogno, a un ideale, a un amore inappagato, a un ricordo che non è mai successo, a uno sguardo fugace tra la folla, al giorno prima della festa. E da lì si ricostruisce la propria storia. Un’esistenza che non è la nostra ma di cui siamo protagonisti, come fossimo attori, un’esistenza perfetta. Come succede a David Aames o al più noto Jay Gatsby.

Il primo, interpretato da Tom Cruise nella pellicola statunitense di Cameron Crowe, Vanilla Sky – remake dell’originale film spagnolo Abre los ojos –, il secondo magistralmente ideato e descritto dall’animo sensibile di Francis Scott Fitzgerald. Vissuti in epoche completamente diverse, entrambi molto ricchi e affascinanti, egoisti, ammaliati dall’american dream, i due protagonisti delle opere sopracitate affrontano con non poco dolore la rispettiva frustrazione e insoddisfazione di una vita che non è più o non è mai stata come vorrebbero, lanciandoci in un vortice di angoscia e solitudine che, nei fatti, non è altro che quello che ognuno di noi si trascina dietro, ogni giorno.

Un’angoscia dal nome di una donna: sia esso Sofia o Daisy ha poca importanza, ciò che conta è la vacuità della sua inconsistenza.

Innamorato di Sofia (Penélope Cruz) e a sua volta amato da Julie (Cameron Diaz), David è vittima di un incidente, causato da quest’ultima, che cambierà per sempre i suoi giorni. Intrappolato in un viso sfigurato nel quale non si riconosce, impossibilitato nel movimento di alcune parti del corpo e ormai incapace di qualsiasi relazione umana, il giovane, infatti, si lascia morire per sfuggire a un’infelicità che gli toglie il respiro, abbandonandosi così a un “sogno lucido” che, ben presto, complice un inconscio “malato”, si rivelerà il peggiore degli incubi.

David, guarda tutte queste persone; sembra che stiano qui per passare la serata e chiacchierare, vero? Niente a che fare con te. Eppure forse si trovano qui solo perché sei tu a volere che siano qui. Tu sei il loro Dio. Non solo, tu puoi fare in modo che ti obbediscano, o persino che ti distruggano.

Il “sogno lucido” di Jay Gatsby, invece, è racchiuso in una luce verde, sulla riva opposta, che è metafora di un’emozione mai messa a tacere, di una carezza indimenticata, di un sorriso divinizzato. Un’ossessione che diventa follia, un tuffo in un passato che non vuole e non può essere anche futuro.

Era visibilmente passato attraverso due stadi e stava entrando in un terzo. Dopo l’imbarazzo e la gioia che non ragiona, era divorato dallo stupore per la presenza di lei. Era stato così a lungo pieno di quest’idea, l’aveva sognata in tutto il suo svolgimento e aspettata a denti stretti, per così dire, arrivando a un livello inconcepibile di intensità. Ora, per reazione, si stava scaricando come un orologio dalla molla troppo tesa.

David e Jay inseguono una nuvola di fumo che si dissolve al solo concepirla, in un ideale romantico che diventa malattia, smania, desiderio. Un’autentica sehnsucht. Il cielo vaniglia di un quadro, la copertina di un celebre disco, un’identità fittizia per somigliare di più alla propria musa, uno sfregio sul viso e nel cuore. Per loro, abituati ad avere tutto, una vita felice, quantomeno appagante, è di difficile immaginazione. In fondo, il coraggio delle scelte non si compra. Persino un’ibernazione che sfocia nella fantascienza, come nel caso di Aames, è insufficiente. Il subconscio è molto potente e, soprattutto, puntuale. Più prima che poi, torna a far visita e nella sua idealità rende ostico persino un sogno.

Senza l’amaro, amico mio, il dolce non è tanto dolce.

Fragili come barchette di carta, umani, forse troppo, ai due protagonisti soccombere e lasciarsi andare appare l’unica soluzione possibile. A chi, in fondo, non è successo? La vulnerabilità dell’animo umano, il peso delle aspettative, i desideri che quasi mai si sposano con le imposizioni della società di cui siamo costretti a fare parte, i panni che qualcuno vuole farci indossare, è difficile non crollare quando tutto questo non si riesce a controllare. Eppure, basterebbe iniziare a dire no, a pretenderla quella vita. Senza mettersi in stand-by in attesa di una soluzione che nessun deus ex machina ci darà, senza aspettare, senza rifugiarsi in un perfetto e illusorio mondo parallelo che non esiste. L’amletico dubbio, essere o non essere, ritorna insistente.

E, allora, Gatsby lascia che la corrente lo porti via con sé, verso quella riva, l’amore che non rivivrà, una luce verde a cui tendere la mano, avvicinandosi, che non gli permetterà mai di afferrarla. Pervaso dal senso di caduta, dall’inganno, dall’infelicità, Jay muore dentro.

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina… Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

Per Aames, invece, vittima di una vendetta beffarda del suo io, la scelta è di carattere diverso: vivere il sogno – “lucido” che diventa incubo – o vivere la realtà, dietro a una maschera, nel dolore, nella violenza della sua brutalità.

I miei sogni sono uno scherzo crudele, mi beffano, anche nei miei sogni sono un idiota che sa che sta per svegliarsi nella realtà. Se solo potessi evitare di dormire, ma non posso. Cerco di dirmi cosa sognare, cerco di sognare di volare, qualcosa di liberatorio, non funziona mai.

Come un eroe moderno, avvolto da un cielo vaniglia dipinto da Monet, David si interfaccia con il suo più grande sogno, nella personificazione di Sofia, e sceglie di rinunciarvi, in un saluto che non è un addio, bensì un arrivederci. Ti rivedrò in un’altra vita, quando saremo tutti e due gatti, quando l’amore sarà vero, inappagato perché umano, romantico perché mortale, eterno perché suggello di un attimo perfetto. Un arrivederci dolce quanto struggente, reale nell’irrealtà della dimensione in cui avviene. Sull’orlo del suo inconscio, Aames, senza paura, si lancia nell’incertezza del vuoto esistenziale, lì dove il sogno va agognato e cercato. In fondo, quella ricerca è quanto più si avvicina alla felicità.

Un sussurro ci ricorda che è tempo di svegliarsi, di ricominciare, di vivere. Apri gli occhi.

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